di Gherardo Bortolotti

Il passaggio alla rete, ovvero la proliferazione della scrittura letteraria on line, che ha visto una crescita esponenziale nel corso dell’ultimo decennio, andrebbe considerato nelle sue dimensioni generali, ancor prima che nei casi più o meno significativi dei singoli blog o delle singole esperienze, cercando di inquadrare il passaggio stesso nei termini di una riconfigurazione generale del discorso letterario che viene, se non prodotta, almeno implementata dalla diffusione capillare delle tecnologie della telecomunicazione e dell’elaborazione dei dati. Nelle pagine che seguono, cercherò di individuare alcuni elementi caratteristici di questa riconfigurazione, partendo dalla nozione di user-generated content come chiave di analisi della produzione, della mediazione e della fruizione (letteraria e non solo) on line. Ad essa si affiancherà quella di comunità, come altro concetto di riferimento per la comprensione delle logiche che internet sembra implicare.

Uno dei punti che verrà messo in luce è che le necessità strutturali della rete, piattaforma globale di scambio di contenuti, comportano l’accumulo anodino e l’equivalenza generale di ciò che vi si trova, nonostante poi vi si faccia tesoro dell’irriducibile singolarità dei contenuti stessi. Per le medesime necessità, le discriminazioni tra i discorsi che circolano on line tendono ad essere sospese, implicando una validazione semiautomatica della loro produzione e circolazione. Questo aspetto soprattutto, se confrontato con l’idea storicamente costituita di letteratura come espressione e problematizzazione di un complesso sistema di rarefazione applicato alla produzione dei discorsi, oltre a mostrare l’indebolimento di molti dei concetti che siamo soliti usare parlando di letteratura, dà la misura di quanto sia nuovo lo scenario aperto, almeno in potenza, con il passaggio alla rete.

Questo saggio raccoglie e rielabora materiali già apparsi in internet negli ultimi anni e si basa su un’esperienza diretta sia della scrittura che delle comunità on line. In quanto tale, piuttosto che come una trattazione esaustiva del campo di fenomeni implicato, andrebbe letto come una sorta di quaderno di laboratorio, ovvero come una prima, sommaria elencazione delle evidenze e delle possibili relazioni. Si tratterrà, spesso, di confondere il piano della teoria dei media con quello di una teoria generale della letteratura, oltre che con alcune nozioni di informatica di base, lasciando non raramente da parte una ricostruzione storico-critica compiuta. Data la natura della scrittura on line quale passaggio della letteratura nel campo della cosiddetta comunicazione, questa confusione e questo trattamento “ad alto livello”, anche se probabilmente non esaurienti, sembrano necessari e, laddove il risultato si dimostri troppo farraginoso, si spera che permetta almeno l’abbozzo dell’insieme delle questioni proprie a questa articolazione ulteriore del discorso letterario.

Una breve cronistoria

In Verifica dei poteri 2.0: Critica e militanza letteraria in internet (1999-2009), un articolo apparso sul numero 61 di Allegoria, Francesco Guglieri e Michele Sisto ricostruiscono la formazione della scena letteraria on line italiana.

Il contesto di partenza è quello degli anni ‘90, segnato dalle concentrazioni dell’industria editoriale, dall’atrofizzazione dei canali tradizionali del dibattito (è il caso, per esempio, delle riviste letterarie e delle pagine culturali dei quotidiani) e dalla sempre maggior irrilevanza delle figure dell’autore e del critico militanti. Negli effetti, il quadro è quello di un’industrializzazione virtualmente completa dell’editoria. La strutturazione moderna della produzione culturale in due mercati, quello dei produttori per i produttori e quello della letteratura industriale, viene di fatto riorientata a favore del secondo mercato, laddove le cosiddette logiche della sostenibilità economica tendono a schiacciare la produzione letteraria d’avanguardia o comunque non riducibile al mero “consumo”. Quello che si verifica in quegli anni, in altre parole, è una specie di cristallizzazione dell’offerta editoriale attorno ad alcuni standard, di qualità non necessariamente bassa ma per diversi aspetti insoddisfacenti, che costringe una massa di scritture “irregolari” (eventualmente “impubblicabili”) a rimanere ai margini del dibattito e ad interfacciarsi con frazioni più o meno residuali di pubblico.

In un contesto simile, secondo Guglieri e Sisto, lo sviluppo e la diffusione del web sarebbero un’occasione favorevole per i “nuovi entranti” della scena letteraria italiana che, così, riescono, da una parte, a trovare uno spazio altro rispetto al soffocante stato delle cose e, dall’altra, a costituire una propria via al pubblico, definendo una visibilità ed una soggettività autonome. Internet fornirebbe, insomma, i luoghi e gli strumenti di una nuova legittimazione per “forze e figure ‘subalterne’, personaggi a vario titolo marginali (o che come tali si presentano)”. Questo passaggio, a sua volta, farebbe poi da sponda a una rivitalizzazione del dibattito nazionale e, finalmente, segnerebbe una riconfigurazione generale del campo letterario, travasando buona parte della nuova produzione militante dall’off line all’on line.

In effetti, la lettura dell’espansione della produzione letteraria on line in termini di alternativa all’ordine editoriale e letterario vigente è, almeno sotto certi punti di vista, riduttiva. Negli stessi anni, per esempio, c’è un florilegio di piccole case editrici e di iniziative di vario genere, che cercano di rianimare quello che in molti percepiscono come un paesaggio desertificato. Un esempio significativo, in questo senso, potrebbe essere Ákusma, il progetto di confronto tra autori nato attorno alla figura autorevole di Giuliano Mesa – che, a ben vedere, esemplificherebbe la strategia opposta al passaggio alla rete, basandosi sulle relazioni reali, sulla prossimità, sulla selezione. Per altro, come vedremo nelle prossime pagine, l’eventuale progetto di alcuni autori di rinsaldare, grazie alla rete, la relazione con il pubblico (dopo decenni di crisi di autorevolezza della letteratura come agenzia formativa e degli scrittori come opinion maker) si scontrerebbe con il fatto che la natura stessa di quel pubblico è riformulata in modo radicale proprio dalla rete.

Si dovrebbe dire piuttosto che, in quegli anni, in rete si incontrano, da una parte, le esigenze di chi cerca un proprio posizionamento all’interno del dibattito letterario ed una maggiore visibilità nei confronti del pubblico e, dall’altra, due esigenze di carattere più generale: quella della rete stessa, in quanto grande collettore di contenuti, e quella degli utenti che vi navigano, di praticare in modo diretto e autonomo lo spazio mediatico per come viene riformulato dall’espansione di internet. Tuttavia, la chiave del circuito altro, della nuova istituzione letteraria, coglie certamente più di un aspetto caratteristico di quello che è successo nell’ultimo decennio. Per questo motivo, credo possa fornire un buon punto di partenza per la breve ricostruzione storica che segue, i cui snodi, rifacendoci appunto a Guglieri e Sisto, andrebbero fissati negli anni a cavallo del secolo e a metà circa degli anni 2000.

Con la fine degli anni ‘90, infatti, in rete iniziano ad essere attivi alcuni soggetti che segnano la prima fase del web letterario italiano, orientandolo, nella maggior parte dei casi, nei termini della contrapposizione al circuito letterario tradizionale. Sono significative soprattutto l’esperienza, databile nella seconda metà del decennio, del collettivo Wu Ming, ai tempi ancora composto nella figura paradossale di Luther Blissett, che utilizza internet come piattaforma strategica per il proprio posizionamento alternativo nel dibattito culturale e letterario, e quella di Giuseppe Genna che, a sua volta, nel 1999 apre la caustica rubrica Società delle menti sul portale Clarence, da cui polemizza con enorme successo sulle proposte editoriali delle più importanti case editrici.

Sono gli anni in cui internet inizia ad affollarsi di siti web privati e di portali che mettono on line poesie o racconti di centinaia se non migliaia di dilettanti, e sono già attive esperienze come liberliber.it, il portale del Progetto Manuzio (ovvero una biblioteca di versioni digitali di classici italiani, e non solo, liberi da copyright), e it.cultura.libri, la gerarchia usenet dedicata alla discussione letteraria.

È sempre più consueto rivolgersi alla rete nell’ambito della fruizione letteraria ed i primi “avamposti” vengono affiancati da altre presenze. Nel giro di poco, così, inizia la circolazione di vibrisse, la newsletter di Giulio Mozzi (2000); Carmilla, la rivista di Valerio Evangelisti, si trasferisce sul web (2003) e Loredana Lipperini, critica de La repubblica, apre il proprio blog (2004).

Nel frattempo, infatti, si vanno diffondendo le piattaforme per la creazione e la gestione di blog, una tipologia di pubblicazione che diventa in breve tempo prevalente e che, come vedremo in seguito, implementa alcune caratteristiche peculiari, non ultime la quasi equivalenza tra chi scrive e chi legge, la dimensione comunitaria, l’estrema facilità di utilizzo. Nel 2001, così, apre Splinder[1], la piattaforma italiana per il blogging, che si riempie in breve tempo di scritture dal taglio più o meno diaristico, lirico, umoristico i cui estensori finiscono per generare un compatto tessuto di rimandi, commenti incrociati, segnalazioni reciproche. Si può già notare come siano proprio queste scritture (illegittime, volontaristiche, invisibili, autonome) che compongono le trame più fitte della produzione letteraria on line – come quelle, appena citate, che apparivano sui siti web privati o sui portali di scrittura e quelle che, negli ultimi anni, appaiono su piattaforme come Tumblr, WordPress.com o Twitter.

Esse generano lo scenario reale, effettivo se non concreto, in cui le scritture e le esperienze più visibili, quelle che saremmo portati a considerare veramente legittime, disegnano il proprio percorso. La produzione letteraria “ufficiale” in rete, infatti, in forza dell’indifferenziazione e della riduzione a contenuto di tutto ciò che appare on line, è strutturalmente conforme proprio a questa produzione di discorsi, e non alla produzione che viene diffusa attraverso i circuiti dell’editoria tradizionale – in cui un analogo meccanismo di trasformazione, quello della riduzione a merce, per altro sistematicamente messo in discussione, mantiene comunque alcune necessità di selezione, anche per le esigenze interne al mercato stesso. È importante sottolineare questo aspetto in quanto evidenzia, a sua volta, che per quanto possa essere stato usato dai singoli autori, in modo più o meno consapevole, come strumento alternativo per il posizionamento nei circuiti culturali tradizionali, l’on line ha condotto la scrittura in uno spazio sostanzialmente nuovo.

Nonostante la loro importanza, le scritture “native digitali” sono però anche le meno rintracciabili in una ricostruzione come questa, legata in qualche modo a un’idea di letteratura come prodotto eventualmente compiuto di meccanismi di rarefazione, come legittimazione riuscita o meno dei propri strumenti, come relazione con un dibattito condiviso o con un pubblico più o meno generico che, in effetti, proprio il passaggio alla rete mette in discussione. Anche per questo motivo, ogni storia della letteratura on line si scontra con almeno un paradosso. In uno spazio in cui vige la logica dell’accumulo anodino di contenuti ed in cui ogni contenuto equivale agli altri, la distinzione di alcuni filoni principali, di certe aree più significative di altre, comporta sempre un fraintendimento radicale, eventualmente necessario ma non per questo meno profondo. Ciò che si riesce ad individuare, nella caoticità della produzione continua e massiva, risulta, sempre, come una sorta di concrezione temporanea, una specie di razionalità locale, di perspicuità a breve raggio – quanto meno per l’effetto di distorsione che la sproporzione, tra ciò che si può realmente documentare e ciò che viene effettivamente prodotto sui circuiti della rete, introduce. Infine, ad una rappresentazione strutturata, che cerchi di intercettare le figure di ciò che è in corso in rete, si oppone un’ulteriore caratteristica della produzione on line e non solo, esprimibile attraverso la teoria della “coda lunga”, che vedremo più avanti e che polverizza la nozione di mercato di massa, destrutturandone il soggetto principale, ovvero il pubblico.

Nell’ottica che ci siamo dati per questa breve cronistoria, tuttavia, si devono segnalare almeno due figure, emblematiche in modi opposti ma complementari, che su Splinder aprono il proprio blog. Da una parte, lo scrittore Vanni Santoni che, negli anni successivi, diventerà autore Feltrinelli ma che inizia su Splinder un meticoloso apprendistato – e che, sempre on line, darà vita a SIC (Scrittura Industriale Collettiva), uno dei progetti di scrittura collettiva più ambiziosi al mondo. Dall’altra parte, il poeta d’avanguardia Biagio Cepollaro, esponente del Gruppo ‘93 (e, come tale, tra i primi a denunciare quella cristallizzazione dell’editoria tradizionale da cui siamo partiti), che all’interno di un percorso di più radicale autonomia, rispetto al dibattito letterario italiano, decide di mettersi “in orbita”[2] nel web, da dove condivide testi ed interventi propri, oltre a realizzare un puntuale lavoro di edizione digitale di autori inediti, di pubblicazione di riviste di critica militante e di riedizioni di libri “dimenticati”.

Tornando ai blog, la prima data veramente significativa è però il 2003, anno in cui viene fondato quello che poi si rivelerà essere uno dei più importanti blog letterari italiani e che, ad oggi, compone senza dubbio l’esperienza più complessa della scena letteraria italiana on line. Si tratta del blog collettivo Nazione Indiana.

Aperto da un gruppo estremamente eterogeneo (da Antonio Moresco a Dario Voltolini, da Tiziano Scarpa a Carla Benedetti, da Andrea Inglese a Helena Janeczek), Nazione Indiana trova una propria sintesi iniziale soprattutto nelle successive forti polemiche contro l’establishment editoriale e culturale italiano, contro quell’off line cristallizzato e irrigidito, che alcuni dei redattori imbastiscono. Come Genna, dalla sua rubrica, dava l’assalto ai maggiorenti dell’editoria nazionale, sulla cresta della propria prosa barocca e fantasmagorica, così, su Nazione Indiana, Benedetti denuncia il “genocidio culturale” in corso e Moresco, con i toni millenaristici del proprio radicalismo etico, richiama alla formulazione di una nuova comunità letteraria.

Se, come si è visto, la contrapposizione verso il circuito letterario tradizionale è un tratto ricorrente, la dimensione comunitaria costituisce la vera novità di questo blog, che la implementa in modo forte già a partire dal nome[3] e dalla composizione della propria redazione. Ne sfrutta le diverse voci e le diverse inclinazioni e dà luogo ad una polifonia peculiare, amplificata a sua volta dal numero altissimo dei commentatori che i post da subito richiamano. Allo stesso tempo, la dimensione comunitaria dimostra il maggior radicamento di Nazione Indiana negli spazi della rete, che non si riduce a mero circuito alternativo, ad una forma di surrogato della casa editrice o della rivista, ma si rivela come la sede adatta per lo sviluppo di una nuova logica culturale.

Fin da subito, tuttavia, tra la dimensione comunitaria, propria della rete, ed il motore polemico, orientato verso ciò che è fuori dalla rete, si genera una continua tensione. Se il secondo, in modo sottilmente paradossale, opera all’inizio come cemento fondativo della comunità virtuale nata attorno al blog, è la prima che richiama sulla home page di Nazione Indiana decine di migliaia di visitatori al mese che, tuttavia, nel medio termine, non possono sopportare il taglio fortemente identitario (e implicitamente gerarchico) che la polemica necessariamente introduce. Questa tensione tra identità, gerarchia e comunità è solo apparentemente anomala, data la natura peculiare delle comunità on line (che sono, come vedremo, inclusive, fluide e schizofreniche), e indica piuttosto un fraintendimento della pur giusta intuizione comunitaria da parte di chi cerca di costruire la comunità per egemonia ed esclusione.

L’equilibrio instabile tra i due orientamenti genera, negli spazi dedicati ai commenti, thread interminabili e flame furiosi e, in questo senso, dà luogo ad un circolo virtuoso, che produce ulteriore traffico e aumenta l’ampiezza della comunità. Alla fine, però, nel passaggio dal 2005 al 2006, dimostra di essere troppo volatile e, a fronte anche di un’ulteriore forzatura sul tema identitario da parte di alcuni redattori, in occasione della polemica sulla “restaurazione”[4], costituisce la causa di una rottura insanabile all’interno del blog.

È questo passaggio, ovvero la fuoriuscita di Moresco, Benedetti e Scarpa verso la webzine Il primo amore, e la ricostituzione di Nazione Indiana in Nazione Indiana 2.0, che sembra segnare in modo definitivo la formazione del web letterario italiano.

Da una parte, i soggetti più forti (in altri termini: gli autori comunque più importanti o più visibili e, quindi, dotati di una relazione più strutturata sia con i circuiti letterari tradizionali che con il pubblico) rielaborano la propria presenza on line in termini ridotti, riducendo quindi il valore strategico attribuitole, nella critica verso l’establishment e nel percorso di riposizionamento rispetto al dibattito letterario che hanno messo in atto. Contemporaneamente, rinunciano alla dimensione comunitaria (è sintomatica, in questo senso, l’assenza di uno spazio commenti su Il primo amore), cercando di ristabilire così anche alcune gerarchie o quanto meno dei confini tra i ruoli, diventati nel frattempo fluidi sotto l’azione della cosiddetta orizzontalità della rete. Dall’altra parte, quelli che rimangono amplificano la dimensione comunitaria, come vedremo meglio in seguito, venendo premiati in termini di traffico (le migliori performance, in termini di visite sul blog, si hanno successivamente alla rottura della redazione storica) e di articolazione della rete di relazioni che riescono ad istituire. Non rinunciano, comunque, ad un confronto puntuale con la realtà culturale esterna al web e, anzi, grazie all’autorevolezza costruita on line, riescono a conti fatti ad impostarla in modo ancora più radicale e articolato.

Questo passaggio definitivo, inoltre, è supportato e amplificato da una contemporanea fioritura di nascite e fondazioni di altri blog letterari. Nell’arco dei successivi cinque anni, infatti, gli spazi del web letterario italiano diventano ancora più ampi e articolati, trovando in alcuni luoghi una peculiare visibilità. Si tratta principalmente di Absolute Poetry (poi AbsoluteVille), GAMMM, La poesia e lo spirito, Alfabeta2, Doppio Zero e Le parole e le cose che, insieme a diverse webzine letterarie e ai vari blog e siti di singoli autori, si dispongono in una rete sempre più complessa, sempre più frequentata, e dalla produzione sempre più strutturata e rigogliosa.

Fin dall’inizio, lo spettro della produzione offerta da questo sistema di siti, blog e pagine personali si dimostra estremamente eterogeneo: si passa da scritture liriche e neoliriche, che riprendono la tradizione novecentesca o anche antecedente, a traduzioni sia di contemporanei che di classici, dal recupero degli stilemi delle avanguardie, delle neoavanguardie e della sperimentazione in genere, alla narrativa e al romanzo, dalla scrittura di attualità (legata al reportage e al giornalismo), alla poesia visiva, alla slam poetry e così via.

