fonte: quotidiano Il piccolo

In facebook spopolano le foto dei bambini, dei cagnolini, basta inserire una famiglia felice e piovono i like. Allo stesso modo vanno alla grande i racconti sulla mamma, sui figli, sulla nonna, di chi, in poche righe, riesce a restituire un mondo bello e cristallizzato.

La finzione è la stessa di quella che c’è nell’aldiquà, anche se nell’aldilà facebookiano ci vuole il supporto della parola scritta, ovvero raccontare in bella forma. Più sei rassicurante e più piaci. C’è anche chi piace senza esserlo, rassicurante, certo non raggiungerà mai centinaia di like come gli ottimisti più smaliziati, ma insomma non è vero che tutto il mondo è paese.

C’è pure chi, senza troppe storie confortanti, ha la sua corte fatta e finita e in genere sono gli scrittori. Ovvio che gli scrittori più graffianti non racimolano tanti pollici alzati quanto gli autori più faciloni, ma è sempre la solita storia, niente di nuovo rispetto alla pagina scritta di un romanzo, come dire, se facebook esistesse da secoli di sicuro gli status di Jerome K. Jerome avrebbero molti più like di quelli di Albert Camus. Per non parlare del povero Jean-Paul Sartre, un vero e proprio insuccesso. Basterebbe immaginare un suo post: «Ogni vivente nasce senza ragione, si protrae per debolezza e muore per combinazione». Non va. Non funziona. Roba troppo cinica. Invece uno come Hemingway avrebbe spopolato: «Il mondo è un bel posto e per esso vale la pena di lottare». Un esubero di fans, garantito. Anche più di Oscar Wilde, ma forse Oscar Wilde era troppo snob per aprirsi un profilo facebook. Ed è un vero peccato. Manzoni? Pedante. Dante? Perfetto. Avrebbe ideato una Commedia Social, più che Divina. E poi era incline al dialogo: «Guido, i’vorrei che tu e Lapo ed io…». Il top sarebbe stato Cecco Angiolieri, «s’i fosse in facebook arderebbe ‘l mondo».

Per non parlare di Petrarca, migliaia di pollici alzati per i suoi status su Laura, altro che donna angelicata, ce l’ha pure evocata senza vesti nelle fresche dolci acque del fiume Sorga. Un raffinato voyeur, molto adatto al virtuale. Per quanto i social siano demonizzati da certa intellighenzia, è una sfortuna che non esistessero ai tempi di Balzac, Dickens, Fitzgerald. Pensiamo a quello che scrisse Asmus: «Dei grandi maestri rimangono le opere, i diari, le lettere e le memorie dei loro contemporanei… Ma è raro che in questi materiali si conservi per lungo tempo la traccia delle discussioni vive, dei dialoghi, delle controversie, degli insegnamenti».

Invece conservare in facebook un bel litigio tra Proust e Joyce sarebbe stato favoloso. «I discorsi più brillanti vengono dimenticati, i motti più arguti vanno irrimediabilmente perduti», Asmus lo scrive a proposito delle “Conversazioni con Goethe” di Eckermann. Certo i memorialisti hanno operato, ma di solito il materiale viene rielaborato e, soprattutto, reinterpretato. Cosa è sopravvissuto delle interviste fatte a Puškin, Byron, Wilde? «Eppure i contemporanei sono concordi nel sostenere che, nella vita di questi artisti, siano proprio le conversazioni la maggior testimonianza del loro genio». Ecco perché un volume come “Dialoghi con Josif Brodskij” di Solomon Volkov, pubblicato per la prima volta in Italia grazie a Lietocolle (pagg. 425, euro 20,00), ha una sua particolare importanza.

Sono quindici anni di conversazioni, raccolte dallo scrittore e musicologo, già celebre per la pubblicazione di altri colloqui con artisti famosi editi da Mondadori, Garzanti, Bompiani. E ora il Nobel russo per Lietocolle con la traduzione della brava Gala Dobrynina, che non tradisce mai il temperamento del poeta. Un libro che è un vero e proprio baedeker del territorio artistico ed esistenziale di Brodskij, diviso tra una parte autobiografica e una di pensiero sui grandi autori, ma tutto si mescola in realtà, ed è il pregio del libro.

Un’acuta analisi della poesia di Auden, Achmatova o Cvetaeva può emergere da un ricordo e non c’è niente di più convincente di questo tipo di opinioni, in parte spontanee, insomma informali, in perfetto stile facebookiano: «Le persone che fanno il così detto bello e cattivo tempo in letteratura hanno poco a che fare con le belle lettere». O ancora: «Per descrivere davvero New York bisognerebbe che Superman si mettesse a scrivere poesie». Un Brodskij in carne e sangue con illuminazioni geniali, com’era lui in fondo.

Il volume desta interesse per un altro elemento che unisce gli artisti ai social. In fondo queste conversazioni sono un po’ antesignane di uno strumento come facebook, perché è vero che sono apparentemente spontanee, ma è anche vero che c’era un registratore acceso. La vera bellezza del testo sta anche nel “doppio” dell’artista. Brodskij per esempio evita di enfatizzare in ogni modo il suo esilio, rispondendo seccamente a Volkov: «Mi rifiuto di drammatizzare quella situazione!», per la quale possiamo immaginare quanto abbia sofferto.

Ma come dice Frost, è un fatto di poetica, non esiste storia oggettiva per chi scrive, tutto passa a setaccio della propria visione letteraria. Da cui, appunto, l’incongruenza di molti artisti pure in facebook, la divisione tra la persona e il personaggio, spesso un divario netto, un atteggiamento consapevole, il consapevole adeguamento della vita alla propria poetica. Questione ben chiara a Volkov che infatti replica prontamente al poeta: «Capisco che è una parte della sua estetica».

Il libro rivela caratteri, segreti, aneddoti, acute visioni di pensiero sui tanti scrittori russi dell’Età d’Argento, le cattiverie, i valletti del potere: «Tjut›ev non si accontentava di baciare gli stivali dell’imperatore, glieli leccava proprio», e uguale Majakovskij. Le altitudini di Cvetaeva, l’onestà di Lipkin, le ironie di Achmatova su Pasternak, ma anche l’umorismo di Brodskij sui tentativi del Kgb di reclutarlo come informatore e tanti “commenti” sulla poesia, per nulla pedanti, calibrati tra alto e basso in un perfetto profilo creativo, Brodskij sì, sarebbe stato un poeta amato e odiato da facebook, con la benedizione di un critico come Paul Gsell: «La superiorità delle grandi

individualità non sempre si palesa nelle loro opere più elaborate, più. spesso si rivela nell’immediatezza delle loro idee, lasciate quasi involontariamente cadere nel discorso. Spesso proprio qui si rivelano i frutti migliori del loro genio».