L’ultima silloge di Anna Belozorovitch sembra il resoconto di un naufragio dell’io, che viene gettato nell’intelaiatura dei versi già frammentato, o stordito, o relegato in un luogo serrato, separato dal mobile fluire della realtà.

La stessa sorte subisce il corpo invecchiato, che in un testo viene surrealmente smontato come un balocco inerte: Il viso sfilato dal collo, i polsi svitati, le mani poggiate lontano, “il tronco calvo”, mentre solo il sesso resta: “né vuoto, né presenza”, a significare che la vitalità dell’eros più non lo coinvolge.

Una tale rappresentazione scenografica di se stessa conferisce alla scrittura poetica dell’autrice un’intensità drammatica, se non, spesso, crudele. Le cose del mondo entrano nei versi già trasfigurate dallo sguardo: “rettangoli celesti”, “squarci pallidi”, “ricordi d’ombra”; ed il tempo viene sottratto alla sua linearità, incerto fra incubi onirici e coaguli improvvisi di immagini stranianti; e comunque sottratto alla percezione interiore, che possiede un altro passo.

In questo teatro interiore le nuove domande rimangono spesso senza risposte; di più: quelle già date per certe si sfaldano via via in suoni in-significanti; e la protagonista che parla di sé, sa di parlare a vuoto nel vuoto del sapere.

Tanto più amaro approdo (simile a quello delle ricorrenti balene spiaggiate), quanto più la memoria restituisce l’integrità di un io del passato che è ormai diventato solo una modulazione grammaticale: “ero un altro tempo, avevo un’altra pelle, sognavo il tentativo./ Sognavo simboli, con violenza e passione” (pag.60); “ero vuota e bianca, una volta”, “ero tesa al dopo” (pag.53).

Adesso le parole rimaste sulla bocca della poeta sono: “opaco”, “buio”, “vuoto”, “nulla”, termini alludenti alla morte, che costituisce di fatto il centro ispirativo di questi versi, a patto di tenere presente che, più che la morte fisica, l’autrice paventa quella riguardante la possibilità conoscitiva del mondo; anzi di più: ella sa ormai ‘morta’  l’illusione che la parola poetica possa essere proposta come metodo per raggiungere il mistero delle cose: “senza parola ho bianco/ tutt’intorno e dipinto/ addosso a me, addosso al mondo,/  intorno al centro,/ in mezzo al niente.” (pag.70).

A cosa serve, dunque, la poesia se essa non può più cantare l’armonia del mondo? Se essa è soltanto un “riflesso incomunicabile del blu”, come scrive la Belozorovitch?

A nulla, appunto, se non a ricordarci il mistero del Tutto e la presenza inafferrabile del divino, a cui disperatamente cercarono pure di accostarsi, attraverso l’uso dei colori e dei suoni, artisti come Chopin (famosa è ‘la nota blu’ che George Sand avvertiva alla fine dei concerti privati del pianista suo amante) e Chagall e Kandinsky e tanti altri.

Non mi sembra di discostarmi troppo dal vero nell’immaginare che l’autrice avesse in mente questi autori mentre scriveva del “riflesso incomunicabile del blu” (infatti è proprio per questo che ho voluto citarli), anche perché questa sua silloge assorbe in sé numerosi riferimenti culturali, e, in modo particolare, il geniale capolavoro di Musil: Luomo senza qualità. Ci sono versi che sembrano riassumerne interi capitoli, come già nel testo iniziale (pag. 11) quelli conclusivi che dicono: “Tutte le rivoluzioni non sono/ che mappe di cicliche dimenticanze”, come sostiene Ulrich, il protagonista del romanzo; oppure, a pag.55, l’affermazione: “La libertà è solo dopo il buio, /oppure nel cambiare posizione”, che fa pensare al personaggio di Agathe, portata per impulso interiore al suicidio ed alla trasgressione della morale comune; o ancora: “…Forse/ il banale ‘s’intende’ è scienza”; ma qui non si tratta di precisare delle corrispondenze esatte, quanto piuttosto di sottolineare un’atmosfera analoga, una corrispondenza di umori e posizioni intellettuali di fronte alla relazione fra gli individui, l’altro ed il reale, il senso dello stare al mondo e il peso del singolo nell’ingranaggio degli eventi e, in ultimo, lo sfarinamento di ogni certezza oggettiva all’interno di una realtà che ci ostiniamo a sentire corrispondente e che, invece, procede nella sua ripetizione usuale: “Sempre gli stessi alberi/ sempre nuova meraviglia” (pag. 37), per cui dovremmo rassegnarci a meravigliarcene, appunto, riconoscendone, però, l’autonomia.

E così, mentre la poeta afferma l’impossibilità della poesia di definire alcunché, tuttavia, attraverso essa, traccia un coerente sistema di pensiero non privo di profonde vibrazioni ed emozioni, che parlano a quei lettori già approdati al senso profondo dell’effimero essere d’ogni creatura nella vita come progressivo approssimarsi al non essere della morte.

È in questo perenne dialogo fra vita e morte, nell’infinita serie di apparizioni e scomparse, di creazioni e distruzioni, che si matura sempre un debito reciproco, un “in meno” e un “in più” che non sono quasi mai equivalenti; così come nella vita d’ogni individuo il rapporto fra bene e male, gioia e dolore, agire o astenersi dall’azione cambia continuamente in qualità e quantità, determinando un continuo debito di discontinuità e disequilibrio che si finisce con il pagare sempre.

clicca qui per accedere alla scheda del libro