L’eterogeneità degli stili, degli atteggiamenti e, in effetti, anche della qualità dei contenuti, è un tratto che colpisce immediatamente. Sulla rete, le diverse scritture a cui un ambito culturale come quello italiano può dare luogo, dalla non fiction, dal romanzo mainstream e dai testi sperimentali alle poesie da vanity press, alla critica ad orecchio e alle produzioni tipiche di ogni “sottobosco” di provincia, hanno scoperto una contiguità che prima era difficilmente ipotizzabile (non venendo, per altro, nemmeno auspicata). I circuiti, in forza della strutturazione per comunità, non si confondono automaticamente ma, per la stessa logica, si trovano sempre più spesso ad un solo “click” di distanza, grazie alla molteplicità di appartenenze di cui ogni soggetto che accede alla rete viene dotato. In questo senso, colpisce ugualmente il continuo moltiplicarsi di nuovi blog e di nuovi siti, gli spostamenti dei soggetti da uno spazio all’altro, oppure il loro partecipare, appunto, a più comunità contemporaneamente, magari con ruoli diversi (di blogger, di autore dei contenuti e di commentatore) oppure “specializzandosi” nel ruolo di commentatore, magari nella figura del cosiddetto troll[5].

Si noti come questa estrema diversificazione, questa proliferazione rizomatica e questo scambio continuo siano l’espressione più visibile di quell’equivalenza dei contenuti e di quell’accumulo anodino a cui si è accennato. Il web non si è specializzato su alcuni generi o su alcune tipologie di produzione letteraria né ha richiesto che la formulazione dei canoni, dei gruppi o delle aree di interesse che vi si sono generati si basasse su una logica esclusiva. Di tutte e di tutti ha avuto bisogno e ad ogni scambio ha dato supporto, al fine di riempire i propri spazi e mantenere i propri traffici. Le stesse caratteristiche sono, per altro, anche l’indice del fatto che lo sviluppo della rete è la risposta ad un bisogno generalizzato, non riconducibile tanto ad un settore, in questo caso, della produzione letteraria ma, piuttosto, ad una sorta di urgenza collettiva – che, nello specifico, evidentemente travalicava le possibilità delle istituzioni letterarie vigenti.

In forza della sempre maggiore ampiezza dei suoi circuiti e dell’autorevolezza ormai riconosciuta di molti dei soggetti che vi operano, il web letterario è riuscito, in più di un’occasione, a far ricadere sui circuiti dell’off line, nel frattempo molto meno indifferenti alle vicende della rete, i propri contenuti. Sono ormai diversi, anche se non frequentissimi, i casi di autori o dibattiti formatisi in rete ed usciti verso i circuiti dell’industria culturale tradizionale. Con una casistica che va da estemporanei casi editoriali come quello di Babsi Jones e del suo Sappiano le mie parole di sangue[6] (sponsorizzato, per altro, da Giuseppe Genna) a raccolte di nicchia come Prosa in prosa[7], espressione di parte del lavoro teorico e stilistico di GAMMM, inizia a formarsi un canale di comunicazione tra web ed editoria tradizionale. Rimane ancora da comprendere, tuttavia, se la stessa editoria tradizionale si stia limitando a sfruttare il bacino della rete, per soddisfare la propria inesausta sete di novità a scaffale, oppure se davvero i due ambiti stiano tendendo alla fusione in un nuovo circuito allargato.

L’esempio più eclatante di questa relazione è sicuramente Gomorra, il libro di Roberto Saviano, che da materiale postato su Nazione Indiana è diventato prima un best seller mondiale e poi un film, mentre l’autore veniva trasfigurato mediaticamente nell’icona della legalità e della lotta al crimine organizzato. Si noti, tuttavia, che nonostante le dimensioni del “fenomeno Saviano” e quindi l’amplificazione che i tratti della sua figura hanno subito, la sua origine on line è completamente obliterata, indicando, da una parte, che in effetti tra i diversi circuiti mediatici probabilmente non esiste ancora un rapporto pacificato e, dall’altra, che la relazione che viene instaurata tra autore e comunità di lettori sulla rete non resiste alla trasfigurazione iconica dell’autore e alla verticalizzazione delle relazioni che questa introduce.

Concludendo, si arriva così all’oggi, nel 2012, in un quadro che potremmo definire sospeso. Accanto alla percezione di una saturazione dell’offerta della rete letteraria, all’aumento comunque costante della produzione di contenuti ed all’ulteriore evoluzione generale della presenza on line attraverso i social network (il “mostro” Facebook che ingloba tutto) e il microblogging, sembra esaurita la spinta della ricerca in internet di un’istituzione letteraria alternativa, come indica il fatto che le ultime iniziative di critica e riforma dell’establishment culturale italiano (si veda, per esempio, il gruppo raccolto attorno ai manifesti della cosiddetta Generazione TQ) non puntano certo sulla rete come piattaforma strategica. Rimane, per altro, ancora indecisa la vicenda dell’editoria digitale e della diffusione degli ebook. Nei prossimi anni è probabile che, sia per il web letterario militante come per la produzione più generale di contenuti, la relazione tra la produzione on line e la diffusione di device come tablet pc o ebook reader avranno una ricaduta estremamente significativa e che il quadro appena abbozzato andrà interpretato in modo diverso.

Si mantiene sullo sfondo, infatti, l’idea che gli ultimi dieci anni siano solo una fase di transizione, in realtà non ancora terminata, verso una nuova strutturazione generale dell’industria culturale e della cultura in quanto tale. Come due secoli fa la nascita dell’industria editoriale ha trasformato la letteratura in gran parte dei suoi aspetti e, più in generale, la meccanizzazione ha avuto ripercussioni capillari sulla cultura e sulla società, allo stesso modo è immaginabile che la connessione massiva alla rete darà vita ad uno scenario che per ora è davvero difficile prevedere.

La logica culturale del user-generated content

Se è difficile immaginare, ora, le articolazioni concrete di quello che sarà il sistema culturale e letterario dei prossimi dieci o venti anni, e di come e quanto inciderà la virtualizzazione e la messa in rete di parti sostanziali delle nostre attività e relazioni, è comunque possibile, dagli sviluppi a cui abbiamo assistito fino ad oggi, estrapolare alcune caratteristiche che sembrano strutturali. Proviamo a vederle di seguito, partendo dalla nozione di user-generated content, ovvero di contenuto generato dall’utente.

Questa espressione, che nasce nell’ambito del web publishing e dei nuovi media in genere, designa i testi, le immagini, i video e quant’altro le persone che si iscrivono ai vari servizi on line, o che comunque accedono alla rete, mettono su internet. Presenti fin dai primi anni dello sviluppo di internet, oggi i contenuti generati dagli utenti (o UGC) sono arrivati a comporre la quasi totalità di ciò che è reperibile on line. Esempi di UGC sono i video caricati su YouTube o Vimeo, le voci delle diverse Wikipedia, le recensioni postate su Amazon, LibraryThing o IBS, le immagini archiviate su Flickr o 4chan, gli ebook leggibili su Scribd, le notizie diffuse via Twitter, le canzoni messe in streaming su MySpace e, ovviamente, i materiali condivisivi su Facebook o sui vari siti e blog (per non parlare delle chat e delle email, il cui status di contenuto, dissimulata dall’apparente natura privata degli scambi in cui si producono, rimane comunque tale).

Nel corso degli anni, l’espansione di questa tipologia di contenuto ha seguito, di pari passo, la sempre maggiore accessibilità economica della rete e della tecnologia necessaria alla connessione. Allo stesso modo, il loro sviluppo è stato coerente con il potenziamento di internet in termini di infrastrutture, grazie al miglioramento e alla diversificazione dei canali di telecomunicazione e all’implementazione di reti a banda larga, anche per l’utenza casalinga. Entrambi i fattori, chiaramente, hanno permesso a sempre più persone di fare sempre più cose on line.

Oltre a tutto, l’UGC si è inscritto in modo positivo nello sviluppo sia tecnico che concettuale delle caratteristiche proprie dell’on line, per come si è andato configurando fino ad oggi. In effetti, la progettazione centrata sull’utente, l’interattività e la condivisione, che sono le direttrici di tale sviluppo e che si ritrovano, insieme ai loro effetti, a vari livelli (dal layout delle interfacce dei software alla definizione delle policy di utilizzo dei servizi), finiscono per implicare i contenuti generati dagli utenti come uno dei “luoghi” in cui la loro logica si dimostra.

Nella loro azione congiunta, infatti, sono sempre orientate a massimizzare l’accesso alle piattaforme di rete, lo scambio lungo i loro circuiti e la partecipazione alle comunità che vi si generano. Così, se da una parte chiariscono come la rete sia una piattaforma di comunicazione ancor più che di archiviazione (e questo spiega, per altro, l’enorme entusiasmo con cui le persone vi si sono connesse), dall’altra evidenziano come gli UGC, oltre ad essere fondamentali per una comunicazione basata sullo scambio, appunto, siano anche il frutto di razionalità profonde e di necessità strutturali dell’ambiente in cui vengono creati ed in cui circolano.

Tuttavia, al di là del peso che può avere la nozione di contenuto generato dall’utente nell’ambito dei nuovi media, per quel che riguarda le questioni affrontate in questo saggio la stessa nozione ci è soprattutto utile, almeno in prima istanza, per descrivere la trama fine del nuovo circuito della produzione letteraria. Ci dice, infatti, che cosa sono i singoli testi una volta apparsi sulla rete e a che cosa viene ricondotta, su internet, la scrittura.

In questo senso, i termini sono già chiari: dal punto di vista del contesto in cui si produce, diffonde e fruisce, la scrittura letteraria on line è un contenuto generato dall’utente. Qualunque sia la strategia retorica ed il progetto letterario su cui si fonda un dato testo, esso viene accolto dalla rete in quanto contenuto, l’unico “oggetto” che la rete riconosce. E, allo stesso modo, il suo autore o chi si è incaricato di metterlo on line, per la “rete delle reti” è un utente, un operatore che genera una connessione, al di là del ruolo che gioca o che giocherebbe nell’ambito di circuiti letterari più tradizionali.

Già solo queste considerazioni ci dovrebbero spingere ad un ripensamento anche radicale della letteratura, nel momento in cui viene coinvolta nel passaggio alla rete. Non è certo sull’indifferenziazione, infatti, che si basa l’idea che ne abbiamo. E, tuttavia, queste considerazioni, come anche la nozione stessa di UGC, assumono un significato più pieno ed esemplificativo se viste in prospettiva. Proviamo a fare un passo indietro.

Nel famoso articolo del 1984, Postmodernism, or The cultural logic of late Capitalism, Fredric Jameson segnalava che:

 

What has happened is that aesthetic production today has become integrated into commodity production generally: the frantic economic urgency of producing fresh waves of ever more novel-seeming goods (from clothing to airplanes), at ever greater rates of turnover, now assigns an increasingly essential structural function and position to aesthetic innovation and experimentation.

 

Questo, come è noto, è il quadro socioeconomico generale in cui, stando a Jameson, si instaura una fase specifica della nostra cultura, ovvero il postmoderno.

Il concetto di postmoderno è stato ampiamente dibattuto e più volte interpretato, sostenuto o attaccato. Non è certo questa la sede per riprendere una polemica ormai datata e, quindi, non entreremo nel merito dell’esistenza, da alcuni considerata chimerica, di qualcosa come il postmoderno. La citazione, tuttavia, sembra essere calzante in quanto, stando alle evidenze, la “frantic economic urgency” rilevata da Jameson, nel corso degli ultimi decenni non ha certo fermato il suo moto. Anzi, si può dire che ha eventualmente accelerato, generando anche, nei suoi passaggi più recenti, quella specie di catastrofe semiotica che è la produzione di contenuti sul web.

La differenza introdotta, rispetto alla nascita del postmoderno, sarebbe un ulteriore salto di scala, ovvero il numero ancora più ingente dei prodotti di cui si ha necessità. Questa necessità numerica sopravanza ogni altra, compresa quella della novità (dei “novel-seeming goods” descritti da Jameson) che ancora, nel quadro del postmoderno, mantiene una propria funzione discriminante per cui, anche se ricondotti ai bisogni della circuito economico, l’innovazione estetica e tutto ciò che vi si collega in termini di ruoli e strumenti sono mantenuti. Con il passaggio alla rete, l’urgenza effettiva è quella dell’accumulo massivo e anodino di contenuti, al di là del loro grado di novità e al di là dell’innovazione che possono comportare, abbandonando definitivamente l’onda lunga di un’estetica modernista già cristallizzata nel quadro jamesoniano. Addirittura, ed è questo l’altro tratto che sembra particolarmente significativo, la quantità di prodotti richiesta è talmente smisurata che si è allargata la base dei produttori riconosciuti, introducendo nel ciclo di produzione anche il cosiddetto contenuto generato dall’utente, ovvero i prodotti di chi, fino a ieri, componeva il pubblico, l’oggetto e il bersaglio della produzione, dando luogo ad una specie di paradossale ribaltamento.

Per avere un’idea dell’immensa produzione che il ciclo che stiamo considerando comporta, possono essere utili alcuni numeri. A luglio 2012 esistevano più di 600 milioni di siti web[8]. Il numero dei blog non è censito in modo chiaro ma, ad oggi, ammonta sicuramente a diverse decine di milioni (solo la piattaforma WordPress.com ne ospita, al luglio 2012, 54 milioni[9]), dando luogo ad una massa di fonti di diffusione in grado di produrre centinaia di nuovi post al minuto (sulla piattaforma Tumblr, per esempio, già nel 2010 si è raggiunta la media di 18 nuovi post e 5 reblog al secondo[10]). Su Twitter, nel 2011, si è arrivati a postare 200 milioni di messaggi al giorno[11]. Su Facebook, infine, nel 2012 si stimano 955 milioni di utenti attivi di cui oltre 500 milioni attivi su base giornaliera[12].

Possiamo dunque dire che l’economia che tiene in piedi il web si configura come un’offerta realmente sterminata di contenuti multimediali, dal testo all’audio, al video, e che questi contenuti, come si è detto, sono in gran parte prodotti dagli utenti. Messi a disposizione on line, attraggono il pubblico o, meglio, altri utenti, che, a loro volta, producono nuovi contenuti e così via. Questo circolo virtuoso genera il traffico che viene venduto agli inserzionisti, secondo una modalità che, se non è la sola fonte di reddito on line, è certamente la più caratteristica, insieme alla raccolta e l’elaborazione dei dati di navigazione, delle statistiche e dei comportamenti on line, l’altra faccia della valorizzazione del traffico. Esempi di questo ciclo economico sono rappresentati da piattaforme di blogging come WordPress.com, da portali di condivisione come YouTube, Flickr o Scribd e da social network come Facebook ma anche, pur esulando dalle questioni che stiamo trattando e con modalità specifiche, da piattaforme di servizi on line come Google (che, oltre a inglobare YouTube, offre un servizio di email, una piattaforma per il blogging, un social network, un feed reader e così via). In tutti questi casi, l’attività dei fruitori-produttori richiama altri fruitori-produttori dando luogo ad un aumento esponenziale nell’offerta di contenuti e ad un amplificazione del traffico, dei suoi circuiti e delle comunità a cui dà luogo.

Si noti, comunque, che le immense quantità di contenuti “autoprodotti” di cui stiamo parlando non sono riducibili alla loro mera risultanza economica – tale per cui si potrebbe dire che gli ignari utenti della rete sono stati completamente assoggettati alle logiche produttive, e indotti alla produzione di plusvalore anche nel tempo libero e durante le pratiche creative e sociali, che vengono loro ulteriormente alienate. Una lettura di questo genere, per altro accettabile (tanto più sapendo che la “monetizzazione” delle relazioni sociali e del tempo libero è iniziata ben prima dello sviluppo della rete ed ha visto picchi recenti, per esempio, anche nella logica del brand o del viral marketing), perde comunque di vista il fatto che le cifre mastodontiche evidenziate più sopra individuano anche un’evidente “volontà di dire” nelle persone, che in grandi masse[13] si sono connesse a internet, lo frequentano assiduamente e ne popolano i database con le proprie immagini, i propri commenti, i propri testi e così via.

Inoltre, come ho già accennato, questi stessi numeri rispondono alle logiche strutturali della rete in quanto tale. Bisogna tenere sempre presente, infatti, che internet, anche al di là delle specifiche politiche di implementazione che sono state seguite (la centralità dell’utente, l’interattività e la condivisione), è essenzialmente un sistema mondiale di comunicazione tra elaboratori elettronici, ovvero tra sistemi di gestioni di dati (cioè, secondo il nostro ragionamento, contenuti): tutto ciò che fa è gestire dati in remoto, spostandoli tra server diversi e tra server e client, coprendo con i suoi traffici l’intero pianeta. L’immensa quantità di contenuti di cui stiamo parlando, a ben vedere, è anche l’ovvia attività della piattaforma globale a cui abbiamo dato vita a partire dalla fine degli anni ‘60.

Qualunque sia l’interpretazione che vogliamo darne, questo volume davvero impressionante di produzione e di scambio segna un passaggio epocale rispetto alla storia della produzione culturale. Già la meccanizzazione della stampa e poi l’industrializzazione dell’editoria hanno fatto saltare l’equilibrio tra produzione e fruizione (sono di antica data le polemiche sulla straripante offerta editoriale, sui “troppi libri” che non riusciremo mai a leggere). Allo stesso modo, le varie tecniche di riproduzione dell’immagine e del suono hanno modificato completamente la nostra cultura. Ora, con il passaggio alla rete, il salto di scala è vertiginoso: la produzione, per quanto umana, si presenta immediatamente con tratti e dimensioni sovrumani, lasciando davvero perplessi rispetto a quello che potranno essere i futuri sviluppi culturali ma anche, verrebbe quasi da di dire, antropologici.

La logica dell’accumulo sterminato di contenuti, inoltre, ha almeno due conseguenze che vale la pena esplicitare meglio.

La più significativa, e ribadita più volte, è sicuramente la validità semi-automatica[14] dei contenuti stessi: una volta superato anche il parametro dell’innovazione, della novità, la sola irriducibile presenza on line è sufficiente a dare loro uno statuto riconosciuto nel proprio circuito di distribuzione. I contenuti on line, cioè, non sono validi perché prodotti da qualche soggetto legittimato oppure perché hanno caratteristiche formali specifiche ma, fondamentalmente, perché rispondono ai bisogni dell’accumulo, perché la vocazione di archivio universale della rete li riconosce come elementi necessari al proprio patrimonio documentario.

Va notato fin da subito, tuttavia, che la metafora dell’archivio dimostra un certo grado di inadeguatezza, dato che l’accumulo anodino dei contenuti contraddice la natura ordinata di ogni archivio. In rete, in effetti, l’ordine è sempre a posteriori ed è il frutto diretto della connessione e dell’attività dell’utente che la genera. Prima di essere provocata dall’azione dell’utente (che la interroga o vi naviga o vi aggiunge un ulteriore elemento) la massa dei contenuti rimane sospesa in una specie di sfondo/contesto di equivalenza, riordinabile in funzione dell’interazione prodotta. La rete, in questo senso, non è uno spazio autonomo ma proiettivo.

