(…) Le cose ci spingono a dare ascolto alla realtà, a farla entrare in noi aprendo la finestre della psiche così da areare un’interiorità altrimenti asfittica (ma che, senza saperlo, contiene già gli altri e il mondo esterno, sia pure nella forma non elaborata di presenze umbratili e stereotipi banali).
Rilasciando gradualmente il proprio senso senza esaurirlo, vivendo, a loro modo, una vita propria, esse intrattengono con noi un legame di connivenza antagonistica: ci sono d’aiuto, ci restano vicine e indispensabili, ma, sfidando la nostra vorace o pigra tendenza ad appropriarcene senza residui, mantengono la loro sostanza.
Solo questa relativa inafferrabilità può ricondurci a noi e farci respirare quell’aurea descritta da Benjamin che congiunge vicinanza e lontananza, familiarità ed estraneità: “Le cose necessarie e costruite con amore conducono una vita propria, emergono in un paese sconosciuto e nuovo e di qui tornano indietro con noi” (…).

foto: Antonio Fermani-L’esilio del re, 1998

[button link=”http://www.lietocolle.com/cms/?page_id=4631″ color=”orange” size=”small” target=”_self” animation_type=”0″ animation_direction=”down” animation_speed=””]ARCHIVIO[/button]