Né bisogna trascurare la data dell’evento fatale: il giorno dell’Angelo festeggiato nel mese d’Aprile, in quanto potrebbe rappresentare un’allusione  alla “resurrezione”, la quale pure è suggerita nel dipinto del Pontormo dall’uso di colori chiari, solo apparentemente inadatti al tema rappresentato.

Nemmeno nelle prime poesie della raccolta, che gettano drammaticamente il lettore in medias res, mancano  i chiari colori  della primavera, i fiori del dirupo, il velo color oro sull’acqua, il colore sereno del cielo.

E, come gli angeli del Pontormo, che si affollano addolorati attorno al corpo del Cristo,  anche i  familiari dell’autore accorrono spaventati consolandolo con “un assalto di baci e lacrime”  mentre pronunciano mille volte il suo nome.

La pronuncia del nome non è mai cosa da poco per un poeta, poiché è ai nomi che egli affida il sussistere delle cose e delle persone anche dopo la loro scomparsa dalla scena del mondo. In questo senso va anche interpretata la ricchezza di termini inerenti all’anatomia, alla chirurgia e alla farmacologia nel variegato tessuto verbale di questa poesia. Infatti, se essi conferiscono, come scrive Cucchi nella prefazione, “ulteriore originalità (…) e sostanza di viva esperienza vissuta al suo racconto”, servono soprattutto a guarire le ferite del corpo e dell’anima attraverso il potere taumaturgico dell’armonia sonora.

Lo stesso Camelliti ha ammesso di essere ricorso alla scrittura di questi versi a scopo soprattutto terapeutico, dopo essere stato travolto dall’altro più sradicante dolore  per la morte del padre. Già nel testo che chiude la prima delle tre sezioni del libro, l’autore sembra retrocedere e fare avanzare alla “vista” del lettore il corpo del padre, illuminandone “la gracilità di angelo”  e la bianchezza mortale con il chiarore lunare (“la luce data dalle due lune”): l’effetto compositivo è di tale potenza da ricordare la drammaticità di un quadro caravaggesco. La sacralità della scena, inoltre, è messa in evidenza dai versi: “la pietra fredda del mio altare/ al tuo amore, figlio mio”.

Ci si rende conto, avanzando nella lettura dei testi, che non ha importanza alcuna se  nelle varie “Pietà” di Camelliti  il Cristo sia  il padre o il  figlio, perché si tratta di seguire, più che il filo degli eventi, quell’altro che cuce insieme le esperienze dolorose dell’uno e dell’altro attraverso i gesti silenti dell’amore o  quelli sonori dei versi, nel tentativo di trovare un senso ultimo alla sofferenza e alla morte. Dunque, il lettore dovrà percorrere semplicemente l’itinerario suggerito dall’angelo nunziante che in questo caso è l’autore stesso, tenendo in mano, come scrive la Farabbi, “parole, fili e nodi” che “s’intrecciano ripetutamente, scrostati di retorica e sublimazione: cielo preghiera angelo amore cuore luce”.

Quello che importa è la reciprocità:  come le mani grandi del padre “tenevano fermo il mio corpo/ non la morsicatura alla lingua” del figlio;  così le braccia del figlio stringono l’agonia del padre: “nelle mie braccia in pochi minuti/ sono caduti i tuoi anni, le tue paure”. In questo dialogo intimo, pudico, intensissimo,  i ruoli spesso s’invertono: il padre  diventa il figlio e quest’ultimo il padre; e la lingua, nel mettere a fuoco questo rapporto d’amore scambievole,  si serve di un’alternanza continua nell’uso dei pronomi “tu” ed “io”.

Intorno a questa coppia padre-figlio (emblema della continuità della vita),  viene costruita una rete di forti legami familiari: la moglie e i figli, che fanno da sostegno al male  e alle sofferenze, assai più che un paio di stampelle nascoste “dietro la schiena”;  sono loro che percorrono  quei “venti metri” che li separano dal corpo  sofferente  “come un tempo infinito” , “silenziosi, silenziosi/ nel silenzio si schiudono mappe siderali”. Questi ultimi versi, oltre che gravidi di una forte emozione, sono tra i più interessanti, perché rivelano al lettore un procedimento tipico di Camelliti,  il quale,  spesso, nel corso della narrazione,  servendosi di una serie di nuclei semantici, dematerializza l’evento concreto proiettandolo in una più vasta dimensione psichica, che gli permette di creare corrispondenze insolite e raggiungere esiti stilistici di un’assolutezza abbagliante .

