Nel corso della mia ricerca poetica, mi sono ritrovato a un certo punto, quasi senza accorgermene (senza avere cioè piena coscienza di quello che avrebbe comportato), a operare nella mia città e provincia e altrove, per la poesia. Ho fondato un’associazione culturale, che è anche casa editrice, con la quale ho pubblicato dal 2003 a oggi trentaquattro libri (un altro uscirà entro dicembre). Fanno in media cinque libri di poesia l’anno, senza alcun esborso da parte degli autori. Si è trattato di un gesto etico, e persino politico, necessario. Le ragioni che mi hanno spinto a compierlo e a dargli valore sono legate intimamente a esperienze della mia infanzia, al mio modo di vivere la poesia, al caso o al destino, e all’incontro con un poeta.

Il mio amore per la poesia precede il mio amore per il libro, poi sono venuti i poeti con le loro leggende. Ma sia la poesia che è vento e canto delle cose, sia il libro che si fa di questo vento e di questo canto custode, sia i poeti in ascolto e in cammino nel deserto, sono prima di tutto germinazione di un incontro possibile, ponti gettati sull’impossibile. Raramente capita di incontrare due di questi tre modi dell’essere della poesia in uno stesso momento e per così dire alla stessa altezza, mai, o quasi mai, tutti e tre – poesia, libro e poeta – perché essi sembrano quasi appartenere a piani distinti della realtà e perfino ad epoche diverse. A me è capitato di incontrarli congiunti e fusi prodigiosamente insieme in Bino Rebellato.

Egli era l’incarnazione non solo della sua poesia, che sentiva come preludio a qualcosa di più alto e sfuggente, ma era la poesia stessa, che come l’infinito di Pascal è una sfera, “il cui centro è in ogni dove e la circonferenza in nessun luogo”. Quando l’ho incontrato egli aveva ottantaquattro anni, era il 1998. Aveva realizzato nel corso della sua vita, senza risparmiarsi, svariate iniziative culturali tra cui spiccano un premio di poesia tra i più onesti del secondo Novecento, il “premio Cittadella”, e la casa editrice che porta il suo nome. Iniziative che da sole hanno fatto di Cittadella una delle fortezze della poesia. Egli ne aveva coscienza, resta un mistero come egli abbia potuto mantenersi (o diventare) umile e puro: come la sua poesia. Aveva gesti di tenerezza e freschezza dolomitiche, quelle Dolomiti che tanto amava, e insieme la forza di un figlio di contadini padovani quale in fondo era restato (l’immagine di lui che mi raggiunge in bicicletta in piazza o alla “Tavernetta degli artisti”, a Cittadella, mi è entrata dentro come una delle immagini care). Era ironico, ma di un’ironia amorevole, buona (si dice, ed è possibile, che sia stato un padre severo, e perfino duro, proprio lui che era stato allevato dalle donne di casa, la nonna soprattutto, amatissima, ed era rimasto presto orfano di padre). Il suo sentire era tellurico, aveva visto e perfino lottato con le Furie. Mi confessò un giorno di possedere un potere, nelle mani e negli occhi, con il quale era in grado di ipnotizzare, ma che da anni aveva deciso di non usare, e che, come un rabdomante, applicava alla realtà alla ricerca di sempre nuove scaturigini. Amava gli uccelli, e ne aveva allevato, nella sua casa, specie esotiche meravigliose, rare per canto e colori. Uno dei suoi sogni era quello di scrivere un libro sull’usignolo il cui canto, più di ogni altro, egli aveva amato. Nonostante numerosi critici si fossero occupati della sua poesia, e poeti ancora più numerosi dovessero molto o almeno qualcosa alla sua generosa amicizia, nessuno era mai entrato nella sua casa. Me lo disse la prima volta che mi accolse negli scantinati del piano terra, grandi come l’intera abitazione, dove si accatastavano migliaia di libri superstiti tra quelli che nel corso di trenta e più anni aveva stampato, alcuni magnifici, per la nitidezza dei caratteri, l’invenzione e la cura dei particolari, la qualità dei testi e della carta ecc., la stessa cura che egli aveva appreso da Manuzio e ancor prima da Boccaccio editore di Dante e Petrarca, e che aveva ereditato da Giuseppe Comino, uno dei più raffinati stampatori del Settecento (una Comino aveva sposato un antenato paterno). Dei libri che io desideravo mi donò copia (leggendomi sempre sul volto e prevenendo la mia muta richiesta). “Un libro di poesia non si vende, si regala”.