È stato spesso segnalato, per esempio, come gli algoritmi di risposta di Google modellino le proprie liste di risultati in funzione dei dati che hanno precedentemente registrato rispetto all’utente che inserisce la query. Questa modalità vale come indicazione rispetto alla natura dell’interazione tra utente e rete. La stessa fortuna di Google, per altro, è un indizio che svela la natura della rete e della nostra presenza nei suoi circuiti. La sua interfaccia minimale privilegia la ricerca per parole chiave, cioè un’interrogazione che proietta sulle informazioni la propria sintassi (ovvero quella formulata dall’utente) piuttosto che un’interrogazione che si modella sull’ordine esistente, come nel caso di indici o di classificazioni. Come tale, ha segnato, con la sua comparsa, un passaggio decisivo rispetto ai motori di ricerca precedenti, ancora orientati alla categorizzazione e all’ordinamento per directory (semantiche, geografiche o formali) dei siti e delle risorse, per cui l’insieme dei contenuti on line veniva riportato ad una mappatura statica.

Per altro, come si è detto, internet è prima di tutto una piattaforma di comunicazione e come tale subordina l’archiviazione ai propri traffici, promuovendo le comunità, a cui gli scambi danno luogo, a vero principio ordinatore. Sono appunto i circuiti di interazione e condivisione che disegnano, nell’immensa e per lo più nascosta galassia di internet, le geografie percorribili e gli ordini per raccogliere, indicizzare e recuperare i contenuti. Gli scambi tra utenti, i circuiti spontanei o progettati che si generano tra siti e blog, i meccanismi del reblog, del retweet, della condivisione o comunque il riutilizzo di contenuti messi on line da altri, instradano il traffico degli utenti lungo le aree disegnate dalle loro relazioni, individuando regioni sufficientemente coerenti e riconoscibili ed aggregando i contenuti che in quelle regioni si distribuiscono.

Quello che bisogna soprattutto notare, tuttavia, è che internet non è una specie di meccanismo di self-publishing totalitario o l’epifenomeno di una sorta di elefantiasi culturale globale (o, addirittura, di una conversione della democrazia in partecipazione a bassa intensità). Piuttosto, bisogna comprendere che l’accumulo anodino dei contenuti a cui la rete dà luogo risponde essenzialmente all’irriducibile singolarità dei discorsi, all’arbitrarietà degli atti che li generano, alla loro natura di evento, transitoria e discontinua. Grazie alle proprie capacità di registrazione, tali come non ce ne sono mai state nella storia dell’uomo, la rete fornisce gli strumenti per gestire la condizione aleatoria della produzione di senso, la sua consistenza pulviscolare, la caoticità della sua distribuzione.

È questa idoneità a mantenere una relazione puntuale con la produzione individuale dei discorsi che sembra essere il fondamento del processo stesso di accumulo e che genera la validazione semiautomatica di ciò che viene messo on line. Allo stesso modo, è questa inedita capacità di memorizzazione che rappresenta il vero mutamento radicale, fornendo per la prima volta al sapere e al fare umano una tecnologia di archiviazione che ci libera da ogni necessità di scelta su ciò che è importante registrare e tramandare.

E non solo la rete risponde, per vocazione, alla natura evenemenziale della produzione di senso ma vi investe in modo radicale, facendo tesoro sia del minimo scarto, della variazione sul tema o della risultanza abnorme, sia della ripetizione, della ridondanza, della duplicazione estenuata. Quello che valida l’apparente ed effettiva inanità, lo spontaneismo come anche la pochezza, l’oscenità, l’idiozia di buona parte della produzione on line è la capacità stessa della rete, dei suoi database, di contenerla, di trasmetterla, di preservarla.

L’importanza della dimensione dell’evento, che caratterizza la rete, è evidentemente anche il tratto che la lega nel modo più significativo agli altri media elettrici, come la televisione o la radio. E, tuttavia, declinato nei termini del reperto, della traccia, della stratificazione, del ritrovamento, il contenuto on line sviluppa, come vedremo, una propria specifica dimensione temporale che caratterizza tutta la sua produzione. Allo stesso modo, come la televisione e la radio, anche la rete imposta la fruizione di ciò che viene messo on line in termini di flusso e al flusso riconduce anche contenuti che non lo prevedrebbero (come i testi letterari, che tendono a ridursi in dimensioni e in coerenza e che vengono, non solo metaforicamente, smembrati, scomposti, ridotti ai propri brani ed alle proprie citazioni). E tuttavia questo flusso è più complesso, stratificato, con fenomeni locali di coagulo, di loop, essendo possibile in ogni momento la continua rilettura, la fruizione reiterata, il richiamo dallo sfondo/contesto dell’accumulo (per esempio, attraverso l’ulteriore circolazione del singolo contenuto all’interno di questa o di quella comunità).

Nei termini dell’accumulazione anodina, infine, ogni contenuto non solo è valido di per sé ma equivale, in modo apparentemente paradossale, ad ogni altro. In effetti, il godimento del contenuto on line, sulla base di quella evenemenzialità appena segnalata, si fonda sulla singolarità del contenuto stesso, che nel flusso degli altri contenuti punteggia, con la propria unica istanza, un orizzonte di continue fattispecie. In questo senso, sembrerebbe che la somma astronomica delle informazioni, il loro attraversamento, la loro manipolazione e l’accesso alle loro sedi diventino le articolazioni di una specifica dimensione del piacere. Qualunque esperienza prolungata di navigazione in rete, infatti, si basa sul desiderio di sapere, sul piacere del significato, sulla consumazione del dato, sulla tensione della scoperta, sul capriccio della curiosità.

Tuttavia, la logica del database, del motore di ricerca, della navigazione e delle query, riduce ogni dato alla condizione di quello sfondo/contesto su cui proiettare la sintassi dell’interrogazione e gli ordini a posteriori che genera. Per quanto irriducibile, dal punto di vista dell’accumulo generale il singolo contenuto viene neutralizzato. È come se, in rete, ci fosse un difetto di messa a fuoco: si vede sempre o da troppo da vicino (nel godimento del singolo contenuto) o da troppo da lontano (navigando il grande sfondo dei contenuti). Molto probabilmente è questa assenza di un livello intermedio, di una mappatura in scale meno estreme, che genera quel senso di disagio che caratterizza molte delle prime esperienze di navigazione e interrogazione della rete.

Forse sono le comunità che possono rappresentare qualche tipo di livello intermedio, ordinando secondo i propri scambi porzioni relativamente ridotte dell’universo dei contenuti. E, tuttavia, non potrebbero mai avere il valore oggettivo di una mappatura, per quanto abbozzata e schematica. Le comunità on line semmai sono l’esatto opposto di una mappa, riproducendo a livello di organizzazione quella vocazione alla singolarità di cui si è appena detto. Se la mappa è una rappresentazione standardizzata del territorio, implicandone quindi la sua riduzione ad un metro estrinseco, la comunità tende all’autonomia, cancellando ciò che è fuori da sé e rappresentando il proprio territorio come la totalità dello spazio.

In ogni caso, il paradosso tra l’irriducibilità e l’equivalenza, come si è detto, è solo apparente. Le dimensioni dell’accumulo implementate dalla rete non possono introdurre un discrimine secondo cui vagliare i contenuti perché ciò comporterebbe l’eventuale rinuncia ai contenuti inadeguati secondo quello stesso discrimine. Per cui ogni contenuto vale quanto un altro. Ma, allo stesso modo, la vastità delle dimensioni di accumulo deve prevedere la raccolta dei materiali più minuti, la cui individuazione è riportata ad un reticolo talmente fitto che non può che esaltarne la singolarità.

Rispetto all’equivalenza dei contenuti, è interessante notare anche come il testo letterario, sul web, perda la propria separatezza logica dagli altri testi. Nel corso di una ricerca fatta su Google, infatti, il dato sintagma su cui si basa la nostra interrogazione non ha l’indice “poesia” piuttosto che “articolo scientifico”, “diario personale”, “manuale fai-da-te” ma viene proiettato sull’intero patrimonio archiviato. Conseguentemente, i risultati che ci vengono forniti sono riportati ad una sorta di condizione linguistica amorfa: come si è detto, le distinzioni e quindi gli ordinamenti a priori (di carattere formale o di altro genere) sono sospesi a favore dell’ordinamento a posteriori generato attorno alla query. È l’interrogazione dell’utente che diventa cardine e non più la differenziazione negli ordini dei discorsi.

Siamo di fronte ad una specie di collasso definitivo della matrice formalista, che distingue tra linguaggio poetico e linguaggio comune, come anche di tutti gli approcci differenzialisti alla produzione di discorsi (non ultime l’idea di “qualità” riferita alla produzione dell’industria editoriale e la persistente metafora dello scrittore artigiano). Costruiti sulla nozione di linguaggio poetico come lingua “altra”, ora si devono misurare con testi destinati ad uno spazio in cui la logica neutralizzante dei motori di ricerca ed il grado zero della riduzione a contenuti consumano qualunque differenza tra i discorsi.

Inoltre, in riferimento alla questione del postmoderno citata più sopra, è interessante notare che il massiccio ricorso ai contenuti generati dagli utenti, e le dinamiche che essi implicano, comportano un passaggio ben più radicale che non l’azzeramento delle differenze tra cultura “alta” e cultura “bassa” a cui il postmoderno, tra le altre cose, sembrava aver dato luogo. Nel momento in cui ogni prodotto estetico viene riportato al grado zero del suo valore di contenuto, non solo ogni gerarchia corrente viene smontata ma si deve accettare anche l’impossibilità di istituirne altre. Quello a cui si dà luogo non è una rielaborazione, anche radicale, del canone ma la generazione di un contesto in cui il canone non è istituibile. O, meglio, in cui ogni canone è costituibile.

Per altro, si deve anche notare che non solo cadono le distinzioni tra i testi ma anche tra testi, immagini, musica e video. Se la letteratura è un’arte della parola, l’arte della “produzione di contenuti” non è legata in modo specifico a nessun codice e vi si affollano immagini con scritte, video con didascalie, audioregistrazioni, produzioni di poesia visiva e di asemic writing. La distinzione tra testo, immagini e musica viene mantenuta in relazione ad alcuni grandi portali di condivisione di specifiche tipologie di contenuti (per esempio YouTube per i video e la musica, Flickr per le fotografie, Scribd per i testi) ma, poi, nella pratica quotidiana della produzione e della condivisione dei contenuti, all’interno del singolo blog o della propria pagina Facebook, la commistione dei codici è generalizzata. E questo nonostante lo spazio della rete sia uno spazio eminentemente scritto (basti solo pensare al linguaggio HTML che genera le pagine web) ed in cui gli ordini che vi si possono costituire siano riconducibili comunque alla parola (attraverso le espressioni usate nelle query o nei tag impiegati per indicizzare i contenuti e così via).

Dalla validità semiautomatica dei contenuti, figlia dell’accumulo anodino degli stessi, deriva anche la validazione degli utenti che li producono. È questa l’altra conseguenza particolarmente significativa a cui il passaggio alla rete dà luogo ed è questo il senso proprio del superamento del pubblico che l’impiego degli UGC comporta. Gli utenti accedono, in quanto operatori, ad una modalità attiva di partecipazione ai circuiti mediatici e culturali e sono riconosciuti nel loro ruolo di produttori di discorso senza bisogno di alcun meccanismo di selezione. La loro legittimazione è in funzione della semplice connessione alla rete e alle sue piattaforme di produzione e di scambio.

Va ribadito che questo passaggio non è una mera forma di ipertrofia ma compone il tratto specifico, e del tutto coerente, di una logica culturale che vede nell’accumulo dei contenuti la propria priorità, anzi: la propria necessità. Il requisito della novità, a cui ancora faceva riferimento il Jameson da cui siamo partiti, per quanto effimero possa diventare come parametro formale richiede comunque la padronanza di un canone e del bagaglio di strumenti teorici e tecnici a cui lo stesso canone fa da supporto. Questa padronanza, quantomeno pratica, a sua volta implica un ruolo, quello dell’artista per intenderci, che la possiede o la dovrebbe possedere tra le proprie competenze. A sua volta, il ruolo dell’artista è il risultato di una differenziazione interna che connota un’implementazione peculiare di ciò che siamo soliti chiamare “cultura” e che, tra le altre cose, prevede il ruolo del pubblico come separato e specializzato nella fruizione degli “oggetti culturali” che gli artisti producono. Se viene a mancare il primo requisito, se ogni parametro formale perde di importanza e conta solo l’accumulo dei contenuti, tutto ciò che vi è collegato, nella logica del sistema a cui appartiene, perde di senso e consistenza. Se non scompare del tutto, risulta come minimo ineffettivo. Da questo punto di vista, allora, l’accesso al ruolo di produttore da parte di chi compone o componeva il pubblico diventa ovvio, dato che vengono a cadere i prerequisiti che distinguevano, in linea teorica, gli artisti dal pubblico, appunto.

Certamente l’indebolimento dell’importanza delle competenze non è il solo motore della migrazione in massa verso la produzione di contenuti a cui stiamo assistendo: un ruolo decisivo è svolto dagli effetti di amplificazione della propria soggettività che la connessione introduce, oltre che dal gioco sociale che lo scambio dei contenuti permette. E tuttavia quello che conta è soprattutto il fatto che, una volta che la tecnologia di registrazione su cui si appoggia la rete fornisce lo strumento per un tracciamento puntuale della produzione di discorsi, tale da non imporre la necessità di una scelta, e quindi di una gerarchia, sui discorsi stessi, la figura del produttore legittimo, che funzionava come uno dei meccanismi di scelta e gerarchizzazione, si svuota. Essendo, strutturalmente, ogni discorso legittimo, ogni fonte è legittima.

Da un punto di vista estetico, dal punto di vista della letteratura e degli strumenti per averne nozione, è ovviamente questo l’aspetto più significativo. Dovrebbe essere chiaro, quindi, che non stiamo parlando dell’ultima spiaggia di una cultura di massa ormai completamente scomposta; semmai della “prima spiaggia” di ciò che viene dopo la cultura di massa ed è a questa novità che dovremmo soprattutto porre attenzione.

È chiaro anche, d’altra parte, che per quel che riguarda la produzione letteraria uno sviluppo di questo tipo è, almeno in potenza, dirompente, sia rispetto allo scenario a cui siamo abituati, sia rispetto agli strumenti di lettura di cui ci siamo provvisti finora. Se fino a pochissimi anni fa era normale fissare dei ruoli ben precisi (gli autori, il pubblico, i mediatori) e dei flussi che li legavano in schemi di relazione relativamente leggibili (e su cui, eventualmente, innestare una serie di analisi critiche), in uno scenario come quello che ci presenta la rete lo spaesamento è immediato. Soprattutto quel soggetto più o meno fantasmatico e ipostatizzato che era il pubblico (declinato eventualmente, secondo i dibatti e le posizioni, anche come popolo, nazione o gente) e sulla cui presenza più o meno muta si è costruita una parte non secondaria delle nozioni moderne di autore, di opera d’arte e di cultura, si dissolve in un pulviscolo autoriale, in una specie di insorgenza mediatica diffusa, più partecipativa che creativa ma comunque gestita in prima persona, attivamente e non in termini di mera ricezione. Attraverso la produzione di contenuti, milioni di soggetti si sono riposizionati rispetto al sistema generale di quello che siamo soliti intendere per cultura (o, nello specifico del nostro caso, letteratura) e di colpo il sistema si è squilibrato, portato oltre le proprie forme da chi è andato oltre il proprio ruolo.

Non si tratta, è ovvio, del fatto che queste persone abbiano rinunciato al ruolo di fruitori. Al di là dell’impossibilità di una tale rinuncia, la questione è piuttosto l’ampliamento del proprio ambito di azione a cui hanno assistito. Coerentemente con l’espansione della propria soggettività, prodotta dalla connessione, coerentemente con la centralità del loro ruolo di utente e con le priorità di interazione e condivisione che la rete si è data, si sono viste fornire gli strumenti e la legittimazione per prendere la parola, vedendo riconosciuta anche la legittimità di quella stessa parola. Di conseguenza hanno fatto nascere una nuova soggettività nel campo della produzione dei discorsi: la soggettività propria a chi partecipa ad un processo generalizzato di produzione e di scambio.

In altri termini, il convitato di pietra di ogni discussione e produzione estetica moderna, in cui si specchiavano gli autori e le correnti (magari per rifuggirlo e rinnegarne l’immagine), stanato e plasmato dal mercato, segmentato dal marketing ed evocato nei lamenti o nei peana dei diversi attori dell’industria culturale, è ora, almeno on line, evaporato, lasciando al suo posto una specie di happening diffuso, che si espande nelle dimensioni ciclopiche di questo nuovo ciclo di produzione-fruizione, rispetto al quale gli attori tradizionali (gli autori, i critici, gli editori) hanno spesso la sensazione di un’alterità troppo radicale. Una perplessità che, negli effetti, riguarda soprattutto il proprio ruolo, dato che, come tutti, anche loro vengono investiti da questa rimodulazione del sistema culturale e, se da una parte percepiscono i vecchi ruoli come inadeguati (cosa che, ovviamente, non impedisce loro di ribadirli più o meno ostinatamente), dall’altra spesso non sanno come operare con i nuovi ruoli a disposizione.

È vero, d’altra parte, che sotto certi aspetti il circuito economico e culturale instaurato on line tra fruizione e produzione può presentare delle analogie rispetto ai circuiti a cui siamo abituati, principalmente quello dell’editoria o quello della radiotelevisione. Questo potrebbe spingere a considerare azzardata l’ipotesi di un superamento del pubblico che, anzi, verrebbe canalizzato in quelle che sembrano solo versioni avanzate di un’industria culturale da sempre in evoluzione. E, tuttavia, la differenza di scala nel ciclo di produzione e fruizione, e la logica che le nuove dimensioni introducono, dimostrano come sia strutturalmente diverso.

L’economia della televisione, per esempio, ed il suo circuito, si basano certo sull’offerta di contenuti gratuiti nei palinsesti[15] che attirano le cosiddette “teste” (il pubblico, in altre parole) che vengono poi vendute agli inserzionisti. Per altro, la gratuità ed il flusso di questi contenuti presentano tratti di osceno sotto molti aspetti simili a quelli dei contenuti on line. Tuttavia, nel caso di internet, l’introduzione massiva dei contenuti generati dagli utenti modifica il quadro in modo peculiare, dato che il pubblico, come si è detto, smette di essere spettatore, accedendo in prima persona ai circuiti mediatici (anche se, ovviamente, in misura molto diversa rispetto a un network televisivo), e i centri di diffusione aumentano di conseguenza in modo esponenziale, rizomatico ed a costo quasi nullo. Allo stesso modo, come nell’editoria letteraria, anche in un blog si tratta di scrivere dei racconti, per esempio, perché vengano letti. Ma un editore i racconti li vende e, mercificandoli, innesta nell’economia il loro circuito di produzione-fruizione, ovvero la letteratura: esalta in modo feticistico l’autore ed i tratti formali del testo, impiegandoli per segmentare il proprio mercato, e, parallelamente, converte il lettore in consumatore. Un provider che offre un servizio di blogging, invece, vende l’intero circuito di produzione e fruizione ai propri inserzionisti, livellando i ruoli di produttore e fruitore e accettando il contenuto in quanto tale. All’interno del ciclo, inoltre, dà luogo ad un piccolo paradosso, ovvero ad una specie di territorio de-mercificato (sottilmente surreale come un territorio de-nuclearizzato), dato che la fruizione è nella maggior parte dei casi gratuita e l’oggetto offerto, da utente a utente, non è una merce.

