di Franca Alaimo.

Leggere la poesia di Anna Bergna è come srotolare una minuziosa cartografia dei luoghi della sua vicenda esistenziale: monti, piante, fiori, animali, ma soprattutto torrenti, fiumi, laghi, e ogni altro specchio d’acqua con tutte le creature che vi abitano dentro ed intorno ed oggetti affondati, restituiti, levigati, piantati dentro, come le palafitte, che danno il titolo alla silloge del 2012, o di contenimento, quali rive, dighe, o contenitori come cisterne, quest’ultime affiancate ai corpi nel titolo I corpi e le cisterne di quella pubblicata, come la precedente, da LietoColle nel 2015.

È pressoché impossibile entrare nella silloge più recente senza tenere conto dell’altra, così tanto omogeneo appare lo sguardo che l’autrice Anna Bergna rivolge al paesaggio geografico d’acqua e acque, assunto, eraclitamente, come emblema dell’infinito moto dell’essere, del continuo divenire di cose e luoghi descritti con una particolarissima sensibilità cromatico-figurativa (accentuata da una nominazione precisa), che li fissa in baluginanti epifanie verbali.

Tale continuità, che fa della scrittura poetica della Bergna l’espressione di una realtà  interiore, le cui ‘ossessioni’ vengono declinate attraverso un’instancabile ricerca di nuove giunture  tra campi linguistici ed emozionali, è confermata dalle occorrenze di molte parole chiave e dalla presenza nelle pagine de I corpi e le cisterne di alcuni testi appartenenti alla precedente silloge.

Entrambe le sillogi, inoltre, obbediscono allo scopo che ha per la Bregna il gesto poetico della nominazione e della registrazione (come in una sorta d’inventario, il più completo possibile) dei frammenti della realtà esteriore ed interiore: quello di abitare in un eterno e multiforme presente mentale e/o letterario, come in un “galleggiamento” sulla superficie del tempo e della morte, “volgendo le  spalle” al futuro come l’Angelus novus di Benjamin, ma anche quello di dare un ordine estetico ad un’inquieta e dolorosa sostanza autobiografica ( “A me che nel cammino incontro solo addii”), che trova i suoi apici di bellezza nella commossa euritmia di testi quali il poemetto “La terra, il cielo ed il cognome” (in Palafitte) e nei testi della sezione “I corpi” ( in I corpi e le cisterne), i cui vengono evocate la morte del padre: (“Cadute sulle ginocchia nude e preghiere/ a un padre che non ha/ sostanza umana, /padre mentre lo stiamo generando”) e quella di un figlio appena nato (“E il primo tronco porta il nome/ di una gemma nata/ in una notte sfortunata”).

Infatti, la musicalità del tessuto espressivo nel trasporre la materialità delle cose nella dimensione immateriale dei suoni convoca nell’una e nell’altra silloge il loro tema centrale, che è la morte, o, meglio i morti. Solo tenendo conto di questo, si comprende più a fondo la scelta di titoli come Palafitte  e I corpi e le cisterne, in quanto il primo dichiara le fragili fondamenta dei legami amorosi, tutti sospesi sul transito rapinoso dell’acqua-vita; e il secondo, in modo più enigmatico, mette in relazione corpi e cisterne quali contenitori di acque soggette ad evaporazioni e prosciugamenti o ritorni dei primi, dopo la loro morte, sotto forma di rovesci di pioggia.

Va chiarito, innanzitutto, che la sostanza del mondo sembra configurarsi per l’autrice come un insieme di umori: “la materia crassa, sierosa” l’umidità delle lingue” o “di un’arcata”, una “bolla salina”, le alghe, i pesci, le meduse, la bruma, la fanghiglia di una gora l’acqua, di fiumi, laghi, mari, nuvole, ghiacci, lo stagnamento e la marcescenza così come il tumulto di una cascata; e, in secondo luogo, che l’elemento acquoreo costituisce per l’autrice, che vive a Blevio, sul lago di Como, (a conferma dell’elemento paesaggistico come fertile humus spesso inconscio del processo creativo) un emblema ambiguo, essendo allo stesso tempo fonte di vita, ma anche principio di dissoluzione, declino ed affondamento; come anche, sul piano psicologico, immagine degli strati più profondi e misteriosi dell’io; inoltre, il momento del tramonto, più volte evocato dalla Bergna, alluderebbe al mito del Sole che, inghiottito dalle acque, si fa lampada del regno sotterraneo dei morti: quest’acqua: “quest’acqua che sale dalla carne/ è morte dei morti/ definitiva fine che discende/ sul tetto di lamiera sforacchiata”.

E, dunque, da questa instabile e brulicante scena del mondo che poggia solo su marcescibili palafitte lignee, ciò che emerge è l’avvertimento della minaccia, la cui terrificità non ha alcun fondamento sacro: “eppure la vita è priva di un disegno”, “polifonia che sgorga da un vento passeggero” sovrastata dalla “enormità del nulla”.

L’ultimo orizzonte esistenziale per la Bergna è la memoria degli affetti, tanto che, nell’ipotizzare un viaggio, ad occhi chiusi, nel nulla dello spazio, non è l’infinito che vorrebbe abitasse il suo sonno, ma il ricordo di due mani e “un circoscritto abbraccio”. Ma si tratta, appunto, di un’immaginazione amorosa, ché, dopo “un’esistenza terrestre/ un tempo angusto/ un luogo circoscritto/ e nessuna sacra scrittura/ ad indicare il senso”, l’unica dimensione che ci attende è il vuoto, la “insignificante assenza”.

L’assenza di una dimensione metafisica, oltre a generare una sorta di nostalgia teologica: “desideravo un dio di carne/ con eterne, miserabili braccia,/ che mai, mai dovesse accadere/ di vederlo in uno stormo a freccia/ tra piume di bosco giallo brune” (da: Palafitte) trasforma l’ansia di eterno in un’osservazione quasi mistica dei “prodigiosi effimeri” delle esistenze, anche le più minute, pullulanti in ogni parte della terra; in un variare di luci ed ombre come soli spazi dell’esistere, e dà voce ad una sorta di malinconica, ossimorica spiritualità della materia attraverso l’immersione, se non addirittura la fusione delle creature umane con le sue forme.

Per questo motivo, dal punto di vista filosofico, l’autrice predilige le risposte laiche dei primi pensatori greci che al sistema teologico dominante opposero le forze dinamiche degli elementi fondanti della materia: l’acqua, il fuoco, la terra, l’aria, e il vuoto (democriteo) dove cadono gli atomi. Poeticamente la forza di questo pensiero si traduce in accettazione: “Noi poeti – scrive Rilke – non siamo soltanto fra coloro che passano, ma, in questo sogno del declino, siamo anche coloro che accettano il passaggio, che dicono sì alla sparizione e per i quali la sparizione può essere pronunciata, diviene parola e canto”.

 

Franca Alaimo

6 Dicembre 2016