Se fossi arrivata cinque minuti dopo, o dieci,
o prima, o non fossi scesa in strada per la posta, i campi
di erba medica maturi di pettirossi,
un raccolto fresco di cavallette;
se il coyote che sfrecciava via – per caso alzai
la testa dal libro – in piena luce, non
fosse andato dalla parte sbagliata,
raggirato da un coniglio di meno,
o l’orso le cui orme avevo scoperto tornando,
fresche e inconfondibili come un’intermittente luce rossa,
non fosse stato in agguato proprio al posto giusto,
avrei potuto non vedere mai i tacchini selvatici posarsi
nel rifugio dei pini: alteri, gli eterni
abiti neri del lutto, immobili come bersagli
a una fiera di campagna,
uno per uno tranquillamente lungo
l’orlo del campo, il ruscello, su per la collina
tra gli alberi, lungo il bordo dell’estinzione, oltre
tutti i poteri di osservazione. Risoluti.
Come se vi fossero altri a prenderne il posto.
Come se noi tutti avessimo tutto il tempo del mondo.

Foto: Tertius Alio-Sima

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