La poesia di Luca Minola ruota tutta intorno all’idea della luce: ogni parola sembra nata (e scritta) altrove ma in grado di illuminare il “qui e ora”. E diventa un cammino verso la coscienza chiarificatrice

Pressioni (Lieto Colle, pagg.61, 13,00 euro), conferma la tenuta stilistica di Luca Minola, poeta trentenne, i cui versi sono già presenti in diverse riviste e raccolte. Attraversato dal senso dell’attesa, questo libro ha nel tema della luce, come sottolinea Maurizio Cucchi nella sua presentazione, un suo centro simbolico, il “fuoco” semantico intorno a cui si sviluppa la scrittura di Minola. Poesie, le sue, che sembrano esiti di argomentazioni svolte altrove, in un “prima” dove i sensi e i pensieri si fondono alla ricerca di fessure, spiragli, varchi montaliani: “Le pupille non trattengono, rilasciano/luce insistente sulle zone, pressioni”. E non a caso, il Montale degli Ossi e l’Antonio Porta di Invasioni sono citati in epigrafe, quasi a indicare un percorso di poetica che si muove tra una stagione e l’altra della nostra poesia dell’ultimo secolo. Potremmo definire i versi di Minola come distillati di meditazioni sul reale che consentono di segnare “le ritmiche delle gradazioni”, di individuare forme di ri-composizione del senso delle cose: “Dopo non serve più nessun classico,/nessuno che misuri la notte in metri,/che riceva rassicurazioni, facili progetti”.

La poesia di Minola si pone sulla soglia di un passaggio, ancora al di qua del regno dove tutti gli opposti si compongono. Al poeta non resta che intravedere, seguire tracce, affinare sensi e nervi per attraversare la materia, per penetrare oltre il buio che macchia, sporca, invade. Questo cammino verso una conoscenza chiarificatrice ha come esito in Minola poesie in cui si avverte, sotto la sobria compostezza, una tensione compositiva che destruttura e ristruttura. Spesso il risultato sono frammenti, o volte oscuri, dove non manca la cadenza gnomica (“La pace consuma”, ”C’è speranza solo adesso che è tardi”).

In altre poesie, l’apertura più ampia allo sviluppo discorsivo ritrova la cifra della tradizione novecentesca: “Come se il reale fosse questo stonare di dita,/il movimento, le azioni disciplinate:/l’apertura di un corpo e il suo molle riposo”.