A sostituire il pubblico, nel nuovo circuito della produzione dei contenuti, sembra ci siano le più volte citate comunità, ovvero gli insiemi formati dai soggetti raccolti attorno ad una connessione o ad un contenuto, che individuerebbero l’altra nozione chiave, accanto a quella di UGC, nello scenario che il passaggio alla rete disegna. Vedremo più avanti le caratteristiche di questo costrutto, che ha sia un valore sociale che, come si è detto, di strutturazione e ordinamento dell’universo dei contenuti. Per ora teniamo conto della differenza di prospettiva che i due termini introducono: se il pubblico è rivolto a qualcosa di esterno a sé ed ha una caratterizzazione ricettiva, la comunità rielabora attivamente al proprio interno le continue interazioni dei soggetti che la formano, e se il primo prevede uno spazio logico e sociale più ampio che lo includa, la seconda tende ad esprimere una propria autonomia – nonostante la natura schizofrenica e proiettiva della comunità on line complichi parecchio questa tendenza.

Un modello: il blog

Questi sono dunque gli aspetti che sembrano più significativi dell’orizzonte verso cui il passaggio alla rete indirizza la produzione e la fruizione culturale e più specificatamente letteraria. Proviamo a vederli concretamente in riferimento al blog, un modello di produzione e condivisione on line che, nonostante la fluida e continua riconfigurazione delle modalità di interazione in rete, rimane ancora paradigmatico.

Un blog, in poche parole, è una pagina web che viene sistematicamente aggiornata con nuovi contenuti. Il visitatore di un blog, quando arriva sulla pagina, vede in testa alla stessa l’ultimo contributo inserito, mentre i precedenti sono disposti sotto, in ordine inverso di apparizione. I contributi, o post, sono in genere testuali anche se possono presentare video, audio in file o in streaming, immagini e così via. Ogni post è indicizzato per data, cioè è legato al momento in cui è apparso on line. Inoltre, i post possono essere indicizzati per mezzo di tag, piccole espressioni in linguaggio naturale che cercano di dare conto del contenuto del post (per esempio, un post che recensisca un libro di fantascienza sarà taggato con “recensione”, “fantascienza”, il nome dell’autore, il titolo del libro e così via). I post, poi, prevedono uno spazio per i commenti, cioè un luogo in cui i visitatori possono dare un feedback immediato rispetto al contenuto proposto o rispetto ad altro. Infine, un blog presenta in genere una colonna dedicata ai link verso altri blog o, comunque, verso altre risorse on line – il cosiddetto blogroll.

Questo, diciamo, è l’esterno di un blog, quello che vede il visitatore. Il gestore del blog, cioè il blogger, vede le stesse cose ed in più ha accesso a un’interfaccia di gestione. Questa interfaccia (il back-office, come viene definito di solito), comprende almeno due cose: un programma per gestire i contenuti del database che compone il blog (quelli da mettere on line, quelli già on line, etc.) ed un programma di videoscrittura, non troppo diverso da un applicativo come Microsoft Word per esempio, che non richiede nessuna particolare conoscenza di informatica (HTML, scripting o altro).

Un blog, infine, può essere aperto da chiunque, dato che sono presenti in rete numerosi provider gratuiti, alcuni dei quali mettono a disposizione dei software di qualità avanzata, in grado cioè di offrire una gestione complessa dei contenuti e della loro pubblicazione.

Ora, a partire da questa veloce e schematica descrizione di un blog (ovviamente, rispetto al modello che ho illustrato, si possono trovare parecchie eccezioni e differenze, passando da un’implementazione all’altra) mi sembra che si possano individuare le “dimensioni di base del blogging” e metterle in relazione con la letteratura – o, meglio, con l’idea che abbiamo di letteratura.

I contenuti

La prima dimensione è, ovviamente, quella della produzione di contenuti, di cui si è già parlato abbondantemente e che qui si vede all’opera in modo esemplare. Il blog in effetti, se si basa su qualcosa, si basa sul continuo aggiornamento del proprio database con nuovi post, nuovi testi, nuove immagini e così via. In un processo virtualmente inesauribile, il blog accumula i propri elementi, validi, nello specifico, in quanto ulteriori tratti di quello stesso processo, creando una sommatoria di singole istanze che non prevede, strutturalmente, una fine.

Trasformando il testo nella traccia di un evento, quello dell’accumulazione, il blog abbandona l’idea dell’opera come oggetto concluso, esplorabile, autonomo rispetto al processo della sua composizione, della sua scrittura. Il testo-blog è sempre in fieri, è sempre in bozze e può essere interrotto ma mai completo. È evidente di quanto ci siamo allontanati da una concezione corrente del testo letterario, la cui finitezza si presenta anche come il sigillo di un’autonomia dalle ragioni e dai termini soggettivi della sua creazione.

Si noti che questa autonomia produce anche uno spostamento dell’opera dallo spazio privato delle vicende del suo autore a quello pubblico del suo riconoscimento in quanto arte e che, in questo senso, è anche la condizione di una separatezza che ne compone il valore oggettivo e certificabile. L’assenza, nel caso del blog, di un analogo passaggio quindi non è banale e riprende, in altri termini, la questione della validazione semiautomatica dei contenuti on line. Ciò che mette in luce, tra le altre cose, è infatti l’estraneità dei contenuti stessi ad un processo come quello che può essere rappresentato dal giudizio estetico – il quale, per poter essere prodotto, deve basarsi sulla presenza di uno spazio comune di dibattito, su cui si fondano e le ragioni autonome dell’opera e quelle altrettanto autonome del giudizio. Vedremo meglio questo aspetto quando parleremo della dimensione sociale del blog ma, già da ora, si può segnalare come il superamento del pubblico di cui si è parlato vale anche in quanto superamento di uno spazio pubblico (a cui, per altro, corrisponde un’erosione dello spazio privato) e di ciò che vi si articola.

Il risultato della continua aggiunta è un flusso massivo, eterogeneo, discontinuo, virtualmente infinito, che definisce una relazione specifica, da parte del visitatore, con il blog inteso a sua volta come contenuto. È una relazione discontinua, estemporanea e non esclusiva. Il blog, in questo senso, si caratterizza come un prodotto culturale povero, per così dire. Al di là della complessità dei contenuti che diffonde, al di là degli strumenti culturali[16] che sono necessari per interpretarne le informazioni e per comprendere i meccanismi di senso che vi vengono istituiti, il contenuto “blog” prevede, comunque: un reperimento più o meno casuale, frutto della navigazione per link o attraverso la ricerca per parole chiave (secondo le correnti dell’affinità, del fraintendimento e della serendipità – che sembrerebbero i tre più potenti motori della rete); una fruizione distratta e veloce, eventualmente contemporanea ad altre attività in rete o come breve parentesi tra le stesse; una fruizione discontinua, secondo uno schema arbitrario sulla superficie della schermata, lungo la sequenza dei contenuti e attraverso l’albero di navigazione. Per altro, coerentemente con il suo testo strutturalmente infinito, la fruizione è necessariamente incompleta: in parte perché si dovrà attendere sempre il contenuto successivo e quello dopo ancora e così via, in una continua posposizione del suo consumo definitivo, e in parte perché, pur essendo elencativo, il blog non è lineare e il suo accumularsi non obbliga ad una disamina completa dei suoi elementi ma è colto anche dalla semplice ispezione di una parte, eventualmente minima, dei contenuti che lo compongono.

La struttura ad elenco secondo cui il blog organizza i propri contenuti ci permette, per altro, di vedere quale motore sia alla base del suo processo e come, dallo spazio del giudizio estetico, ci porti in quello etico-politico della comunità. La dimensione etico-politica, in effetti, si dimostra nel suo stesso accumulo.

In un certo senso, infatti, un blog tende sempre a comporre una Wunderkammer grafica e verbale, in cui oggetti eterogenei trovano un luogo ed un destino comuni, a loro volta condivisi da chi con quegli oggetti entra in relazione, senza bisogno di riconoscerli o giudicarli in sede estetica. E, come ogni Wunderkammer, può esercitare due tipi di fascino. Da una parte, può sedurre i fruitori con la ricchezza e la stranezza della sua collezione, con l’affascinante attrazione della sua forza centripeta, che mette insieme “cose” così strane e differenti. Dall’altra parte, rapisce lo sguardo e l’attenzione dei fruitori lungo le linee delle spinte centrifughe che mantiene, essendo ogni singola figura o frase in grado di catturare l’immaginazione, e riportarla ad un contesto differente, suggerendo differenti parametri di realtà. Ogni esemplare della collezione, così, appare come una traccia di qualcosa che è successo (un atto dell’autore, una vicenda del mondo), in un processo di reazione continua agli eventi che formano la nostra vita, ai pensieri, ai sentimenti e alle percezioni che continuamente generiamo e sperimentiamo. Allo stesso tempo, ogni immagine o frase appare come una traccia che conduce ad un’intuizione o ad un’altra, a questa o a quella forma generale del mondo che la sua realtà implica. Nel cuore di questa esposizione, poi, c’è il potere contemporaneamente razionale e irrazionale della giustapposizione, la cui sequenza instaura un unico ordine, netto e rigoroso, generando allo stesso tempo i flussi di significati e sensazioni incontrollati. A sua volta, nel cuore delle giustapposizione, c’è un vuoto. È il vuoto tra una cosa e l’altra, dove si compongono due spinte: quella dell’autore, lungo cui esprime la sua scelta di mettere insieme quelle cose e non altre, che è il vero terreno su cui ha costruito la sua autorialità, così labile eppure così effettiva anche on line; quella del fruitore, che scopre in esso la fantasmagoria di ciò che non sapeva di sapere e trova posti, ricordi e parole che vivono in aree remote e dimenticate della sua persona.

La differenza che questa struttura cumulativa introduce, rispetto all’idea di letteratura da cui siamo soliti partire nei nostri ragionamenti, sembra evidente. In genere, quando si parla di letteratura, si intende la “buona letteratura”, ovvero si intende il risultato di una serie di filtri, di meccanismi di rarefazione, selezione, scarto e promozione, che produce, da una parte, una riduzione della complessità del mondo ad una figura interpretabile nel corpo dell’opera e, dall’altra, un canone, più o meno condiviso, di testi eccellenti. La stessa scrittura letteraria la si intende in genere come una specie di “meccanismo del levare”, sia quando viene intesa in senso classicista che in senso manierista.

Il blog, invece, propone un modello basato sull’aggiunta in cui, per riprendere un’opposizione da manuale, conta più il contenuto della forma, e la cui modalità è l’accumulazione e non la selezione. Il blog si costituisce su quelle unità di contenuto che sono i post e non importa se i testi (o le immagini, i video, etc.) siano il frutto di una cura particolare, dell’elaborazione di uno stile, di una retorica specifica. La forma generale dell’elenco, che lo innerva, riporta (ma, si ricordi, non necessariamente riduce) il valore di qualunque suo elemento a quello della mera unità costitutiva. È in questo senso che il blog propone davvero un’implementazione paradigmatica della logica culturale sottesa al passaggio alla rete.

In qualche modo, questo processo di accumulazione può ricordare l’accumularsi delle merci ma, in effetti, al di là della gratuità dei contenuti on line (differenza già segnalata e, di per sé, radicale!), c’è anche un’altra diversità, a cui ho accennato: se la merce è “il sempre-uguale in grandi masse” – secondo l’espressione di Benjamin –, i contenuti della rete sono singolarmente irresolubili e valgono piuttosto come il sempre-diverso in grandi masse. Si tratta certo di una diversità fatta per lo più di particolari minimi, scarti millimetrici, peculiarità marginali, eppure permette ai singoli contenuti di avere un valore autonomo e, proprio per questo, valere come elementi dell’accumulazione ed aggregare attorno a sé una piccola o  grande comunità. Allo stesso tempo, permette al blog di rimanere aperto, di continuare la spinta del suo accumulo, di posporre ogni volta il termine del suo completamento, in attesa dell’ulteriore espressione che deve essere ancora formulata.

La dimensione temporale

La seconda dimensione è quella temporale. Come si è detto, infatti, il blog si sviluppa lungo l’asse del tempo, secondo le vicende dei suoi aggiornamenti; i post sono indicizzati per data e la pagina presenta i contenuti in base alla loro apparizione.

Di nuovo, questo aspetto sembra rappresentare una novità dato che, in genere, il testo letterario gode di una specie di condizione extra-storica, per la natura finita di cui si è detto e sfruttando l’apparente trascendenza del linguaggio. Anzi, sulla separatezza del testo si sono costituite diverse questioni teoriche centrali nel dibattito letterario e, per esempio, i problemi che spesso la letteratura si è posta vanno da come possa il testo stesso “entrare” nella realtà del lettore a come possa superarla, come possa incidervi o come possa rappresentarla.

Il blog, invece, non esiste in una sua completezza extra-storica, dato che non è mai finito (essendo, come si è detto, passibile di interruzione piuttosto che di conclusione) e, per di più, dato che la storia, il tempo in cui si dipana, è lo stesso a cui viene ricondotto il fruitore, addirittura con le stesse date, lo stesso calendario. Questa è certamente una condizione nuova per il testo letterario, diversa anche da quella delle pubblicazioni periodiche (del feuilleton, per esempio). Il fatto è che l’attività di chi produce i contenuti, e quindi la storia del testo-blog, è tracciabile, non viene più rimossa dalla completezza dell’opera. L’indicizzazione temporale vincola il testo letterario on line al passare del tempo, alla dimensione diacronica che, di per sé, il testo tenderebbe a sublimare. Si noti: le date dei post possono essere manipolate e la tracciabilità che assicurano non è necessariamente affidabile, eppure questo non cambia la nuova condizione in cui il testo viene messo.

Il testo letterario, inoltre, funziona anche al suo interno come una sorta di trappola temporale. In effetti, non si limita ad apparire come un feticcio extra-storico ma basa questa sua pretesa sulla capacità che ha di introiettare la dimensione temporale. La letteratura, come è noto, cerca di chiudere in sé lo scorrere del tempo, sfruttando i meccanismi della narrazione, l’ipostasi della voce lirica, la circolarità della scrittura/lettura. Il blog, invece, non sembra permettere questo. Credo sia abbastanza facile notare, per esempio, che leggere un testo letterario “normale” pubblicato in un post richiede un’astrazione maggiore e, in effetti, la ragione sembra proprio essere la temporalità esibita del blog, la contemporaneità ineludibile tra testo e fruizione.

Chiaramente, anche la produzione su blog cerca di gestire il tempo, di catturarne lo scorrere e l’entropia, ma l’impressione è che, alla circolarità della scrittura/lettura, preferisca una specie di strategia da capsula del tempo[17], da reperto archeologico, da object trouvé. In altri termini, anziché puntare sulla manipolazione della diacronia, quale strumento della sospensione del tempo necessaria ad una fruizione estetica letteraria intesa anche come azzeramento, o almeno diminuzione, locale dell’entropia, il blog espone la distanza storica come momento di riallineamento sulla stessa linea temporale: l’entropia viene azzerata o diminuita nella misura in cui il disperso viene recuperato, il salto temporale, per quanto ampio, torna a ricomporre una relazione.

In effetti, uno dei tratti che sembra caratterizzare la scrittura on line, rispetto alla scrittura letteraria che viene diffusa in altri circuiti, è la condizione di isolamento e discontinuità strutturali in cui si trovano, l’uno rispetto all’altro, chi la produce e chi la fruisce. Nella produzione culturale con cui, ancora oggi, abbiamo prevalentemente a che fare, il modello di riferimento è piuttosto quello della partecipazione ad uno spazio di relazione diretta, legato anche alle dimensioni dell’attualità e del dibattito corrente, in cui qualcuno (l’autore) si rivolge a qualcun altro (il lettore, l’insieme dei lettori) attraverso il proprio testo. Si tratta, è chiaro, del triangolo emittente-messaggio-ricevente su cui modelliziamo il nostro concetto di comunicazione. Nel caso della produzione on line, invece, della scrittura su blog, il contenuto non viene rivolto a qualcuno ma, piuttosto, viene lasciato on line perché qualcuno, prima o poi (forse mai), lo trovi. Non viene comunicato ma condiviso: ad un modello basato sulla comunicazione diretta si preferisce un modello basato sulla disseminazione, che è la dimensione sociale, per così dire, del paradigma dell’accumulazione.

In altri termini: on line, la relazione tra produzione e fruizione è una relazione asincrona. Questa affermazione sembrerebbe in contraddizione con la contemporaneità segnalata più sopra eppure le due caratteristiche sono strettamente legate. Allo stesso modo, è paradossale solo in apparenza che quella che abbiamo definito più volte come una piattaforma di comunicazione (e che anzi è stata più volte intesa, non necessariamente in modo scorretto, come uno dei luoghi caratteristici della comunicazione istantanea e globale) dia luogo ad una condizione di questo tipo. Anzi, questa è la modalità specifica che caratterizza la comunicazione on line.

A ben vedere, infatti, oltre che nei suoi meccanismi più profondi (dato che, fattualmente, buona parte dei servizi on line sono asincroni, ovvero non richiedono un’attività simultanea tra i processi coinvolti), la rete tende ad una forma di interazione che avviene per momenti separati anche per la logica stessa dell’accumulo dei contenuti, che implica quanto meno due fasi ben distinte, una di registrazione ed una di reperimento. La spinta dell’accumulo, in effetti, è autonoma e finalizzata a se stessa: non prevede un soggetto verso cui rivolgersi e si dà come priorità solo l’estensione della propria collezione, non la definizione di una relazione tra chi produce il contenuto e chi lo consuma (al di là del fatto, poi, che questa relazione sia diretta o meno). Lo schema triangolare tra emittente, ricevente e messaggio in questo caso non si applica perché, tra emittente e ricevente, si colloca la rete (la macchina), che accoglie i contenuti, che servono prima di tutto ai suoi bisogni di accumulo. Dalla rete stessa sarà poi possibile recuperarli, generando quella specifica comunicazione basata sullo scambio che si è evidenziata più volte; una comunicazione che, negli effetti, si basa su una sincronia simulata, tanto più convincente quanto più rapidamente si succedono il momento della registrazione e quello del reperimento (per esempio nelle chat o nei commenti ad un post).

Nello iato che separa la registrazione dal reperimento, quando un contenuto viene fruito è sempre, implicitamente, riscoperto, riottenuto, in un certo senso salvato. Riportato nel flusso della fruizione cooccorrente alla navigazione, viene riattivato, ricondotto all’attualità e all’evidenza proprie dei media elettrici. Ma il tratto che risulta soprattutto caratteristico, e che sana l’apparente contraddizione tra la contemporaneità e l’asincronia della produzione on line, è che il contenuto risponde al proprio reperimento riuscendo a ricomporre un sorta di tempo condiviso tra sé ed il fruitore, una forma puntuale ma comunque effettiva di simultaneità. Ed è proprio l’esplicita indicizzazione temporale del post che riporta il fruitore alla linea temporale che il contenuto, per metonimia (l’unica relazione che i contenuti possono implementare), rigenera. Non ha bisogno di sospendere lo scorrere del tempo, dato che è proprio la distanza temporale (la distanza tra il momento della registrazione e quello del reperimento) che gli permette di superare l’entropia, esibendola e contrapponendogli la resistenza della registrazione stessa all’azione del tempo che passa.