I luoghi evocati sono spesso chiusi:  la casa e l’ospedale  che favoriscono la riflessione  (“Gli ospedali sono fatti per pensare”); e  le rare incursioni negli spazi aperti  o sono legati memoria di alcuni eventi dell’infanzia, oppure servono ad inscenare con una straordinaria ricchezza di dettagli il luogo della “caduta”: gli alberi, la scarpata, i fiori, la primavera, il fiume.

E però, sorprendentemente, i luoghi chiusi sono anch’essi attraversati dalla luce,  uno dei termini più ricorrenti in questa silloge, più spesso in funzione di simbolo che di elemento fisico. Infatti, nonostante la molteplice esperienza del dolore, è sempre viva nell’autore la consapevolezza  che esso “può avere cicatrici di luce/ e una storia può durare/ con le stimmate sul cuore” , né mai vengono meno in lui l’umiltà del cuore e la grazia della fede, che gli detta delle vere e proprie preghiere, come quella (pag. 31) che comincia: “Io, di notte vegliando non immaginavo così”, in cui alle domande accorate rivolte a Dio sull’origine del suo male, tuttavia accettato “come un dono”,  segue la richiesta di allentare il dolore, di frantumare la spina.

Ma il tono ed il senso della preghiera  traboccano da quasi tutti i testi poetici della silloge,  come testimoniano le molteplici figure della passione, la parola o “la voce” di Cristo,  l’emblema divino della luce, l’amore benedetto dalla sacralità, l’umile consapevolezza della precarietà (“la mia miseria è farmi uccello/ che canta all’alba/ la sua vita in un pugno di piume”); e, soprattutto, certi termini o espressioni che rimandano al linguaggio ed ai rituali religiosi del cattolicesimo: l’angelo custode, peccato, castigo, prima comunione, amen, altare, nel nome del padre, del figlio e dello spirito santo, paradiso, stimmate, crocifissione, rosario, litanie, olio Santo.

Tutto ciò spiega la struttura oppositiva di quasi tutti i testi, nei quali agli elementi negativi del dolore, della malattia, del male, vengono  contrapposte riflessioni positive, ricerche di senso, dichiarazioni di attaccamento alla vita e ai legami amorosi, e la consolazione della fede

Perfino il  “tu non sapevi scrivere”, detto del padre, viene superato dal gesto apparentemente inutile del figlio che mette nei suoi pugni una lettera, quasi a compensare quel desiderio paterno di lasciare tante cose, così come raccontavano  gli “occhi azzurrissimi”, ed è a questi occhi che viene affidata idealmente anche tutta la silloge, nata in più notti di disperazione, dopo il sopraggiungere della morte, che ha segnato la distanza spaziale fra Michelangelo ed il suo papà, non certamente quella affettiva, più che mai viva.

Un’ultima osservazione  va fatta  sulla scelta dei colori: il grigio, il blu, il rosso, rappresentati da tre celebri quadri: “Guernica” di Picasso,   “Charing Cross Bridge” di  Andé Derain,  “Armonia in rosso” di Matisse, che introducono le tre sezioni della silloge. Nel corso di un’intervista lo stesso Camelliti  ha affermato  che il grigio corrisponde al  tempo degli eventi reali,  il blu a quello dell’evocazione, il rosso a quello della simbolizzazione. Non è certamente un discorso peregrino, se si tengono presenti  i soggetti  dei  tre dipinti: l’atrocità di un fatto storico in “Guernica”;  “la verità tumultuosa delle impressioni e delle emozioni”, come disse lo stesso André Derain del suo “Charing Cross Bridge”;  e l’annullamento di ogni dimensione concreta a favore di una suggestiva astrazione in “Armonia in rosso”.

Un elemento in più, questo, a ulteriore conferma del raffinato, sebbene non ostentato, intellettualismo dell’editore e poeta Michelangelo Camelliti.

 

Franca Alaimo