dalla rivista “Ulisse n. 20: Poesia, autofiction e biografia”

QUESTE PICCOLE FORME, SOSPESE NELL’ARIA

von flughäfen und geisterbahnen

1
die erde ist ein kugelförmiges raumschiff, mit einhundertundsieben-
tausend kilometern pro stunde kreist sie um einen brennenden
gasball wie eine mücke um ein teelicht in einem
windstillen, schwarzen wald. dabei liegen unsere frisuren
die frisuren von ektoparasiten, wundersam still
auf unseren kugelförmigen köpfen.
auch unsere augen sind kugelförmig: sie blicken umher
ohne windschutzscheiben. wären da nicht diese interstellaren
bullen, die uns blitzen und abkassieren
weil wir in unseren automobilen mit 65 statt 50 kilometern pro stunde
unterwegs waren, obwohl wir einhundertundsiebentausend
drauf hatten, wir hätten weniger zu lachen
und unser lachen rast um die sonne, wie wahnsinniger
glücklicher staub.

2
ich denke an die zerbrechlichkeit aller körper:
ein gespenst in meinem kopf, ein sich wälzender igel
ein rasender maschinenschmerz! wenn wir früh aus dem haus
gehen, sich unsere wege trennen, nur für stunden
für einen tag .. wie leicht werden es unzählige stunden
unzählbare tage. wir sollten uns anschauen, jeden morgen
und jeden abend, als würden unsere maschinen
schon auf der anderen straßenseite eine kleine schraube
verlieren, und sofort einstürzen ..
aber dieser blick wäre unerträglich, jeden morgen
und jeden abend, zu jeder zeit wäre unser lachen verschenkt
für einen dürren gedanken, für einen sich wälzenden igel
für einen ganz überflüssigen schmerz vielleicht.
wir müssen anders blicken! halb vergessen .. aber nicht ganz
nicht ganz vergessen .. aber wie? .. sag mir wie?

4
unsere mütter haben uns auf einem flughafen ausgesetzt
ohne gepäck, blutig und nackt, entkabelt.
einige haben sofort geschissen, klebrig und schwarz
so schwarz, als wäre der teufel aus uns herausgetreten
und so klebrig, als könnten wir niemals mehr schweben
was so nicht stimmt – wir schweben sofort
mit einem arsenal von grausamkeiten, auf einem flughafen
der selber schwebt. – unser flughafen ist gefüllt
mit ländern, städten und winzigen flughäfen, die nur
vom namen her flughäfen sind, in wirklichkeit:
flitzende punkte, obwohl worte wie flitzende punkte
in wirklichkeit nirgendwo sind, nur teilchen, schwebende
teilchen, die schwingen, ununterbrochen schwingen
solange wir warten in form von lose zusammengefügten
relativ kurzen, sprechenden stäbchen, warten
auf unseren einzigen flug, der uns abstürzen lässt
und unsere gehirne zurücknimmt; nicht in die engen schöße
unserer mütter, die längst morsch geworden sind
aber in die vorschöße; zwischen die schenkel
einer hoffentlich gut aussehenden
uralten, mädchenhaften
planetaren
dame.

5
sie feiern die auferstehung des herrn, denn sie sind selber
voller angst – ausgeschwitzt aus gehirnen, voller wunder.
das wunder der angst ist das quälendste wunder:
jeder kopf wünscht sich kuchen, und findet nur krümel
unterm tisch .. aber wer an diesem tisch sitzt
und isst, und was auf diesem tisch steht, um gegessen
zu werden, ob es eine tischdecke gibt, und mit welchem
muster darauf, ob es eine vase gibt, und mit welchen blumen
darin, ob es überhaupt jemanden gibt, an diesem tisch
der isst und sich in blumen vertieft und in muster
bleibt unerblickbar. – nur ein ängstliches tier
sitzt gebeugt unterm tisch, unter der mächtigen platte
die keinen strahl durchlässt, nur krümel
oder vermeintliche krümel, fallen herunter, in schluchten
augen picken sie auf, zitternde spatzen
doch angekommen im innern eines knöchernen schädels
verwandeln sich alle lichtbrechungen und elektrischen
codierungen all dieser krümel, oder vermeintlichen krümel
in immergleiche, unentschlüsselbare, süße
todbringende speisen, die immer nach unten fallen
immer nach unten, und niemals nach oben zurück –

9
ich verstehe unser verschwinden nicht
ich verstehe unser aller verschwinden nicht
ströme von angst in stochernden maschinen
wirbeltieraugen, die hinter galaktischen mauern stehn
wir werden niemals hinter die dinge sehn
zahlengerüste, oder uns haltende hände
oder hände aus zahlen, zahllose hände
hauchdünne ziffern, ohne gefühl, nur präzise
unendlich präzise, ohne jedes gefühl ..