È soprattutto nel paragone con la radio e la televisione che questa peculiarità della produzione on line appare in modo evidente. Nel sistema radiotelevisivo, infatti, il punto di massimo compimento è la “diretta”, la coincidenza tra il tempo all’interno del medium e il tempo al suo esterno. Questo, tra le altre cose, implica anche l’idea di un grande tempo comune (di una comunità che è generale e, almeno tendenzialmente, onnicomprensiva), una scansione che vale per tutti, magari anche solo simulata, nella successione delle stagioni televisive, nella somma delle puntate dei serial o, appunto, nelle dirette su eventi più o meno epocali, ma su cui ci si può sincronizzare, per ricomporre i propri vissuti privati, frammentati e alla deriva, in un simulacro di tempo condiviso.

Il contenuto on line, invece, come il reperto archeologico, da una parte esalta la distanza storica, si carica di un’aura di alterità che concorre al fascino centrifugo che si è già segnalato, e, dall’altra parte, stabilisce con chi lo carica una relazione di simultaneità, una sorta di “epoca comune” più o meno ampia in cui finalmente il contenuto riesce a dispiegare la propria potenzialità ed il fruitore accede a una nuova stagione della propria personale collezione. Nel sistema generale dell’accumulo, questo meccanismo dà luogo ad un regime temporale di sistemi di simultaneità diversi, concorrenti e contraddittori, così come lo sono le comunità che attorno a quei sistemi di simultaneità si costituiscono.

La sincronia, ancor più che abbandonata, non è più cercata. Si cerca ancora una relazione con quello che potremmo definire un “tempo storico” (un caso emblematico è la copertura su Twitter delle rivolte iraniane, libiche o mediorientali) ma rinunciando ad un’idea totalizzante di “tempo unico”. Nel caso dei tweet sugli scontri di Teheran, quel tempo storico è il coagularsi del flusso di comunicazione attorno agli hashtag[18] #tehran, #iranelection, #gr88 e così via.

È interessante osservare, per altro, come ogni sistema di simultaneità sia l’istantanea che va a comporre la mappatura diacronica di una comunità, costruita attorno ai contenuti e alle parole che li indicizzano. Se nel caso del flusso di tweet la cosa è palese, andrebbe notato anche come i motori di ricerca registrino le improvvise, discontinue comunità che si costruiscono, nel corso del tempo, attorno ad alcune chiavi di ricerca, e come la rete sia incessantemente percorsa da questi raggruppamenti trasversali, innestati nel suo farraginoso patrimonio documentale come sistemi di affinità anonimi, squisitamente statistici. Molto probabilmente, le comunità più numerose a cui la rete dà luogo sono proprio queste comunità puntiformi, istantanee e intermittenti che si costruiscono, nelle successive adunate di individui che ricercano determinate espressioni, attorno a quelle espressioni ed ai contenuti che le racchiudono.

Un’ultima nota andrebbe destinata a segnalare che lo iato strutturale che separa la produzione e la fruizione, ed il sistema di gestione del tempo che introduce, permette alla scrittura letteraria di avere gioco su una specie di compito istituzionale ormai sclerotizzato: quello di parlare del “mondo” al “pubblico”, ovvero di parlare di qualcosa a qualcuno. I motivi per cui questo compito si è sclerotizzato sono vari e si sono stratificati nel corso dell’ultimo secolo. Sia il pubblico, come si è visto, sia il mondo hanno subito un processo di decostruzione talmente radicale che ormai quello che, nei circuiti culturali tradizionali, si chiede alla scrittura letteraria su quel fronte è, in buona sostanza, solo una coazione a ripetere. La produzione on line, invece, sembra affrontare più francamente la condizione di dissoluzione dei vari patti narrativi e culturali su cui si basava quel modo di intendere la letteratura e, mantenendone l’impulso, ovvero la dimensione politica e comunitaria, riconduce la scrittura che si vuole letteraria a riscoprire una sua natura funzionale, operativa, tecnologica. Ovvero, laddove non è più possibile quello che veniva presentato come un resoconto diretto del reale alla comunità, chi scrive cerca di lasciare delle tracce, mettere a disposizione degli strumenti, instaurare delle forme, ordinare dei reperti.

La dimensione sociale e le comunità

La terza dimensione è la dimensione sociale che, in genere, viene riportata allo spazio dei commenti, quasi sempre presente sotto il singolo post messo on line. Quest’area, in effetti, è forse il luogo in cui sono più visibili gli scambi che si generano attorno e attraverso un blog ed in cui meglio si esplicano le relazioni a cui un contenuto dà luogo. Come si è detto, infatti, un contenuto generato on line da un utente richiama altri utenti, che a loro volta producono altri contenuti: la successione degli interventi nello spazio dei commenti illustra in modo intuitivo questa modalità di accumulo e vale come esempio dell’effetto moltiplicatore che la pubblicazione on line del singolo post produce. In questo senso, i commenti sono sicuramente una manifestazione della comunità a cui il blog ha permesso di formarsi.

Tuttavia, non possiamo ridurre al gruppo dei commentatori ed all’insieme dei commenti la comunità che innerva la porzione di rete in cui il blog si colloca (tanto più che dovremmo anche prendere in considerazione il blogroll, ovvero la lista di link ad altri blog presente in genere sulla home page, e i tag che indicizzano i post e trovano riscontro nei risultati dei motori di ricerca). Nel corso di questo saggio ho fatto più volte riferimento alla nozione di comunità on line e ne ho via via sottolineato alcune caratteristiche. Proviamo dunque ad affrontare la questione in modo più organico.

Secondo la tesi di questo saggio, le comunità sostituiscono quello che conoscevamo come pubblico e individuano una nuova forma socio-culturale specifica, sottesa alla massiva accumulazione dei contenuti occorrente on line. Si è detto che le comunità sono per natura inclusive, fluide e schizofreniche, dato che si può partecipare a più comunità contemporaneamente. Si è detto anche che le comunità sono generate dagli scambi che vengono prodotti in rete e che, come tali, si caratterizzano come comunità di produzione e di scambio di contenuti. Questo sistema di relazioni e di scambi produce a sua volta una forma di mappatura della rete (intesa, di conseguenza, non come una distribuzione di oggetti ma come un evento complesso generato dalla concomitanza delle connessioni). In questo senso, abbiamo anche visto che la comunità tende ad una forma di autonomia, cancellando ciò che è fuori di sé in funzione dell’effetto totalizzante che  questa mappatura produce. Abbiamo appena sottolineato, infine, che le comunità sono anche sistemi di simultaneità e che, come tali, si possono produrre in forma istantanea e discontinua (per esempio attorno alle chiavi di ricerca).

La caratteristica principale delle comunità on line, tuttavia, è che sono centrate sull’utente, il cui ruolo chiave, già visto nel caso della produzione dei contenuti, viene ribadito in modo altrettanto peculiare. In prima battuta, tuttavia, questa centralità non sembra particolarmente cospicua quanto a implicazioni. Si tende a limitarla, in genere, all’idea di comunità on line come risultato di un sistema telematico di comunicazione tra individui, che intessono le proprie relazioni più o meno virtuali mentre l’infrastruttura tecnologica rimane in disparte. Apparentemente, e talvolta effettivamente, a generosa disposizione ma, più spesso, impegnata in pignole raccolte di dati privati e di statistiche di navigazione, da monetizzare in seguito. In tutto questo, l’utente sarebbe al centro o di un sistema di servizi avanzati o di una macchina economica capillare.

Questa accezione, per quanto corretta (e, negli effetti, già introdotta nelle pagine precedenti), di per sé non coglie però un elemento strutturale del tipo specifico di comunità che si genera in internet. Quando diciamo che la comunità on line si basa sull’utente, infatti, a ben vedere stiamo dicendo soprattutto un’altra cosa: ovvero che è l’utente che genera una comunità, nel momento in cui accede alla rete, e che la stessa è mantenuta in forza della sua connessione. Questa comunità è implementata dalle relazioni che l’utente attiva con l’accesso (si pensi alla comunità dei propri contatti una volta che si accede a Facebook o a Skype) o con la produzione di un contenuto (si pensi ai visitatori del proprio blog, appunto, o della propria pagina su Flickr) e compone la porzione ed i termini della rete di cui l’utente ha percezione ed esperienza – ovvero, connettendosi, l’utente genera, almeno localmente, la rete stessa.

Le comunità on line, si potrebbe dire, sono oggetti che esistono fattualmente ma nel modo proiettivo che abbiamo già notato in riferimento alle interrogazioni su Google e, a loro volta, costringono l’individuo ad un ruolo fondamentale (in senso proprio: è la sua connessione che fonda la comunità in cui si muove) ma essenzialmente schizofrenico. La comunità accesa con la connessione, infatti, si mostra tale solo agli occhi di chi la instaura: gli individui che la connessione riunisce, nonostante ne godano i traffici e gli scambi, non vedono la stessa comunità che vede l’utente di partenza ma altre, generate a loro volta dalle rispettive connessioni. L’utente di partenza, così, oltre a partecipare alla sua comunità, partecipa contemporaneamente alle altre comunità che cooccorrono e che non vede. La stessa cosa capita agli altri appartenenti alla sua comunità, di cui gli stessi riconoscono solo un tratto, inserito nelle comunità che stanno mantenendo, e che negli effetti rimane nascosta, appunto, sotto le apparenze delle loro comunità “native”.

Come si vede, stiamo parlando non di una schizofrenia ridotta alla metafora per illustrare le numerose comunità di cui, coscientemente, si può far parte in internet, ma di una schizofrenia strutturale, che compone la meccanica stessa della nostra presenza on line. La nostra stessa connessione ci scompone, in una specie di gioco di rifrazioni, attraverso il sistema complesso delle relazioni amplificate dalla rete. Un sistema complesso che, ricordiamolo, è orientato alla massimizzazione della circolazione dei contenuti, essendo le comunità on line, come si è visto più volte, comunità di produzione e di scambio e disegnandosi, infatti, proprio secondo le direttrici lungo cui i contenuti vengono condivisi.

In questo stesso senso, allora, l’inclusione inevitabile, nelle comunità che cooccorrono alla nostra, rivela anche che quando parliamo di comunità per natura inclusive non è per descrivere, nelle relazioni umane che si sviluppano on line, una peculiare predisposizione etico-sociale all’accettazione dell’altro. Piuttosto, è per esplicitare la necessità di connessione che l’ormai capillare piattaforma della rete esprime, una necessità che sopravanza la scelta e l’utilità dell’utente nella stipulazione di queste connessioni e che, anzi, derubrica la proiezione delle sue relazioni reali negli spazi virtuali a epifenomeno di una proliferazione generale di connessioni e relazioni, che richiama dal reale al virtuale tutti i legami potenziali (non si può non pensare, in questo caso, agli amici “suggeriti” da Facebook). Di nuovo, si rivela la natura concreta di internet come rete di elaboratori. Infatti, è certo a questa generazione esponenziale e coatta di relazioni che si deve pensare quando parliamo della rete come infrastruttura di comunicazione, piuttosto che di archiviazione, e non tanto alla sua rappresentazione come strumento principe della comunicazione globale e globalizzata, quasi fosse semplicemente una forma avanzata di telefonia.

La schizofrenia e l’inclusione delle comunità on line sono fondamentali anche per chiarire come la natura proiettiva delle stesse non sia il tratto di un solipsismo più o meno alienato dalle necessità tecnologiche o economiche, e sublimato in un fittizio potenziamento della propria soggettività (come, per esempio, anche il caso della profilazione dei risultati forniti da Google potrebbe portare a pensare), ma una condizione specifica e ambigua tra la dimensione privata e quella pubblica. A ben vedere, anzi, uno degli aspetti effettivi del potenziamento a cui la rete dà luogo è proprio questa specie di ubiquità che concede.

Il gioco delle connessioni e delle inclusioni implicite oblitera, infatti, l’infrastruttura della rete e apre, tra una comunità e l’altra, una specie di salto ontologico, un vuoto che, da una parte, sostiene quella vocazione autonoma e quasi totalizzante delle comunità, di cui si è già detto e che spiega i diversi atteggiamenti settari che spesso si incontrano on line (a questo punto, solo apparentemente paradossali), e, dall’altra, sostituisce e, quindi, cancella quell’ideale scenario generale in cui ci si immagina si muovano gli “altri”, il “popolo”, la “gente”, il “pubblico” o la “nazione”. E tuttavia uno scenario squisitamente politico ancora esiste; rispunta nel gioco delle comunità sovrapposte ed ha una sua specificità, derivata da un’ulteriore caratteristica della comunità on line.

Soprattutto, infatti, la comunità on line è una comunità mediatica. Se la rete si basa in modo essenziale sui contenuti generati dagli utenti, e questi contenuti vengono prodotti e scambiati sull’infrastruttura mediatica che è la rete, il passaggio alla rete è essenzialmente una mediatizzazione di massa, che estende una parabola di sempre maggior pervasività dei media stessi.

Da questo punto di vista, si potrebbe pensare che la rete è una “naturale” evoluzione del corrente sistema mediatico e, tuttavia, bisogna di nuovo fare attenzione a un’inversione di senso. Nel passaggio alla rete, infatti, quelli che erano solo spettatori, abituati ad accogliere nei loro interni, nel loro privato, l’esterno/pubblico che i media convogliano, e con cui i media stessi tendono ad identificarsi (al punto che lo spazio mediatico ha ormai quasi del tutto sostituito lo spazio pubblico), iniziano ad uscire all’aperto, per così dire, abbandonando la separatezza dell’interno. Accettano, cioè, in base alla logica della rete, di fondersi con l’esterno (con gli “altri”, le comunità a cui partecipano, le reti che instaurano) e diventano essi stessi attori dello spazio mediatico e, quindi, pubblico (invertendo la topologia moderna dei passages parigini, che invece, stando alla classica lettura di Benjamin, trasformano l’esterno in un interno).

Lo spazio comune obliterato dalle comunità, così, e la dissoluzione del ruolo di pubblico che il protagonismo mediatico delle comunità on line comporta, riformulano, in una specie di gioco di parole, lo stesso spazio pubblico, che rispunta in quella che, in effetti, è una sorta di manifestazione mediatica di massa, legata, come si è detto, alla dimensione evenemenziale caratteristica della produzione e condivisione on line e alle necessità strutturali della rete. Gli utenti sono i protagonisti dell’avvenimento della connessione, della produzione e dello scambio, come ne sono anche i testimoni: sono gli attori della propria rappresentazione sui molteplici circuiti a cui si trovano connessi e, di conseguenza, consciamente o meno, operano sulla sua dimensione politica.

È questa la forza politica della rete e, come tale, è anche la sua debolezza: la dimensione mediatica, infatti, non è mai sufficiente alla formulazione di una soggettività politica ma, allo stesso tempo, una volta che si è formulata una tale soggettività, l’infrastruttura mediatica è in grado di alimentarla, amplificarla e potenziarla. Detto altrimenti, le comunità on line sono tanto più efficaci nella loro ricaduta off line, quanto più sono espressione di una comunità reale, radicata, che si riconosce come tale.

Torniamo, in questo passaggio, ai temi sollevati dalla ricostruzione storica dell’evoluzione del web letterario italiano, presentata da Guglieri e Sisto e usata come punto di partenza di questo saggio. Come si è detto, il passaggio alla rete veniva letto in funzione di un tentativo di riposizionamento e di raggiungimento di una maggior visibilità da parte di alcuni autori italiani. Sarebbe interessante vedere quanto il web letterario italiano sia in grado di avere delle ricadute off line e quanto, di conseguenza, lo si possa considerare luogo di espressione di una comunità letteraria vera e propria, piuttosto che non l’articolazione locale del più vasto sistema orientato alla produzione di contenuti di cui si è parlato fino ad ora.

Per vedere in concreto alcuni dei meccanismi delle comunità on line, oltre allo specifico aspetto appena sottolineato, si potrebbe allora prendere in considerazione il caso già citato di Nazione Indiana, una delle più importanti realtà sul web nell’ambito della letteratura italiana. Tra le tante cose che andrebbero sottolineate di un’esperienza come Nazione Indiana (soprattutto nella versione 2.0), c’è appunto la capacità che ha avuto di implementare le logiche delle comunità on line e di assolvere ad una nuova modalità di mediazione che la rete sembra richiedere, ovvero quella dell’aggregatore.

In effetti, NI è riuscita a collegare diversi centri di dibattito in rete, costruendo una specie di aggregato, appunto, e dirottando il traffico dei propri visitatori sui link del blogroll e su quelli degli autori dei commenti. In questo senso, funziona da punto di accesso privilegiato verso una porzione di rete alquanto caotica e dispersa (mi riferisco soprattutto alla blogosfera letteraria italiana, ma non solo) a cui, in forza di un ruolo di hub, riesce a dare un ordinamento, una configurazione, una specie di mappatura, come si è detto. Il fenomeno in parte è meccanico, essendo appunto il frutto della logica della rete, ma in parte è anche il risultato del lavoro di connessione che i cosiddetti “indiani” hanno fatto, on e off line. Riconoscendo come interlocutori alcuni commentatori, li hanno annessi alla propria costellazione di blog o siti amici e hanno implementato un circolo virtuoso di scambi ulteriori. Allo stesso modo, entrando in contatto con autori, critici, studiosi e così via, hanno individuato ulteriori soggetti e contenuti da riversare nella rete, che se ne arricchisce in termini di qualità, di partecipazione e di quantità di relazioni – parametro, come si è visto, non secondario.

Ora, questo meccanismo è diverso da quello messo in atto dai mediatori della produzione culturale modellata sull’industria editoriale. Per esempio, la mediazione attuata da una figura consolidata come quella del critico avviene attraverso un’opera di selezione, cioè si mettono in contatto i fruitori con la produzione culturale trascegliendone alcuni prodotti particolarmente esemplificativi o eccellenti (questo, per altro, coerentemente con un modello culturale basato sulla rarefazione dei discorsi). Nel caso di Nazione Indiana, invece, si tratta di un’operazione di connessione: si individuano alcuni interlocutori e con essi si costituisce una comunità a cui si fanno accedere i fruitori. Questi ultimi, per altro, non vengono semplicemente accolti come spettatori; anzi, grazie alla debolezza, on line, della distinzione tra produttori e fruitori, sono cooptati a loro volta come soggetti attivi della comunità[19].

È chiaro che avviene una scelta anche nel caso dell’aggregazione e, tuttavia, non viene fatta nel tentativo di portare alla luce il nucleo significativo della produzione corrente. Al contrario, seguendo la logica schizofrenica delle comunità on line, si procede all’esplorazione e alla definizione di relazioni di affinità, di aree di interesse, di linee di ricerca. Al posto di un modello secondo cui il territorio di investigazione è già conosciuto e se ne individuano i punti più o meno nodali, in questo caso il territorio è da scoprire se non addirittura da costruire. Allo stesso modo, il punto non è più permettere agli autori ed al pubblico di entrare in contatto, mantenendo uno schema di ruoli e di competenze tendenzialmente rigido, ma istituire una rete di soggetti attivi che dia luogo ad uno scambio di contenuti e di ruoli.

