Quando cieco ti cercavo, la mia anima ti stava partorendo
mentre lasciava orme a forma di luna.
Non c’erano pareti nella mia stanza, solamente angoli
dove ombre con mille braccia chiedevano splendori.
Non c’era un pane nel mio altare e nella vecchia pergamena, le mosche divoravano le amare lettere sacre.
Non cresceva un albero di mele nel mio solitario letto
e le dita delle mani se le portava il vento.
Fu così che ti costruii trasportando in carne i miei sogni
con lo splendore della luna donandoti una pelle d’argento
collocando un occhio vivo nelle tue mille mani che implorano affinché, duplicata in quattro, tu fossi
il calice della mia tavola, e nelle tue innumerevoli labbra si tatuasse il nuovo credo.
La tua voce senza fine che entra nel mondo come un’ostia rossa fino a paralizzare l’infinito specchio in un’eterna immagine.

foto: Fabio Orfino-Calma apparente, 2009

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