Avessi avuto più costanza
nel mettere su fogli l’esistenza
della traccia lasciata calpestando
le sterpaglie d’un prato riarso a fine estate;
le compagnie dei viaggi, il carico
dei libri da una casa all’altra,
oggi saprei chiamare anche gli spazi vuoti,
avrei forse il mio orizzonte degli eventi
ma le perdite, i saluti e le partenze
stretti ancora a un disagio senza nome.

Potrei giocare a rimestare quelle carte
ogni volta lanciandole per aria,
scrutare il caso nella loro gravità:
sotto il loro rovescio l’acqua scroscia
e di mattina c’è qualcuno che canta,
l’ansia distratta di una donna,
la radio accesa sui cassetti aperti,
una porta chiusa in fretta e il grido allegro
di chi corre trascinando una cartella.

foto: Codrin Lupei-Coquelicot, 2010

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