È interessante notare come questo sistema di relazioni, definito da Nazione Indiana in quanto hub, sia su base paritaria. Potrebbe sembrare ovvio, in effetti, date le evidenti differenze di traffico o di autorevolezza, che NI mostra rispetto ad altre realtà simili, che venga instaurato un rapporto più o meno egemonico da parte di Nazione Indiana. Al contrario, i soggetti che riesce a organizzare e su cui incanala parte del proprio traffico sono del tutto indipendenti. Questo è un aspetto non secondario nel passaggio dalla mediazione all’aggregazione (come anche dal sistema del pubblico a quello delle comunità). L’aggregazione infatti non introduce una logica gerarchica ma, piuttosto, una geografia di affinità, i cui luoghi valgono in quanto tali e non in funzione del metro introdotto da chi ha un supposto ruolo di misura.

Rimane però una specie di contraddizione. Se Nazione Indiana riesce a mappare in modo virtuoso una parte importante della rete, se riesce a riversare nella rete materiali e voci in grado di generare dibattiti, contenuti complessi e traffico alto, quando si tratta di fare il passaggio inverso, e cioè di tornare dalla rete al mondo reale, ecco che il meccanismo si inceppa. Le decine di migliaia di accessi al mese si riducono alle semplici decine di corpi fisici che, per esempio, partecipano alle letture e alle presentazioni o che comprano i libri segnalati.

Con questa incongruenza, che vale per NI come per diverse altre realtà on line, torniamo al problema effettivo della consistenza della comunità letteraria che si affaccia sul web e che, a partire da questa differenza di numeri, potrebbe sembrare di ben poca sostanza. Detto altrimenti: l’immagine della comunità letteraria digitale sembrerebbe del tutto sproporzionata rispetto alla sua reale consistenza e, davvero, rimane il dubbio che i suoi circuiti, più che il livello mediatico di  processi e gruppi reali, siano l’espressione di un’aspirazione ad una (nuova) comunità letteraria, che poi la rete impiega secondo i suoi bisogni di accumulo e relazione.

Al riguardo, andrebbero fatte prima di tutto alcune considerazioni. La prima è che non possiamo dimenticare che ci troviamo in una stagione di transizione, in cui si sta passando dalle modalità di produzione e organizzazione culturale invalse finora a quelle che si stanno creando a partire dalla diffusione sempre più estesa della rete, ed in cui tra elementi delle prime (per esempio, il numero di copie vendute di un libro) e delle seconde (le visite ad un blog che recensisce quel libro) non c’è ancora permeabilità. Un passaggio importante, in questo senso, sarà sicuramente la diffusione ulteriore degli ebook e dei dispositivi per la connessione in mobilità, oltre a un’evoluzione più compiuta delle logiche editoriali verso la produzione e la diffusione di contenuti.

Un’altra considerazione, però, sempre partendo dall’idea del cambiamento delle modalità di organizzazione del campo letterario, potrebbe anche essere che le prime (quella dell’industria editoriale corrente) non siano adeguate a entrare in sistema con le altre (quelle della rete) e viceversa. Da questo punto di vista, allora, più che il sintomo di una transizione, il passaggio mancante tra i visitatori dei blog e i clienti delle librerie è la cifra di ciò che si sta avverando.

In effetti, la comunità che si genera attorno a un testo letterario e quella che si genera attorno a un blog, nonostante siano apparentemente simili, appaiono strutturalmente diverse. Nello specifico, per esempio, alcuni ruoli ed alcune gerarchie, tipici della comunità che si crea attorno al testo letterario, si indeboliscono parecchio.

Per quel che riguarda i ruoli, sappiamo ormai che la distinzione tra chi scrive e chi legge, tra produttore di testi e fruitore, viene resa molto meno netta. I visitatori, infatti, non si limitano necessariamente a fruire dei contenuti offerti ma ne producono a loro volta e questo, almeno dal punto di vista del blog (che dà  priorità, come si è detto, ai contenuti a prescindere da altre considerazioni) li valida anche in quanto autori. A fronte di questa debolezza nella distribuzione dei ruoli, le gerarchie di valore che in genere se ne derivano (per esempio la maggiore “importanza” dell’autore) risultano a loro volta indebolite. E questo lo si vede negli scambi spesso molto aggressivi tra autori e lettori all’interno dello spazio dei commenti, con dialoghi veramente impensabili in altri circuiti, in cui l’autore è trattato in modi quasi oracolari. Non solo: l’allentamento della distinzione tra spazio pubblico e spazio privato e l’immersione del blog nel tempo del fruitore mettono l’oggetto della fruizione (che già è passato dalla condizione di testo a quella di contenuto) in una posizione molto più eccentrica rispetto a quella occupata dal testo letterario, lasciando il campo, soprattutto, all’avvicendarsi degli scambi e delle relazioni. Rispetto ad una comunità come quella legata al libro, che tende a feticizzare sia il testo che l’autore, innervando, a partire da questa centralità, tutto lo spazio che viene poi frequentato dai vari soggetti in gioco, nell’ambito del web e della produzione di contenuti i soggetti sembrano molto più importanti, in questo rispecchiando il ruolo fondamentale che l’utente gioca attraverso la connessione.

Per altro, siamo abituati a pensare che un testo letterario riesca a riunire attorno a sé o un pubblico generico e generalista oppure una porzione determinata di quel pubblico. Nel primo caso, grazie alle sue supposte capacità di cogliere lo “spirito” della gruppo in senso lato in cui si colloca (la nazione, il popolo, la gente); nel secondo, grazie alla sua capacità di targettizzare il pubblico generico e ricavarsi la sua nicchia. D’altra parte, però, abbiamo visto più sopra come il passaggio alla rete abbia dato luogo ad una forma di superamento dell’idea stessa di pubblico e, in questo senso, quello che succede nel caso del blog è ulteriormente esemplificativo. La comunità a cui dà luogo un blog, infatti, non è generalista perché la struttura di distribuzione della rete non prevede una o più fonti maggiori di informazione che si rivolgono immediatamente ad un bacino di utenza generale. Piuttosto, si costituisce su reti locali di distribuzione, integrate a livello superiore in reti sempre più ampie (non per niente internet è la “rete delle reti”). Non è nemmeno una comunità targettizzata, però, perché la meccanica del target è esclusiva (almeno dichiaratamente) e legata a caratteri formali del prodotto, mentre il blog, come si è visto, al di là delle intenzioni di chi lo redige sembra disinnescare la dimensione formale e per di più genera comunità inclusive se non schizofreniche.

Tutte queste considerazioni, tuttavia, non ci dicono ancora e la questione più importante rimane comunque la capacità della comunità (in questo caso, letteraria) di formulare un soggetto che permetta alla comunità stessa di riconoscersi in quanto tale, usando così la rete come luogo non di prima ma di ulteriore aggregazione e successiva ricaduta. La vera domanda, quindi, sembrerebbe riguardare le condizioni in cui si trova, fuori della rete, la comunità letteraria italiana e, più in generale, il pubblico della letteratura.

È chiaro che non è questa la sede per entrare in un argomento così complesso e, tuttavia, almeno in riferimento alle condizioni del pubblico (e anche a sostegno della tesi sostenuta in questo saggio), può fornire uno spunto di riflessione il concetto di “coda lunga”, un modello che negli ultimi anni ha avuto una certa fortuna nell’analisi del mercato editoriale per come è stato riconfigurato dall’apparizione di grandi venditori e provider on line come Amazon o Netflix[20].

Il concetto fa riferimento a una curva di distribuzione statistica che si presenta regolarmente quando, nei sistemi umani, ad una libera scelta viene offerto un ampio spettro di possibilità. Questa curva vede una minima porzione dello stesso spettro ottenere un consenso elevatissimo, del tutto sproporzionato rispetto a quello concesso alle possibilità rimanenti. Nel caso dei blog, per esempio, si ha che solo una minima parte degli stessi viene visitata da un numero ingente di navigatori mentre la stragrande maggioranza della blogosfera è caratterizzata da un rapporto blog/frequentatori piuttosto scarso. Questo tipo di distribuzione non è una novità generata dalla rete ma è stata individuata più volte. È, per esempio, alla base del fenomeno bestseller e fa la fortuna di alcune trasmissioni in prima serata. È anche la ragione per cui l’industria culturale si è spesso schiacciata su libri gretti e programmi biechi: ha cercato di capitalizzare la disuguaglianza strutturale nella distribuzione delle scelte.

Questo dato potrebbe portare a pensare che, da una parte, l’utopia dell’accesso orizzontale al pubblico e/o alle risorse, ovvero l’utopia della comunicazione orizzontale così spesso legata alle narrazioni che tematizzano la rete e le sue evoluzioni, sia in effetti solo una tesi fortemente ideologica e che la rete non fa che replicare, su un altro sistema mediatico, le stesse logiche della cultura di massa. In verità, però, come spesso succede, la rete conta sulla quantità per modificare la qualità.

Un esempio significativo è rappresentato da Amazon. Anche per il catalogo di Amazon vale quello che si è detto più sopra, ovvero che solo una parte minore dei titoli che il sito offre vende tante copie. Tuttavia, Amazon, una libreria (e non solo, in effetti) sul web, risente in modo decisamente meno forte di due fattori che costringono le librerie “per strada” a tenere in scaffale solo quei pochi titoli che vendono: il costo di magazzino e la limitatezza geografica del suo mercato. Il passaggio alla rete ha un effetto strutturale, ovvero il superamento di alcune significative limitazioni economiche della distribuzione e, più nello specifico, l’allargamento esponenziale del catalogo di titoli disponibili. Tuttavia la cosa veramente significativa è che Amazon, come anche i venditori di musica on line, non pone limite all’offerta solo perché i costi della stessa si sono abbassati (o azzerati, in certi casi) ma perché, stando alle cifre, e come conseguenza diretta dell’estensione massiva del catalogo, è proprio dai prodotti di nicchia che guadagna più soldi.

La curva di distribuzione da cui siamo partiti (detta anche Distribuzione di Pareto) è una specie di braccio di iperbole inscritto tra gli assi verticale (nel caso considerato, le copie vendute) ed orizzontale (i titoli offerti), ovvero una curva che si stacca in picchiata dalla parete dell’asse verticale per poi planare a rasoterra lungo le pianure dell’asse orizzontale. Al primo titolo per copie vendute, così, corrisponde un picco la cui altezza si dimezza già con il passaggio al secondo per essere poi un terzo al terzo titolo e così via.

È facile notare almeno due cose. La prima è che la maggior parte delle copie vendute è legata a titoli non di successo (la curva scende subito, quasi verticale, e poi non smette di allungarsi, di procedere lungo il catalogo – un catalogo che si esaurisce presto nel caso delle librerie reali ma che continua a lungo, invece, in quello delle librerie virtuali). La seconda cosa, strettamente legata alla prima, è che non è per niente facile, al di là dei primissimi titoli, decidere quali sono i libri di successo e, sicuramente, non è possibile decidere quali sono i libri cosiddetti “popolari”. Se il primo aspetto è davvero essenziale per capire la rivoluzione economica che sta interessando l’industria culturale, il secondo è forse quello più affascinante per un discorso sullo stato delle cose.

Tra le tante questioni che solleva, infatti, questa lunga curva ci chiede soprattutto il significato, al giorno d’oggi, del termine “popolare”, almeno nella sua accezione di “legato allo spirito del tempo o della gente”. Sicuramente non sono popolari i singoli titoli della lunga coda di nicchie. Ma non sembra popolare neppure il primo dei titoli, o i primi tre o cinque, che non rappresentano certo un sentire comune, un qualche spirito del tempo e della comunità, appunto, ma solo una nicchia più grossa e, al limite, un qualche termine di paragone. E poi, se tra il primo ed il secondo titolo il distacco è significativo ed è facile fissare una soglia quantitativa, come procedere tra il quinto e il sesto, per dire, o il decimo e l’undicesimo, sapendo che la differenza è sempre più sfumata? Ed a cosa riportare questa differenza se, facendo i calcoli, si scopre che la maggior parte dei titoli si trova sotto la media delle copie vendute (dato contro-intuitivo ma effettivo)?

La questione, chiaramente, non è solo numerica ma non bisogna dimenticare che è in virtù dei (grandi) numeri che la natura di “popolare” ha avuto un suo ruolo nel dibattito culturale, un ruolo per nulla secondario e che ha costretto sia la pratica che la teoria letteraria a misurarsi con quello che si è via via costituito come pubblico. Il prodotto popolare, infatti, il libro o il disco di successo, nel sistema dell’industria culturale a cui siamo abituati a pensare hanno un effetto dirompente, sull’industria stessa e sulla cultura in genere: orienta il resto dei prodotti; introduce un meccanismo omologante e chiede ai prodotti di uniformarsi e di generalizzarsi. Viene definito uno standard (di qualità non necessariamente bassa ma rigido e autonomo): si semplifica l’offerta e si modella una domanda su questa semplicità. Da un punto di vista culturale, si opera un’ulteriore rarefazione sui discorsi in corso e se ne legittimano solo alcuni, nella fattispecie quelli che permettono a questa logica di mantenersi, ovvero quelli che permettono di radunare i grandi numeri di cui quel tipo di industria culturale ha bisogno. La scala di deduzioni “di successo e quindi popolare e quindi bello” nasce da questa necessità e, cioè, con lo sviluppo dell’industria editoriale, e poi dell’intrattenimento in genere, e con la cultura di massa.

In uno scenario diverso, quello che si va delineando con il passaggio alla rete per esempio, in cui è sempre più ampio lo spettro dell’offerta di contenuti, la ragione economica non pende più solo dalla parte dei mass-cult o dei mid-cult. Non c’è più ragione per selezionare l’offerta sulla base del successo di vendita e non ci si può più basare sulla forza apparentemente oggettiva di questa selezione per esprimere giudizi estetici. In un certo senso, sembrano proprio perdere di senso i giudizi estetici su base oggettiva. Rispetto a quale cornice, a quale contesto, a quale pubblico sarebbe possibile formularli? Sembra piuttosto che anche l’economia dei prodotti culturali reali, ancor prima di arrivare al virtuale contenuto on line, prescriva una nuova relazione con il prodotto, una specie di lasco sistema di comunità di lettori costruite attorno a dei canoni funzionali ancor prima che normativi. Queste comunità di lettori sono più o meno impermeabili le une alle altre e, verso di loro, la “minaccia” o la “promessa” della popolarità suonano in qualche modo a vuoto.

La dimensione transnazionale

La quarta dimensione è la dimensione transnazionale e rappresenta, in un certo senso, l’altra faccia della dimensione sociale e comunitaria appena trattata. È anch’essa propria dell’attività on line in genere e deriva dalle caratteristiche di internet come infrastruttura di comunicazione planetaria che, se pure ha un accesso ed un’articolazione locali (le reti regionali), negli effetti porta immediatamente ad un circuito globale. Questo implica non solo un salto di scala ma, soprattutto, un bacino di utenza staccato dalla dimensione territoriale. Chiaramente, continuano a funzionare meccanismi di raggruppamento legati alla dimensione locale e territoriale, come le aree nazionali o linguistiche, e tuttavia sono ridotti a elementi di articolazione e non a princìpi fondanti.

Ora, in campo letterario, ancor più che in altri ambiti artistici, la tradizione nazionale, e quindi il riferimento ad una dimensione territoriale, riveste un’importanza decisiva. Negli effetti, li possiamo considerare tra i principali meccanismi di rarefazione e validazione che generano la letteratura per come la conosciamo. La letteratura come realtà storica, anzi, tende ad identificarsi con l’insieme dei cosiddetti canoni nazionali, messi eventualmente in relazione attraverso studi comparativi e traduzioni, ovvero attraverso la mediazione di agenzie e strutture dedicate. La definizione di un canone nazionale, per altro, ha avuto un ruolo fondamentale nello stesso processo di formazione degli stati territoriali e si tratta di un costrutto talmente forte che i singoli testi ottengono una parte sostanziale della propria riconoscibilità e individualità a partire dalla collocazione che ottengono nel dibattito e nella tradizione nazionali, in una rete di rimandi formali, filologici e tematici alla cui evoluzione, per altro, contribuiscono.

Il riferimento all’area geografica in termini di territorio nazionale, prima ancora che linguistici, non ha solo un côté culturale in senso stretto ma si realizza nella struttura dell’industria editoriale, che si basa su una distribuzione orientata ai mercati nazionali. L’industria editoriale storicamente lavora prima di tutto nella dimensione nazionale, seguendo le peculiarità del pubblico che quel territorio esprime e poi, eventualmente, sfrutta la diffusione della lingua di riferimento o la forza della cultura di appartenenza. È vero che, soprattutto negli ultimi decenni, si è sviluppata una specie di produzione standard internazionale, basata sulla pubblicazione massiccia di traduzioni e incarnata in una sorta di canone internazionale di best-seller e classici contemporanei. Tuttavia, questa situazione sembra un’implementazione avanzata del modello a più canoni che indicavo in precedenza, in cui non viene smontato il filtro della letteratura nazionale ma, piuttosto, viene mappato uno schema di egemonie e gerarchie nel campo della produzione letteraria internazionale.

Lo scenario in cui ci si trova con la produzione on line, invece, è profondamente diverso. Come si è detto, l’infrastruttura di distribuzione, anche se articolata localmente, è di portata immediatamente globale, senza bisogno di meccanismi di intermediazione. Questo implica che la produzione on line non può essere pensata in funzione di un pubblico nazionale, per poi essere presa eventualmente in carico da soggetti e agenzie specifici, che si occupino di metterla in relazione con altri pubblici nazionali. In un certo senso, si potrebbe dire, la produzione on line è orientata ad un pubblico mondiale.

Tuttavia, la dimensione globale non si declina in un mero allargamento del bacino di utenza ovvero, nel caso della letteratura, del pubblico. Come si è detto, quando si è in rete ci si trova in un ambiente governato dal gioco delle comunità di produzione e di scambio, le quali smontano il ruolo ed il concetto di pubblico. Nel caso, quindi, le stesse comunità smonterebbero anche i grandi numeri del pubblico globale che la rete, aritmeticamente, raccoglie. Soprattutto, però, le comunità on line, come tutto il cyberspazio, sono deterritorializzate. Essendo generate attorno ai traffici prodotti in rete, non hanno la necessità un riferimento territoriale comune: non si basano sulla prossimità, sono discontinue, per lo più invisibili a chi le compone e non mappano relazioni spaziali. Di conseguenza, non sono in grado di tradurre l’utenza globale come un pubblico, espresso da un territorio altrettanto globale (ipotizzando, per paradosso, la possibilità  un tale territorio). Inoltre, in termini ancora più decisivi, è la stessa logica dell’accumulo e dello scambio dei contenuti che prevale su ogni altra considerazione: nello spazio che definisce, l’equivalenza radicale dei contenuti azzera le distinzioni formali e, tra le altre cose, astrae dai meccanismi di filtro, dalla forza normativa e dalle risorse semiotiche offerte dai canoni nazionali. I testi, a loro volta, immessi nei flussi delle condivisioni, vengono ad essere spogliati di una serie di elementi di contesto che li possono rendere più o meno riconoscibili.

La riduzione a contenuto, in altre parole, agisce anche sulla caratterizzazione nazionale e, così, riesce a riportarci ad una specie di standard transnazionale. Da una parte, i testi stranieri appaiono curiosamente meno stranieri, anche se più anodini. Anzi, meno stranieri proprio perché più anodini. Le marcature letterarie, per così dire, con tutto ciò che implicano in termini di riferimento al canone e alle procedure di interpretazione che il canone stesso supporta, diventano meno leggibili e il contenuto è fruito in quanto tale – ancor prima che come prodotto letterario o artistico o quant’altro. Dall’altra parte, però, anche i testi italiani ci appaiono più anodini, in un certo senso più isolati, meno giustificabili in termini di riconoscibilità letteraria e quindi, curiosamente, più stranieri (straniati, in un certo senso, ancor prima che stranianti).

