Adesso affondo, mi sollevo come prua, io,
tu come poppa, presto al contrario,
nella bonaccia non sappiamo chi sia chi.
La curvatura del fianco si gira soltanto,
muta la sua iniziale torsione,
le assi si ricongiungono come piume,
si trasformano in altre piume,
lo scafo ulula di felicità, di dolore:
dondoliamo portati dalle correnti,
accenni d’onde carezzano le assi di fondo.

Come carico delle pietre,
tue, mie, comuni.
I blocchi gravano, provano nostalgia
per la scogliera, nelle sommersità del fondo del mare,
si spingevano a vicenda contro i fianchi della stiva:
solchiamo anche la bonaccia con la tempesta in cambusa,
e per capitano un eco
mezzo sordo, un pagliaccio schivo,
a turno apre a strappi, a turno
annoda le gomene.

Presto bisognerà mettersi in salvo
in qualunque insenatura,
ma come, Mon Dieu,
visto che da ovest finiamo sempre verso est?

Foto: Arianna Ve-Abbraccio

Archivio