Nessuno era mai entrato là, in quei magazzini, né tanto meno era salito su per i gradini della scala, tra pile di altri libri, al primo piano, anch’esso stracolmo di libri e ritagli e articoli e giornali e dei suoi disegni e incisioni, alcuni appesi alle pareti. Belli come le sue più belle poesie. Ogni quindici, trenta giorni, salivo nel suo tinello. Mi affidò l’unico esemplare dei primi libri da lui scritti, ormai introvabili, che conservava in una valigia. Cominciammo il lavoro. Ogni poesia veniva riscritta e cancellata, sottoposta alla pressione di un tempo più che umano, lavata, rifiutata e distrutta perché si salvassero solo “poche parole”. Io trascrivevo, turbato da quanto egli faceva della sua opera e della sua vita. Immerso in un discorso millenario, la gloria era per lui una delle vanità dell’uomo di cui bisognava liberarsi e di cui si era liberato. Era libero, come pochissimi o nessuno, dalla vanità dell’alloro poetico e dalla vergogna dell’essere poeti. Dopo il Leopardi del Parini ovvero della gloria, per me c’è lui, Bino.

Incontrandolo la prima volta, dopo aver risalito da Porta Padova i portici, in una bella sera di dicembre, trepidante di riflessi di passi e di attesa, egli mi illuminò stringendomi la mano e abbracciandomi, sorrise ed estrasse dalla tasca del suo giaccone una copia del libro che aveva stampato per me nella “biblioteca cominiana”: il libro sprigionava dalla copertina una luce bianca e azzurra, altrettanto luminosi i grandi caratteri e la carta, di cui gioiva. Un’ora dopo, in un caffè, dopo avermi consegnato le altre cento copie del mio libro in dono, sul punto di salutarci, mi allungò il suo ultimo libro, Non ho mai scritto il verso, che era uscito per i tipi di Rusconi qualche anno prima. Vi scrisse la dedica e me la lesse. Allora non avevo capito che proprio da lui mi sarebbe venuto l’insegnamento più grande, come editore, come poeta e come uomo.

La parola umana è per sua natura esposta all’ustione perché prova l’ineffabile; è leggera e chi le si affida è, come Icaro, sempre tentato di salire troppo vicino al sole. Cioè di fallire, nella pretesa di stare con la vita e di cambiarla, di stare nelle forze, che generano, muovono e sconvolgono la realtà, nella pretesa di scegliere, di lasciarsi irradiare e guidare verso la salute. Pretese ogni volta spazzate via e derise dalla stessa realtà dell’uomo e della storia. Occorre un massimo di lucidità e umiltà e fortezza, per resistere. Di fede, infine, “che è principio a via di salvazione”.

In uno dei nostri ultimi incontri, Bino mi aveva appena aperto la porta ed accolto, come sempre faceva, teneramente, illuminandosi, non riesco a ricordare cosa gli volevo dire e cosa effettivamente gli dissi, a proposito di un sogno che avevo fatto e che lo riguardava e delle virtù che vedevo in lui così misteriosamente illustrate, la poesia, il libro, l’amicizia dei poeti, ma egli senza lasciarmi finire, come se non ci fosse bisogno di parole per capirsi, con un gesto delle dita prendendo l’aria: “siamo una sola essenza”.

La sua voce (che era stata un tempo sonora) si affievoliva e infine si spegneva continuando a dire parole che io ero il solo a capire.

Le prime lettere che ho tracciato quando ancora non sapevo scrivere, le ho tracciate su un libro di poesie, Marginalia, scritto da mio zio Giulio e edito nel 1959 da Rebellato. “Un libro di poesia non si vende, si regala”, “Farò foglietti volanti di una sola poesia”, e molte altre frasi e parole e gesti e luci di Bino mi risuonano dentro e mi confortano nel mio quotidiano operare per la poesia: quando in bicicletta corro in tipografia per la penultima correzione delle bozze o per controllare l’impaginazione, o spedisco un pacco, o lascio alla stazione una copia del libro appena uscito, o mi faccio la barba, la mattina, e mi ripeto la sua ultima poesia che ho appeso allo specchio. “Di là del mio vedere, / del mio patire, // di là del mio pensare / e del mio niente, // amo”.

(Bino Rebellato è morto nel 2004 all’età di novant’anni).