Perché EX LIBRIS, le posizioni della lettura

Varsavia, aeroporto di Modlin, qualche tempo fa.

Osservo una fila di persone sedute, ciascuna in attesa del proprio volo, ciascuna con una destinazione e un destino. Ciascuna con un libro in mano in attesa dell’imbarco, e ognuna con una posizione diversa sulla poltrona; con un libro diverso, scritto in una lingua diversa da quella del vicino. Eppure, ciascuna alle prese con due storie: quella personale – la propria destinazione, il proprio destino – e l’altra, la storia raccontata dal libro, a condurre la vita altrove da lì, fuori dall’aeroporto, lontano dalla propria destinazione e dal proprio destino, verso altri destini e altre destinazioni. Mi viene spontaneo ripensare a quali posizioni reali e simboliche ho assunto – nel tempo – leggendo quali libri, e cerco di spiegare le ragioni di quegli atteggiamenti, di quei moti del corpo e della proiezione corrispondenti alle forme del coinvolgimento in storie diverse dalle mie, in pensieri di altri capaci di intercettare la mia attenzione, la mia curiosità, la mia voglia di essere toccato e di girarmi, di guardare al di là delle mie spalle, oltre il profilo dell’orizzonte assegnatomi. I componimenti di questo SoloDieci non riguardano necessariamente i libri della formazione, i cosiddetti “fondamentali”: sono solamente ricordi, reinterpretati dalle immagini “sensibili” di Lucy Franco, a testimonianza della molteplicità delle vite vivibili attraversando i nodi della parola, delle parole.

Al lettore, l’augurio di Umberto Eco: vivere – attraverso la lettura, le letture – l’avventura (autenticamente senza tempo) di una “immortalità all’indietro”.

Augusto Pivanti

dal testo:

 

 

II Wystan Hugh Auden, Horae Canonicae, SE, 2000

 

Nulla di canonico è in questo breviario acattolico dove

il Proprium de Tempore scorre accanto all’Ordinarium Divini

Officii (che si recita identico ogni giorno), e l’ora nona

non è quella del Clamavit ma quella densa della rivelazione

(“ciò che sappiamo impossibile (…) sta per passare prima

che ce ne rendiamo conto”). Mattino, mezzogiorno e sera

non bastano a spiegare ciò che in te accadeva ogni notte,

con il manifestarsi delle ansie raccolte nei solchi della guerra.

 

C’è quell’“imbevile Oceano” a lasciarci ancora a bocca aperta,

parti di te dove le bocche paiono infinite e gli occhi invece

sembrano uno solo: luoghi dove “non occorre sentirlo dare

ordini per sapere se uno ha autorità”. Questa ossessione che

si fa preghiera (ascolto, e al tempo stesso tentativo di racconto

alla Verità) sembra interpretare la paura di un dio senza divinità

né sacerdoti, temperato dall’Immolatus vincerit che presiede ogni

ora dell’uomo, in guerra o senza guerra, in terra o sottoterra.

 

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