***

 

di aeroporti e giostre dell’orrore

1
la terra è un’astronave sferica, a centosette-
mila chilometri all’ora ruota attorno a una palla di gas
infuocata come una mosca attorno a una candelina in un
bosco nero, senza vento. e in tutto ciò le nostre pettinature
le pettinature di ectoparassiti, restano miracolosamente immobili
sulle nostre teste sferiche.
anche i nostri occhi sono a sfera: si guardano intorno
senza parabrezza. se non ci fossero questi sbirri
interstellari che ci abbagliano e incassano soldi
perché nelle nostre automobili andavamo a 65 anziché 50
chilometri all’ora, sebbene a questi ne andassero aggiunti
altri centosette mila, avremmo meno da ridere
e il nostro riso sfreccia attorno al sole, come polvere
impazzita e felice.

2
penso alla fragilità dei corpi:
uno spettro nella mia testa, un riccio che si dimena,
un dolore furioso di macchine! quando lasciamo casa
la mattina e le nostre vie si dividono, solo per qualche ora
per un giorno .. con quale facilità divengono infinite ore
e innumerevoli giorni. ci dovremmo guardare, ogni mattina
e ogni sera, come se le nostre macchine
potessero perdere, appena dall’altra parte della strada,
una piccola vite e crollassero subito ..
ma questa vista sarebbe insopportabile, ogni mattina
e ogni sera, ad ogni momento il nostro riso sarebbe sprecato
per un pensiero arido. per un riccio che si dimena,
per un dolore forse del tutto superfluo.
dobbiamo guardare altrove! dimenticare a metà .. ma non del tutto
non dimenticare del tutto .. ma come? .. dimmi, come?

4
le nostre madri ci hanno abbandonati in un aeroporto
senza bagagli, nudi e insanguinati, senza cavo.
alcuni si sono subito cagati addosso, appiccicosi e neri
così neri, come se da noi fosse uscito il diavolo
e così appiccicosi, come se non potessimo mai più volare
il che non è vero – ci libriamo subito
con un arsenale di crudeltà, in un aeroporto
anch’esso in volo. – il nostro aeroporto è zeppo
di stati, città e minuscoli aeroporti, che solo
di nome sono aeroporti, ma di fatto:
punti che sfrecciano, anche se parole come punti che sfrecciano
di fatto non esistono, sono solo particelle,
particelle fluttuanti che vibrano, vibrano senza sosta
mentre noi attendiamo, bastoncini parlanti
relativamente corti, messi insieme alla rinfusa, attendiamo
il nostro unico volo, che ci fa precipitare
e ritira i nostri cervelli; non nei grembi angusti
delle nostre madri, che da tempo sono marciti,
ma nei pre-grembi; tra le cosce
di una, si spera bella,
antica, puerile
planetaria
signora

5
celebrano la risurrezione del signore, perché loro stessi sono
pieni di paura – trasudati da cervelli, pieni di miracoli.
il miracolo della paura è il miracolo più straziante:
ogni testa spera per sé una torta e trova solo briciole
sotto il tavolo .. ma chi sieda a questo tavolo
a mangiare, e cosa si trovi su questo tavolo per essere
mangiato, se ci sia una tovaglia e con quale
disegno, se ci sia un vaso e con quali fiori
dentro, se ci sia in definitiva qualcuno a questo tavolo
che mangi e si immerga nei fiori e nel disegno
resta imperscrutabile. – solo un animale timoroso
siede curvo sotto il tavolo, sotto quella possente lastra
che non lascia passare alcun raggio di luce, solo briciole
o presunte briciole, cadono giù, in burroni
occhi le raccolgono, passeri tremanti,
ma non appena finiscono dentro a un cranio d’ossa
tutte le rifrazioni della luce e le cifrature
elettriche, tutte queste briciole, o presunte briciole
si trasformano in pasti sempre uguali, ineffabili, dolci,
mortiferi, che cadono sempre verso il basso
sempre verso il basso, e mai tornano su –

9
non comprendo la nostra scomparsa
non comprendo la scomparsa di tutti noi
fiumi di paura dentro macchine che frugano
occhi di vertebrati dietro mura galattiche
non vedremo mai dietro le cose
impalcature di numeri, o mani che ci sorreggono
o mani fatte di numeri, innumerevoli mani
cifre volatili, senza sentimenti, precise soltanto
infinitamente precise, senza alcun sentimento ..

***

 

 

jeder zellkern: ein aktenschrank
ein universales amtsgebäude, ohne beamte.
keine akte, die es nicht gibt, im kern.
nichts ging verloren seit anbeginn: jeder kuss
der jemals geküsst worden ist, jedes lächeln
das jemals gelächelt wurde, jede demütigung
jedes erdbeben, jede diktatur, jeder krieg
jedes liebe und tröstende wort ist vollständig archiviert
und kopiert, auf milliarden schränke verteilt –
als gäb es schon immer IKEA und staatssicherheit.
doch was fang ich an mit all diesen akten
in mir? – nichts kann ich lesen, nur fühlen
im trüben: ein abbild von fischen, 10.000 meter tief
unter mir schwimmend, noch schimmernd
durch zellwände hindurch, organe und haut ..
unmerklich deutlich: wackelnde schränke
zitternder staub
auf einem stoß von verwandlungspapieren ..

