Caro nipote, non ti conosco,
e non so se il tempo
che separa generazioni
potrà di me in te o di te in me
riconoscere qualcosa;
se un giorno queste parole
ti diranno di una voce
o saranno un foglio
improvviso
all’occhio che fruga
nella penombra del meriggio
e qualcuno ti chiederà
– fidanzata o amante –
chi usava una lingua
già così stanca,
se davvero pensava che un giorno
avrebbe potuto
da così lontano
gettare un ponte d’inchiostro,
sperare di capire
non dico sè, ma voi.
Allora, con la faccia che avrai
e oggi non si vede,
col sorriso che ti sarai scoperto,
incerto un po’ ti vergognerai
che osassero tanto i parenti dei padri
da seminare nel mondo vostro,
come non fosse loro già colpa
avere nella storia un posto.
Non parlo al sordo e non ho speranza,
mi resta un dubbio di tanti:
se dicendoti che sarete
diversi e a noi uguali
prima che la vita abbia finito
di scrivere sull’etichetta
e dall’aceto ritorni il vino,
quel mondo che vi abbiamo sciupato,
o che ha sciupato noi,
sarà per voi la tradotta
o la rima che distilla
un non senso amaro
sulla coperta dell’aria;
se nell’acre sfrigolare di ideali
con cui vi consegniamo
un nome e una fede,
una traccia incerta del destino,
tutto ciò che non potete
aver voluto
(ciò che noi non abbiamo saputo)
per conquistarci un posto da pari,
per dire sì non alla vita
ma al consenso del vicino
e lavare le nostre mani
nell’acqua della stessa colpa,
vedrete i fumenti del giorno,
una luna spessa e nera,
la vostra vita assorta a dimenticare
la scintilla che fu il logos:
vi chiameremo innocenti
e ci aspettiamo da voi un segno,
un richiamo,
lo stesso giro di pista,
per essere certi,
come già lo siamo
del nostro posto
nella danza di Cagliostro,
per dire a noi stessi
che il tempo lo abbiamo morso
e masticato coi denti.
Perdonate figli se siamo padri
e madri, e parentame,
perdonate il fardello
che oggi con pompa vi diamo,
le nostre parole d’oro, e l’oro
che per voi spargiamo sul letame.

Foto: Grzegorz Pawelak-Modern baptism

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