La silloge di Daniela Andreis ha lo stesso titolo di due romanzi (uno di Marek Hlasko, un altro di Christian Bobin), di  un film (di Alexander Ford) e di un album musicale di Maxi B., probabilmente perché L’ottavo giorno della settimana non è una surreale espressione linguistica, ma una categoria mentale, che vuole indicare, come leggo in una breve presentazione del romanzo di Bobin, non un tempo, ma “il tempo sempre tacitamente presente”, quello che “parallelo al silenzio, contiene tutto l’ineffabile, ma insieme avvolge ogni parola, la sua anima, ogni evento, ogni paesaggio. L’ottavo giorno è la fine, la commozione e la trasfigurazione, e insieme il principio, l’origine, la bellezza e l’incanto, la pienezza e il vuoto, che fa risaltare pienezza e vuoto”.

Sono partita da questa definizione per incontrare i versi della Andreis, nei quali gli eventi biografici che ne costituiscono l’impalcatura, una volta sottratti ai confini dello spazio-tempo, vengono messi  in relazione con le categorie più profonde della psiche e affidati alla suggestione arcana dello slancio lirico e musicale.

È a causa di questo processo che sembra (nonostante il frequente uso dei tempi del passato) che tutto ritorni a farsi presente continuando a “essere” non solo esteticamente, ma anche eticamente ed emozionalmente. Quasi che la sparizione dei corpi, i silenzi lunghissimi del padre, il tempo lontano dell’infanzia condiviso con la sorella, gli amori mai più nel cuore conclusi, la traiettoria esistenziale drammatica e allo stesso tempo adorna di passione della madre eternamente bambina nel suo piccolo scheletro, non venissero raffigurati, ma trasposti e trasformati in metafore del profondo, e infine in un bellissimo canto elegiaco.

Il lettore percorre uno spazio illimitato dove volti, dettagli minuti, paesaggi che sembrano metafisici con il bianco assoluto delle nevi, gesti, oggetti tessono allo stesso tempo epifanie di bellezza e storie di sentimenti intensi.

Il padre che non parla è ancora il vuoto che vuole essere riempito, il desiderio di richiamare in vita, il suono intimo di parole tenere, le non-pronunciate, le presunte. Si spoglia dei suoi anni, diventa un “magico bambino” da guardare nei temporali, una “sagoma d’angelo sul campanile”; fa piovere nei versi il suo sorriso, affinché lei possa trasformarlo in un “ghirigoro chiaro”.

Egli dava dolore, quand’era vivo, mentre se ne stava distratto mangiando “a testa bassa”,  dopo avere terminato il  suo lavoro nei campi e ora viene definito “il fiore innamorato / di una corolla minuscola” (lui gigante, la sua sposa così piccola di statura), è un colore, un profumo di trucioli e rafia, di mele, di gramigna: un che di vivamente sparso tutto intorno che ripete se stesso nel ciclico sopraggiungere e svanire delle stagioni.

Quest’ultime hanno una funzione importante nella silloge della Andreis: segnano il ritmo dell’apparizione e della sparizione come tutti gli amori che l’autrice ricorda e che, sia pure lontani, difficili, sfiniti dall’abbandono, separati dalla distanza, fioriscono ancora attraverso il recupero della memoria, spesso anche proustianamente involontaria.

In ultima sostanza, la poesia della Andreis colloca il suo centro ispirativo nelle “ricordanze” sia secondo un sotterraneo ma progressivo avanzamento temporale dall’infanzia più lontana alle vicende più recenti, sia secondo un allargamento del sentimento amoroso da quello per i genitori, la sorella, le amiche, all’altro fortemente erotico per gli uomini della sua vita. Tutte queste presenti assenze determinano una dolente ma anche onirica percezione di affollatissima solitudine, in cui l’amore continua a proiettare una luce intensa che alimenta un linguaggio palpitante e alato, assolutamente personale, che trova il suo ritmo intrinseco nella figura della metafora.