 

il nucleo di ogni cellula: un armadio per pratiche
un ufficio universale, senza funzionari.
non esistono documenti che non siano presenti nel nucleo.
sin dall’inizio nulla è andato perduto: ogni bacio
che è stato baciato allora, ogni sorriso
che è stato sorriso allora, ogni umiliazione
ogni terremoto, ogni dittatura, ogni guerra
ogni parola d’amore e di conforto è archiviata per intero
e copiata, distribuita in miliardi di armadi –
come se l’IKEA e la sicurezza di stato esistessero da sempre.
e io che me ne faccio di queste pratiche
in me? – nulla posso leggere, soltanto sentire
nel torbido: un’immagine di pesci, che nuotano
sotto di me a 10.000 metri di profondità, che
risplendono attraverso le pareti cellulari, organi e pelle ..
impercettibilmente chiari: armadi che traballano,
polvere che trema
su una pila di carte che documentano la trasformazione ..

***

alle gegenstände dieser welt werden verschwinden.
alle kunstwerke dieser welt werden verschwinden.
jedes buch, jedes bild, jeder ton dieser welt
wird verschwinden. alle menschen –
nur abdrücke bleiben:
versspuren, tonspuren, farbspuren
im molekularen schnee eines gütigen androiden.
kein einziger abdruck führt zu erinnerungen
aber jeder abdruck verfolgt sein ziel.
jede spur führt zu einem spielenden kind
um es zu trösten, während es aufhört zu atmen –

 

tutti gli oggetti di questo mondo scompariranno.
tutte le opere d’arte di questo mondo scompariranno.
ogni libro, ogni quadro, ogni suono di questo mondo
scomparirà. gli uomini tutti –
soltanto le copie restano:
tracce di versi, tracce di suoni, tracce di colori
nella neve molecolare di un valevole androide.
nessuna copia conduce ai ricordi
ma ogni copia insegue il suo obiettivo.
ogni traccia conduce a un bambino che gioca
per consolarlo, mentre cessa di respirare –

***
vater im luftraum, nimm uns die angst
vor jeder verwandlung, öffne den schaltkreis
in unserm gehirn, der dich sieht
noch während wir atmen
noch während wir klagen
erscheine uns lächelnd und klar.
unsre gefährten: mütter und väter
brüder und schwestern und hunde
jetzt liegen sie da, erstarrt
und erwachen nie wieder.
wir kannten sie nur in bewegung
und sprechend. jetzt liegen sie da
wie die steine. vater im luftraum
lass uns die steine sprechen hören
in unsrer größten not, nimm uns die angst
vor jedem verlust, zeig uns das leben
hinter der stille –

 

padre che sei nello spazio aereo, toglici la paura
del cambiamento, apri il circuito logico
nel nostro cervello, che vede te
finché respiriamo
finché ci dogliamo
apparici sorridente e limpido.
i nostri congiunti: madri e padri
fratelli e sorelle e cani
giacciono ora lì, rigidi
e mai più si risvegliano.
li conoscevamo in movimento
e parlanti. ora giacciono lì
come pietre. padre che sei nello spazio aereo,
facci sentire le pietre parlare
nell’estrema difficoltà, toglici la paura
della perdita, mostraci la vita
dietro al silenzio –

[Da: Carl-Christian Elze, diese kleinen, in der luft hängenden, bergpredigenden gebilde. Gedichte, Verlagshaus Berlin, Berlin 2016. Traduzione di Daniele Vecchiato.]

 

Notizia.
Carl-Christian Elze è nato a Berlino nel 1974. Compiuti gli studi di biologia e germanistica all’Università di Lipsia, ha lavorato allo Zoo di Berlino prima di formarsi come scrittore presso il Deutsches Literaturinstitut. È autore di poesie, racconti, sceneggiature e libretti. Dal 2002 al 2009 è stato co-redattore della rivista letteraria plumbum, premiata con lo Stomps-Preis della città di Magonza nel 2007. Attualmente vive e lavora a Lipsia. Tra le sue pubblicazioni in volume, che hanno ricevuto diversi riconoscimenti, ricordiamo ich lebe in einem wasserturm am meer, was albern ist (2013) e Aufzeichnungen eines albernen Menschen (2014). Le poesie qui tradotte sono tratte dalla raccolta diese kleinen, in der luft hängenden, bergpredigenden gebilde (2016). Contrassegnate da un lirismo biologico e anatomico che si inserisce nel solco di una tradizione tutta tedesca (Gottfried Benn, Durs Grünbein, Ulrike Draesner), le poesie di Elze descrivono con sorpresa e terrore la fragilità dei corpi, mettendo a nudo ora con sarcasmo, ora con toni nichilistici, la condizione transeunte dell’essere umano.