Si tratta di modalità già viste all’opera in altri ambiti della globalizzazione. L’uniformazione di buona parte dell’immaginario dei paesi cosiddetti sviluppati, e non solo, è un dato di fatto da diversi decenni: alcune agenzie, prime fra tutte l’industria cinematografica e quella discografica, si sono incaricate di procedere alla composizione di un pubblico mondiale. Con questo passaggio, tuttavia, viene alla luce definitivamente il carattere ormai ideologico della nozione di “estero”. Nel caso dei contenuti on line, infatti, il livellamento non avviene sui temi o sugli aspetti formali ma proprio sulla cornice di ricezione e crea quella specie di vicinanza straniata di cui sopra. È questo l’aspetto caratterizzante ed il tratto ulteriore che il passaggio alla rete comporta: l’uniformazione, cioè, non agisce sulla produzione e sulla successiva standardizzazione e/o targetizzazione dei fruitori ma sulla fruizione stessa, in quanto tale, che viene ricondotta al minimo comun denominatore dello scambio e della condivisione, sublimando le diverse geografie che, a livello internazionale, le egemonie delle industrie culturali nazionali costruiscono e, appunto, disfacendo il loro pubblico nell’avvicendarsi delle comunità.

Questa uniformazione o, meglio, questa astrazione salta agli occhi comunque, anche solo limitandoci a prendere in considerazione i numeri potenziali della fruizione. È vero, come si è appena detto, che il meccanismo delle comunità smonta i grandi numeri del pubblico globale ma rimane il fatto che, potenzialmente, ogni contenuto ha circa due miliardi di fruitori. Il salto di scala implica, in questo senso, un livello di astrazione ulteriore della relazione tra chi produce il contenuto e chi lo fruisce, tanto più che la stessa relazione è già stata resa asincrona dalle modalità di distribuzione della rete. In questa offerta di contenuti a un fruitore che quasi sicuramente è irriducibile alle categorie native di chi li produce, viene implicato di nuovo uno spazio deterritorializzato, dove i requisiti semiotici di accesso alla fruizione sono ridotti al minimo.

Ecco la ragione per cui, come si è detto, gli apparati di mediazione che permettono la comunicazione tra i canoni (in primis: le traduzioni e le edizioni straniere) in rete sono messi in un certo senso tra parentesi, a favore di un rapporto diretto con i testi di provenienza estera, reperibili on line ed immediatamente fruibili, ovvero immediatamente scambiabili. Questo aspetto, a sua volta, conforma in modo specifico lo spazio letterario della rete. Siamo abituati al concetto di Weltliteratur da almeno da un paio di secoli. Siamo abituati, cioè, all’idea di un concorso generale nella creazione di un patrimonio letterario planetario, di un’ideale biblioteca di testi in tutte le lingue, in cui il lavoro dei traduttori diventa la tessitura essenziale per mantenere vivo e continuo il dialogo tra i tanti autori impegnati nella produzione di quei testi. Tuttavia, grazie all’arrivo di una piattaforma globale come la rete e grazie alla possibilità, lungo i suoi circuiti, di una comunicazione quasi immediata tra gli autori, sia in termini di dialogo vero e proprio che di reperimento dei testi, improvvisamente la biblioteca ideale a cui eravamo soliti pensare è diventata una specie di laboratorio aperto, sospeso, condiviso.

Al di là della sempre più diffusa conoscenza di una o più lingue straniere, quello che ha un peso decisivo, in questo senso, è sicuramente la nuova configurazione del sistema della produzione e della fruizione di contenuti, orientata a massimizzare la diffusione e a moltiplicare gli scambi. Allo stesso modo, hanno un impatto notevole la forte rielaborazione del compito di mediazione per come può essere svolto on line e, analogamente, la distinzione sempre meno netta tra la figure dello scrittore e quella del lettore (elementi a loro volta conseguenti alle necessità dello scambio). Infine, un’influenza specifica è quella di un’ulteriore dimensione della produzione on line, che vedremo per ultima e che è l’accessibilità.

Prima di passare all’accessibilità, però, bisogna sottolineare come il “laboratorio” che si genera on line abbia delle caratteristiche peculiari. La “biblioteca” dell’immagine da cui siamo partiti, infatti, volendo portare ai suoi estremi la metafora, è idealmente il luogo di convergenza e di convivenza delle singole esperienze nazionali che, in questo senso, ne compongono le sale e le collezioni, in una raccolta generale di tutta la letteratura umana. Si offre come luogo che contiene tutti gli altri luoghi, come quadro di riferimento, come cornice, come spazio generale e totale. L’on line, al contrario, non può che porsi come luogo “tra” gli altri luoghi, adiacente, intrecciato ma comunque separato dagli spazi che mette in comunicazione, dato che è irriducibile alle “sale”, agli ordini a priori, alla logica delle letterature nazionali, della rarefazione su base disciplinare e, soprattutto, dato che non è una piattaforma di archiviazione, come lo sono invece le grandi compilazioni che costituiscono i canoni, ma di comunicazione. Come tale, il “laboratorio” è di altra natura.

La rete, inoltre, a ben vedere non ha un’aspirazione totalitaria, come potrebbe averla invece la compilazione di una Weltliteratur. Tende certamente, e lo si è detto più volte, ad inglobare tutto ma non per arrivare a formulare la collezione completa dei contenuti ma, piuttosto, perché ha sempre bisogno di contenuti, dato che è finalizzata a massimizzare il flusso dei suoi traffici. Per questo rifiuta ogni selezione e, anzi, accetta non solo ogni minima variazione ma anche ogni duplicazione, ogni ridondanza. Per la stessa ragione, la rete vivrebbe la totalità, se fosse davvero tale e quindi definitiva, come una carenza, come un patrimonio non sufficiente: sarebbe un limite, con la sua completezza, all’accumulazione ininterrotta ed al flusso dei suoi scambi.

Questa irriducibilità, almeno ad ora, della rete al sistema delle tradizioni nazionali, ovvero la sua irriducibilità al sistema delle letterature eventualmente comparate che tuttavia innesta in modo sempre più pervasivo, sembra duplicare a livello letterario il meccanismo che Saskia Sassen individua nelle città della globalizzazione[21], cioè quello di una rete di centri locali che, tuttavia, condividono tra loro più caratteristiche di quante ne condividano con il territorio circostante. In questo senso – e torna ad affacciarsi il problema della relazione ancora irrisolta tra l’on line e l’off line –, i circuiti di scambio sul web o comunque in rete sembrano comporre una geografia capillare e ramificata, certo, ma comunque discontinua, separata dal resto dei circuiti di produzione culturale.

Per esemplificare questo aspetto, può forse servire un’ultima nota sull’utilizzo della lingua inglese in internet. Per quanto la rete si organizzi riconoscendo anche le lingue nazionali quali elementi di strutturazione interna, rimane il fatto che l’inglese si presenta come una specie di interlingua delle piattaforme on line. Verrebbe spontaneo considerare questo fatto come una forma di colonialismo culturale, messo in atto ormai da decenni dalla potentissima industria culturale di area anglofona e che dura, tuttora, anche nei nuovi circuiti mediatici e culturali. Tuttavia, pur non essendo del tutto scorretta questa lettura, dato che l’inglese è comunque la lingua dei più importanti provider e operatori della rete, oltre che la lingua dei saperi tecnici che fondano internet e tutto ciò che vi si collega, sembra che limitandoci ad un approccio di questo tipo perderemmo di vista almeno un aspetto fondamentale. Ovvero che l’inglese di internet non è l’inglese dei parlanti nativi ma una specie di superinglese, che comprende tanto quello corretto (o scorretto) delle parlate nazionali quanto i linguaggi dei saperi tecnici appena ricordati (e non solo), quanto, infine, quella congerie di pidgin e di inglesi demotici che i parlanti non anglofoni usano on line. Per altro, l’inglese della rete è soprattutto una lingua scritta e non una lingua parlata e questo, oltre ad essere una differenza tutt’altro che banale, è un ulteriore segno del fatto che stiamo parlando di una lingua disincarnata, che supera la dimensione nazionale del popolo che la parla.

In questo senso il punto da sottolineare, per quel che ci riguarda, è che, per quanto l’inglese venga usato on line da utenti “normali” o, più specificatamente, da autori letterari nella produzione dei loro contenuti on line, questo non vuol dire che quegli stessi autori progettino di entrare nella “letteratura inglese” – come se l’inglese usato da loro fosse la lingua espressa da una comunità nazionale con cui si cerca di interagire. Al contrario, quegli autori e quegli utenti partono dalla constatazione dell’esistenza di una piattaforma transnazionale, messa a disposizione dalla rete, e partecipano agli scambi che vi si generano. Facendo questo, possono accettare alcune sue peculiarità tra cui, per esempio, l’utilizzo dell’inglese come lingua di scambio, uno scambio che, tuttavia, si limita agli spazi generati dalla piattaforma e non supera, se non molto raramente, il confine che li separa da ciò che è off line.

L’accessibilità

Come accennavo più sopra, la quinta e ultima dimensione del blogging e della produzione on line che vorrei mettere in evidenza è quella dell’accessibilità, una dimensione declinata spesso nei termini della gratuità e della facilità di utilizzo. Ho già segnalato che sul web sono presenti parecchi servizi gratuiti e che offrono a chiunque la possibilità di aprire un blog in tempi virtualmente nulli e, allo stesso modo, che le interfacce messe a disposizione per la produzione dei contenuti sono quasi sempre estremamente facile da utilizzare. Ai fini di una maggior facilità d’uso, alcuni servizi (per esempio la piattaforma di microblogging Tumblr) hanno addirittura sviluppato interfacce specializzate in funzione delle tipologie di contenuto, per cui per postare un’immagine viene attivato un tipo di editor, per postare un link ne viene attivato un altro, per postare un testo un altro ancora e così via.

Per quel che riguarda l’idea di letteratura a cui facciamo in genere riferimento, questa dimensione ripresenta, in parte, un aspetto che si è già visto più volte, ovvero il fatto che la produzione on line indebolisce i meccanismi di rarefazione che stanno alla base della “buona letteratura” (di tutta la letteratura, in effetti). In un certo senso, la gratuità e la facilità d’uso si sono sostituite alle scelte editoriali ed all’apprendistato letterario: il fatto di poter istituire autonomamente e senza quasi nessun tipo di costo e di apprendistato un proprio circuito di diffusione di testi e contenuti non può che rendere superflua, agli occhi di chi non sente un’appartenenza al “vecchio” regime della produzione culturale, la macchina selettiva e spesso fin troppo burocratizzata e autoreferenziale dell’industria culturale corrente. Per altro, si ribadisce anche in questo frangente che il fenomeno della produzione testuale on line si configura come un passaggio della letteratura al “circuito della comunicazione”, dato che porta la letteratura ad accettare uno degli elementi cardine della comunicazione stessa: la sicurezza dell’accesso, appunto, la praticabilità del canale. Tuttavia, ci sono anche altri punti più specifici che la discussione sull’accessibilità consente di mettere in luce. Proviamo a esaminarli velocemente.

Il primo è una considerazione sull’accessibilità in relazione alla letteratura. Abbiamo alle nostre spalle un secolo che ha postulato la difficoltà di accesso del testo (intesa in un modi complessi, differenti e, spesso, inconciliabili) come uno dei princìpi fondanti di un’importantissima stagione di proposte teoriche, opere letterarie e tecniche retoriche. Nel corso degli ultimi decenni, tuttavia, questa nozione di difficoltà, eventualmente di oscurità, è stata sottoposta ad un processo di revisione radicale, a tratti schiettamente ideologica, a favore di una rivalutazione della leggibilità come anche della facilità del testo letterario. In questo senso, l’ulteriore passaggio sotto il segno dell’accessibilità che vorrei illustrare, lo si potrebbe leggere nei termini di un completamento della revisione generale del testo letterario come luogo di facile accesso.

Tuttavia, non si può non notare un particolare, forse secondario ma decisivo: la rete e le sue necessità di massimizzazione dei propri traffici richiedono, certamente, che sia garantita l’accessibilità al singolo contenuto ma non richiede affatto che lo stesso contenuto sia “leggibile”, sia facilmente decifrabile e il più possibile trasparente. Quello che conta è, appunto, che la possibilità di accesso sia mantenuta al massimo grado possibile, che il canale di comunicazione sia sempre attivo ed attivabile, non che il messaggio sia immediatamente perspicuo. Anzi, vista la configurazione dello spazio dei contenuti on line come topologia di comunità allo stesso tempo permeabili e totalitarie, può risultare un elemento di valore specifico il fatto che determinati contenuti non siano immediatamente interpretabili ma, piuttosto, in forza di una esibita opacità, marchino qualche tipo di confine[22]. Certo, questa stessa eventuale opacità verrà azzerata, dalla riduzione del testo a contenuto e della fruizione allo scambio, ma non la rende più perspicua e intelligibile.

Un altro punto che è interessante sottolineare riguarda la facilità d’uso che, oltre a smontare fattualmente il meccanismo generale di rarefazione, introduce un discorso specifico del tutto in antitesi con due ideologie opposte ma complementari proprie dell’industria culturale corrente, già richiamate nelle pagine precedenti: da una parte, l’idea dell’artigianato letterario, ovvero l’identificazione della scrittura letteraria con una sapienza operativa specifica, richiedente una formazione (fatta in proprio o seguendo scuole e corsi di scrittura creativa) più o meno lunga ma decisiva; dall’altra, l’idea della qualità come frutto del lavoro dell’editore, che attiva professionalità e mansioni specifiche di selezione e cura per dare alle stampe un prodotto riconoscibile come compiuto e rifinito. In entrambi i casi, la rete oppone l’ideologia della massimizzazione dell’accesso: valorizza in modo drastico i contenuti generati dagli utenti, a prescindere dalla perizia tecnica che rivelano, e si incarica di rimuovere qualunque ostacolo gli utenti possano trovare nella loro produzione e diffusione.

Proprio a partire dalle ideologie di cui sopra, si rimprovera alla facilità di fare da sponda ad un’immediatezza vista come elemento negativo in sé e punto debole della produzione on line in genere. Al di là del giudizio di merito, va comunque notato che la presa di parola in rete è spesso effettivamente immediata in modo, tuttavia, del tutto conseguente e non come effetto secondario disfunzionale. In altre parole: non è una debolezza ma un elemento portante. La produzione on line, infatti, anche in forza della sua democratizzazione radicale, può non porsi il problema dell’elaborazione del contenuto come luogo di interpretazioni eventualmente paradossali e contraddittorie e, quindi, come luogo in cui mediare qualcosa (un messaggio, un effetto, un concetto o quant’altro). Partendo dalla percezione della rete come luogo della propria comunità, infatti, il contenuto, anche se non le esclude, non necessita di interpretazioni ma solo di condivisioni. Inoltre, fattualmente, lo stesso contenuto non viene inserito in alcun circuito di legittimazione, distribuzione e promozione che lo medierebbe verso un pubblico che, a sua volta, ha bisogno di una mediazione rispetto alla massa generale di prodotti culturali. Al contrario, passa immediatamente ai circuiti della condivisione e dello scambio che, si noti, sia nell’ottica di chi produce il contenuto che di chi lo fruisce, sono anche quelli dell’amplificazione della propria soggettività.

Sul versante della gratuità, invece, credo sia possibile fare almeno altre due considerazioni. La prima è che la gratuità della rete è quel che si dice un mezza verità, cioè una verità non completa, ma pur sempre vera. Quello che è vero è che milioni di individui, per cui non era previsto un ruolo come “produttori di senso”, possono accedere alla rete e costituirsi come soggetti al suo interno (esprimendosi, entrando in relazione, producendo contenuti e così via) senza che la cosa costi loro più del prezzo della connessione. Rispetto ad un modello culturale basato su pochissime fonti di contenuti, ridotte anche in funzione dei costi che il modello stesso richiede, e tantissimi fruitori-spettatori verso cui i contenuti sono indirizzati (ovvero il modello ancora oggi predominante), è evidente che questo passaggio non è di poco conto e che è reso possibile dal virtuale azzeramento dei costi della produzione di contenuti. La parte che manca, come è stato detto fin dall’inizio di questa trattazione, è che la rete offre sì agli utenti la possibilità gratuita di mettere on line i loro contenuti ma lo fa perché gli stessi contenuti attireranno altri utenti che, a loro volta, produrranno la loro parte di dati e sarà così possibile vendere il traffico che tutto questo genera a degli sponsor – per non parlare della ricchissima messe di dati privati che chi offre servizi on line riesce a drenare dai propri utenti e a rivendere ad altri attori dell’economia.

La seconda considerazione, strettamente collegata alla precedente, riguarda il testo letterario in quanto tale. Negli ultimi due secoli, come ormai abbiamo ribadito più volte, in virtù dello sviluppo dell’industria culturale e della trasformazione del testo letterario in merce, la dimensione economica è stata sempre più presente nella letteratura e si è riflessa direttamente in alcuni elementi interni al dibattito critico e teorico letterario, avendo un peso specifico, oltre che sull’orientamento generale della produzione, attraverso la definizione di alcuni standard, anche nella formulazione e nella riformulazione di idee quali “arte per l’arte”, “best-seller”, “autore”, “popolarità” e così via. Ora, di nuovo, il “pubblico letterario” della rete non è un pubblico, tanto meno un pubblico pagante, e il testo messo a disposizione on line non è una merce (la merce è piuttosto l’intero ciclo di produzione-fruizione). Per la prima volta da due secoli, quindi, il testo letterario è in grado di sfuggire veramente al feticcio della merce ed al suo valore di scambio e di sciogliere più d’uno dei nodi critici che lo scrittore moderno si è trovato ad affrontare.

Non è ben chiaro quali saranno gli effetti di tutto questo, tanto più sapendo che, ad ora, la dimensione feticistica della merce “libro” è ancora estremamente forte. Tuttavia, sembra prevedibile un qualche tipo di frattura rispetto ai modelli a cui siamo abituati. Per prima cosa, si può immagine che verrà ulteriormente sgretolata la nozione di “popolarità”, ormai sempre più inadeguata, sia come chiave di lettura della produzione culturale (si veda, più sopra, il discorso sulle comunità e quello sul fenomeno della “coda lunga”), sia come supposta espressione di un punto di sintesi tra qualità letteraria e fortuna economica. Inoltre, è probabile che si indebolisca parecchio la legittimazione di alcuni testi rispetto ad altri, in funzione della loro eventuale presenza in un circuito industriale di produzione e di vendita; in altre parole, è probabile che la nostra idea di letteratura come spazio specifico del libro (elettronico o cartaceo) pubblicato da un editore, diventerà presto obsoleta. Infine, la “professione” degli autori, ovvero la loro capacità di vivere di ciò che scrivono (che è stata una della grandi conquiste del XIX secolo in letteratura ma che, già da qualche anno, è sfidata da un mercato sempre più complesso), verrà senz’altro riformulata in modo marcato e con essa, di conseguenza, verrà rielaborata la distinzione apparentemente fondamentale tra scrittori professionisti e scrittori dilettanti.

