(…) Una frase attribuita a Goethe recita così: “Un uomo che muore a trentacinque anni è, in ogni momento della sua vita, un uomo che morirà a trentacinque anni”.
La considerazione tocca un punto doloroso, quello della coincidenza tra vita e progetto, e – se poi ci si sforza di accettarla – è anche l’assimilazione della propria vita a un destino: ognuno di noi, insomma, avrebbe, dentro di sé un nocciolo da risolvere e, una volta risolto, tutto è compiuto.
È la sostanza dell’entelechia: una realtà che ha raggiunto il massimo grado di sviluppo, la maturazione della potenza all’atto.
Il frutto che si fa duro dentro un preciso destino.
“Il coraggio, che se uno non ce l’ha, non può darselo” ha molto a che fare con l’entelechia, specialmente se uno, quando meno se lo aspetta, può disporne come meglio crede.
Naturalmente, quello dell’entelechia è un modo di vedere le cose, ed è piuttosto radicale.
Se lo si prende per buono, due sono le conseguenze che da quell’idea inevitabilmente scaturiscono.
La prima fa quasi sperare, ed è la sensazione che la vita sia una cosa sensata, che ci sia addirittura un progetto di cui prendersi cura.
La seconda è invece drammatica, e sta tutta nella terribile percezione che ognuno di noi corre rovinosamente verso il compimento di quel progetto e che, una volta portato a termine, tutto è finito.
In ogni caso è vero che in ogni punto della nostra vita vi è già tutta la vita; vi è già tutto quello che è venuto prima e che verrà dopo (…).

Foto: Tom Lingxiao-To dream of flying

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