Il discorso, però, non finisce qui. Gli aspetti economici, non solo in termini industriali, come nel caso dell’editoria moderna, ma anche semplicemente in quelli di risorse disponibili, di possibilità di trasformarle e così via, hanno da sempre un’influenza specifica sulla produzione letteraria. In questo senso, il punto veramente significativo che il passaggio alla rete mette in luce è che, per la prima volta dall’invenzione della scrittura come tecnologia di immagazzinamento dei dati, le piattaforme a disposizione per il suo stoccaggio sono talmente capaci e di costo così ridotto che non impongono, di per sé, nessun tipo di considerazione sulla selezione, la promozione e il mantenimento dei testi. Se i costi in termini di materiali, manodopera e tempo necessari, per esempio, per la produzione di un codice manoscritto comportavano automaticamente, al di là di ogni discriminazione di tipo ideologico, una fortissima riduzione del numero dei testi considerati meritevoli di un tale investimento, ora che è possibile, ad un costo bassissimo, la produzione di un numero virtualmente infinito di copie di un testo, ed il suo mantenimento in archivi elettronici universalmente accessibili, è l’idea stessa della selezione che diventa antieconomica, anche solo per il tempo necessario a ispezionare l’immensa quantità dei contenuti prodotti per poi valutarne il merito ai fini della registrazione. Anche in questo caso, per quanto ci si trovi alle primissime propaggini di una nuova condizione, e non sia quindi possibile immaginare quali saranno gli sviluppi effettivi, sembra plausibile ipotizzare che le ricadute saranno radicali e non solo nell’ambito della letteratura.

La discussione sulla dimensione dell’accessibilità, tuttavia, permette soprattutto di cogliere un aspetto profondo del processo in atto con il passaggio alla rete. Si tratta di un elemento che si annida nel fenomeno più generale della virtualizzazione del documento, senza la quale, chiaramente, non potremmo neppure immaginare una cosa come internet. Con la trasformazione dei documenti da oggetti reali a oggetti virtuali, in effetti, si introduce un’innovazione decisiva nello stesso costrutto del documento, ovvero la separazione tra il contenuto, che il documento mantiene, e l’interfaccia, che permette di accedere al contenuto. In altri termini, la novità che il contenuto digitale porta con sé, e che la rete capitalizza, è il fatto che l’interfaccia che permette di fruirlo non è fissa né concreta, come nel caso del libro per esempio, ma è virtuale, simulata, indicizzata alla singola fruizione.

Al di là delle implementazioni specifiche, in effetti, un documento digitale si basa essenzialmente su un insieme di dati, da una parte, e, dall’altra, su una serie di elementi e regole per la presentazione dei dati a schermo (o attraverso qualunque altro dispositivo). Mentre un libro, cioè, è tale anche prima di essere letto, un documento fruito via schermo viene simulato nel momento stesso in cui viene richiamato per la fruizione. Questa simulazione, che riecheggia l’evenemenzialità della rete, viene generata proprio in funzione della singola lettura e con essa scompare e, così, le interfacce del singolo documento si avvicendano virtualmente all’infinito.

È in questa separazione che si dispiega l’ipertestualità di cui si tanto è parlato, ai tempi della prima diffusione del web, quando sembrava che l’ipertesto, inteso nei modi già visti negli iperromanzi quali strutture dalle trame multidimensionali, senza un inizio ed una fine stabiliti, sarebbe diventato il nuovo modello testuale. In verità, la vicenda degli ipertesti non è stata particolarmente fortunata e, dopo una rapida fioritura, è passata altrettanto rapidamente in una fase di stagnazione, forse scontrandosi con il fatto, non certo secondario, che per quanto il supporto digitale introduca la possibilità di una produzione multidimensionale, la fruizione che lo “human device” permette rimane comunque sequenziale. La rete, per così dire, ha scelto il contenuto anodino e nucleare, ordinabile a posteriori in lunghi elenchi o sequenze, a discapito delle strutture ipertestuali, ordinate a priori in geometrie complesse (per quanto, ovviamente, rimanga il fatto che il web è essenzialmente un unico, immenso ipertesto).

E tuttavia, l’ipertestualità come proliferazione di trame concorrenti ed eventualmente non sequenziali si basava proprio sulla separatezza dei suoi elementi (il testo, eventualmente i suoi brani, i capitoli, i titoli e poi il layout, i caratteri, etc., etc.), che non si muovono in blocco come nel caso di un documento fisico ma appunto, grazie all’attivazione da parte del fruitore, vengono riuniti nelle istanze necessarie. Come tale, l’ipertesto è ancora un modello di riferimento, quanto meno per comprendere alcuni aspetti.

Il primo è sicuramente il fatto che stiamo parlando di documenti frutto dell’interazione con il proprio fuitore. Se nel percorso di navigazione di un ipertesto questo è evidente, in quanto reiterato nella continua richiesta di dati al server per procedere nella lettura, nella fruizione del singolo contenuto invece può sfuggire il fatto che il testo o l’immagine che stiamo visualizzando esiste solo perché li abbiamo richiamati per una fruizione. Eppure è così e la rete è già la realtà virtuale che tanto la fantascienza cyberpunk quanto la pubblicistica più tecnofila hanno vagheggiato[23].

Per altro, il fatto che il documento digitale sia nativamente un documento collaborativo ribadisce la nozione della centralità dell’utente, che non è semplicemente il destinatario previsto ma il corresponsabile della presenza del documento. Certo, i dati e le istruzioni che compongono il documento fruito preesistono alla fruizione ma, appunto, sono una cosa altra rispetto a ciò che visioniamo: l’atto del fruizione di un contenuto digitale prende un peso diverso rispetto alla “semplice” attivazione semiotica della lettura di un romanzo su carta, per esempio.

Questa collaborazione strutturale chiarisce, inoltre, come anche la dimensione di cognizione collettiva della rete (che, insieme alla pornografia, caratterizza nel modo più massivo l’odierno accumulo dei contenuti) non sia una vicenda più o meno ampia e tuttavia accessoria ma, piuttosto, come essa rispecchi una caratteristica strutturale che trova diverse incarnazioni negli spazi di internet, a sua volta realtà essenzialmente collaborativa, visto che è costruita attorno alle modalità dell’elaborazione distribuita, secondo il modello client-server. Allo stesso modo, la dimensione collaborativa ci riporta ad una caratteristica già sottolineata, ovvero a quella peculiare ubiquità tra spazio pubblico e spazio privato che la rete introduce. Nella simulazione che vediamo a schermo, frutto dell’elaborazione in locale di dati in remoto, i due spazi fisici e logici trovano una sintesi nuova e specifica.

Tornado alla questione dell’accessibilità, comunque, è chiaro come proprio la separazione e la successiva moltiplicazione delle interfacce costituiscano il suo processo chiave. Riportando i dati ad una fluidità che mancava dai tempi della trasmissione orale (e che neppure i media elettrici del secolo scorso hanno saputo offrire in forma così leggera e usabile), si permette infatti la massimizzazione della diffusione del contenuto, libero dalle sue cristallizzazioni in interfacce concrete e fisse (volumi rilegati, dischi di vinile, videocassette e così via), a loro volta relegate in circuiti strettamente regolati, lenti e costosi, oltre che a situazioni di fruizione spesso condizionate dalla realtà fisica dei supporti che fungono da interfaccia. Il contenuto, cioè, è reso immateriale e può essere trattato e modulato nel proprio apparire in funzione delle situazioni e dei dispositivi in cui l’interfaccia virtuale viene generata: la reperibilità è sostenuta dalle capacità di archiviazione e circolazione della rete e la virtualità completa l’opera subordinando l’interfaccia alla fruizione e non viceversa, dimostrando come all’accessibilità in produzione è esattamente speculare un’accessibilità in fruizione. La recente massiccia diffusione di dispositivi per l’utilizzo della rete in mobilità (tablet, smartphone e così via) è, in questo senso, l’implementazione più evidente dell’accessibilità come modulazione delle interfacce sui contenuti on line in funzione dello strumento a disposizione. Grazie alla loro codifica digitale, i contenuti depositati sui server si incanalano lungo le diverse piattaforme e nei diversi protocolli gestiti dai device mobili e sono raggiungibili e fruibili ovunque e comunque.

La nozione di flusso, allora, già introdotta nelle pagine precedenti, risulta davvero ancora più efficace di quella di rete per dare conto di quel manufatto globale che è l’on line. Se l’immagine della rete coglie l’infrastruttura a nodi che lo innerva e la sua specifica geometria policentrica e orizzontale, solo la metafora del flusso permette di raffigurare internet non nei termini di una mera distribuzione di oggetti ma come un evento complesso e multiforme, generato dalla concomitanza delle connessioni, delle condivisioni e delle fruizioni.

Siamo tornati alle immagini iniziali dell’accumulo e della circolazione dei contenuti che, nella chiave di lettura dell’accessibilità, assumono un aspetto liquido, sostituendo all’idea delle comunità e dei circuiti di condivisione quella dei flussi di contenuti che attraversano la rete come una specie di idrosfera numerica, seguendo grandi e piccole correnti di affinità, malintesi e serendipità che convogliano immagini, testi, video in un sistema di bacini maggiori o minori ma sempre costituiti attorno agli scambi che li mantengono. Questo intrecciarsi di correnti, questa mareggiata polimorfa di contenuti che arrivano nella nostra bacheca su Facebook e poi rispuntano nell’home page di un blog che seguiamo, poi vengono citati da un quotidiano on line e infine spariscono per poi riaffiorare, dopo mesi, linkati su Twitter o postati su Tumblr, compongono un oceano in incessante movimento, un sistema di luoghi e di simultaneità concorrenti, che rimane per lo più insondato e insondabile.

Rimane da chiedersi, a questo punto, a che cosa si accede. Come si è accennato più sopra, se c’è una realtà, dietro la simulazione del documento che istituiamo fruendolo, è quella pur sempre immateriale ma autonoma dei dati e delle istruzioni che andranno a comporre il documento stesso. Ora, è ovvio che quel livello non è mai attinto direttamente dall’utente che non può strutturalmente leggere le cariche elettromagnetiche dei dischi di storage e computare le operazioni necessarie per simulare, nella propria mente, il contenuto che vuole fruire. L’immagine del testo nasconde il non-testo vero: è sempre e solo una simulazione quella a cui abbiamo accesso e, come nel caso  della fotografia, così nel caso del documento digitale perde completamente senso la nozione di originale. La successione delle interfacce virtuali compone una specie di stratificazione infinita oltre la quale non è possibile andare.

In altri termini, nel cuore del meccanismo stesso che dispiega le massime potenzialità dell’accesso ci troviamo, almeno in termini ontologici, di fronte ad una contraddizione evidente tra l’accessibilità e l’inesauribilità. Questa stessa contraddizione riecheggia anche a livello sistemico, nella logica generale da cui siamo partiti, ovvero in quell’accumulo di contenuti che è altrettanto (e disumanamente) inesauribile.

Concluderei proprio con questa immagine. È nozione diffusa quella del deep web, ovvero del web profondo, un’espressione che cerca di rappresentare quella porzione di contenuti che costituirebbe la stragrande maggioranza di ciò che è reperibile on line e che, tuttavia, non è neppure tracciato dai motori di ricerca, perché sfugge ai loro meccanismi di harvesting, e così risulta invisibile, situato ad una profondità troppo elevata per la nostra navigazione di superficie. In qualche modo, ci ritroviamo al punto in cui, come accennavo più sopra, si è fermato il dibattito e la sperimentazione sull’ipertesto, un sistema documentario che supera le capacità di fruizione umana: come l’ipertesto era “troppo” per il suo potenziale lettore; così la rete supera le sue stessa capacità di autoindicizzarsi e, certamente, la nostra di usufruirne in modo congruo. Rimane tuttavia una differenza: se l’ipertesto si poneva quasi nei termini di una monumentalità non solo disumana ma anche anerotica, la rete è una specie di euforia semiotica incontrollabile, una festa mobile cognitiva, uno di quei mari, certo, in cui è dolce naufragare, soprattutto perché la relazione con il senso, che si instaura in rete, è analoga a quella che si intrattiene con tutti i media elettrici: il godimento ipnotico dell’inorganico, dell’iconico, dell’acquatico.

[1] Chiuderà il 31 gennaio del 2012, nel periodo di stesura di questo saggio.

[2] V. ebook Perché i poeti? (saggi 1986-2001) <http://www.cepollaro.it/poeti.pdf>

[3]Perché ci siamo chiamati Nazione Indiana Perché ci piaceva l’idea di una nazione composta da molti popoli diversi, orgogliosamente diversi e orgogliosamente liberi di migrare attraverso le loro praterie intrecciando scambi e confronti, e a volte anche scontri.” <http://www.nazioneindiana.com/chi-siamo/>

[4] <http://www.nazioneindiana.com/2005/04/09/la-restaurazione/>

[5] Il troll è, essenzialmente, un provocatore che interviene, in modo più o meno offensivo e irritante nelle discussioni on line per disturbarle o vanificarle (V. < http://it.wikipedia.org/wiki/Troll_(Internet)>). Tra i tanti troll che hanno affollato e tuttora affollano i blog letterari italiani, va ricordato almeno Sergio Soda Star (che interviene tuttavia anche con altri nickname: Immondizie Riunite, Rotowash, Sergio Soda Spam, Aldo Primo, Rupert Toy Party, Italia Roto Party, Immondizie Riunite Due, Giorgio Pollere etc., fino a costituire una sorta di “olimpo” di agenti provocatori, cafoni e indomabili) che ha trasformato questo ruolo da sfogo strutturale ma non strutturato a strumento di critica fattuale della pratica della rete come luogo di cognizione collettiva, critica essenziale e vitalissima in un contesto che troppo spesso è stato praticato come se fosse quello “protetto” delle riviste e dei dibattiti accademici, introducendovi discorsi che invece dovrebbero sempre partire dalla nozione di riduzione a contenuto che vedremo più avanti. Al di là dei limiti della strategia messa in campo (e delle strategie “distruttive” in genere) e degli spunti polemici propri alle idiosincrasie di SSS (prevalentemente la figura e la caricatura dell’intellettuale di sinistra), rimane la sua complessità, la raffinatezza (celata, ovviamente, dietro la volgarità più becera) e la continua messa alla prova a cui una pratica di questo tipo costringe i discorsi politici, teorici e le produzioni letterarie che vengono prodotti in rete.

[6] Sappiano le mie parole di sangue / Babsi Jones. – Rizzoli, 2007

[7] Prosa in prosa / Andrea Inglese, Gherardo Bortolotti, Alessandro Broggi, Marco Giovenale, Michele Zaffarano, Andrea Raos. – Le lettere, 2009

[8] <http://news.netcraft.com/archives/2012/07/03/july-2012-web-server-survey.html>.

[9] <http://en.wordpress.com/stats/>.

[10] <http://staff.tumblr.com/post/434982975/a-billion-hits>.

[11] <http://blog.twitter.com/2011/06/200-million-tweets-per-day.html>.

[12] <http://newsroom.fb.com/content/default.aspx?NewsAreaId=22>.

[13] Circa un terzo della popolazione mondiale, stando a <http://www.internetworldstats.com/stats.htm>.

[14] Si noti, in effetti, che continuano ad esistere dei discrimini di validazione, legati però più agli standard di comportamento, accettabili o meno all’interno delle comunità o delle piattaforme on line, che a questioni di legittimazione autoriale o formale. Anche le questioni legate alla proprietà, per esempio quella dei diritti d’autore, nonostante siano spesso ribadite in effetti mostrano di essere eluse sistematicamente.

[15] Le modalità proprie delle pay-tv valgono, in questo caso, come eccezione.

[16] Spesso non banali pur se non codificati: si pensi, per esempio, alla proliferazione dei meme nei blog di Tumblr. Il concetto di meme nasce nell’ambito dell’etologia per indicare una specie di unità nucleare di cultura. In rete, si sono sviluppati alcuni meme specifici, composti da video o immagini caricaturali o frasi che, pur essendo l’espressione di un’attività prevalentemente ludica, compongono una grammatica specifica, con segni e sintassi la cui interpretazione richiede un insieme di conoscenze non ovvio. Per alcuni esempi di internet meme si veda: <http://knowyourmeme.com/>.

[17] Per “capsula del tempo” si intende un contenitore o un dispositivo preparato per conservare oggetti o informazioni destinate ad essere poi recuperate nel futuro, come raccolta di elementi esemplificativi della cultura e degli stili di vita di un dato periodo da tramandare a chi vivrà negli anni o nei secoli a venire.

[18] Stringhe usate come tag e precedute dal “cancelletto”, “hash” in inglese.

[19] Questo passaggio, in verità, non è pacifico e le relazioni tra i redattori e i commentatori di NI (come di altri blog, per altro) hanno spesso dato luogo a scontri anche violenti, almeno verbalmente. Di conseguenza, alcuni commentatori, tra cui il Sergio Soda Star ricordato più sopra, sono stati esclusi dalla partecipazione al blog ed alcuni redattori hanno modificato la propria presenza on line in funzione di una maggior autotutela. Tuttavia, la logica di fondo rimane la medesima e l’eccezionalità di alcune scelte non fa che ribadire, come tale, la regola di base.

[20] V. La coda lunga / Chris Anderson. – Codice, 2007. È stato Anderson ad introdurre (con questo articolo: <http://www.wired.com/wired/archive/12.10/tail.html>) il concetto di coda lunga in un dibattito più ampio.

[21] V. Le città nell’economia globale / Saskia Sassen. – Il mulino, 1997.

[22] V. sopra l’esempio degli internet meme.

[23] William Gibson, in Neuromante (Nord, 1986), definiva il cyberspazio come “un’allucinazione consensuale condivisa ogni giorno da miliardi di operatori legittimi”. Al di là della questione della legittimità, potremmo usare la stessa definizione per la rete e le tecnologie digitali in genere.

Immagina tratta dal sito http://www.ciclofrenia.it

Fonte dell’articolo: l’Ulisse di LietoColle  n. 19 “Forme ed effetti della scrittura elettronica”  , dfirettori:  A. Broggi, S. Salvi,  I. Testa

 

Gherardo Bortolotti

Nel 2005 ha pubblicato l’ebook Canopo (Cepollaro edizioni), e nel 2007 la plaquette Soluzioni binarie (La camera verde). Nel 2009 ha pubblicato Tecniche di basso livello (“Aron” Lavieri, finalista al Premio Stephen Dedalus) e ha partecipato all’antologia Prosa in prosa (Collana Fuoriformato, Le Lettere).

Nel 2011, suoi testi sono stati inclusi da Vincenzo Ostuni nell’antologia Poeti degli Anni Zero (Ponte Sisto). Nel 2013 ha pubblicato senza paragone (“Nuova poetica”, Transeuropa).

Insieme a Michele Zaffarano cura la collana Chapbooks per Arcipelago edizioni, che pubblica letteratura sperimentale dalla Francia, dall’Italia e dagli Stati Uniti.

Ha pubblicato testi e traduzioni in rete e su rivista. È stato fra i fondatori e curatori del blog letterario Nazione indiana. Il suo blog principale è www.bgmole.wordpress.com .