Seguo da sempre i versi di Fabio Grimaldi. Il motivo è anche, se si vuole, autobiografico. L’amicizia tra me e Mario Luzi, per oltre trenta anni, aveva ( ha ) contagiato indubbiamente anche Fabio, fin dalle raccolte cadette, le prime . A tal punto che si recò a Firenze ad intervistare il “grande vecchio”, per me un Padre o un Guru. Fabio aveva attinto dalla poetica “fiorentina” più di un registro, a partire da Il vero della vita. Entrambi, io di Macerata come lui, anche se “dislocato” a Morrovalle, viviamo a due passi dall’ermo colle, da Recanati che bene si scorge dalle nostre colline.

Ebbene la linea “lirica”  tendente alla prosa mi è sempre apparsa il registro  centrale  di fondo  di Fabio,tema sul quale converge, se ricordo bene , anche la “lettura” di Paolo Ruffiulli, se si eccettuano i penultimi lavori apparsi per LietoColle, dove si tenta qualcosa in più e di diverso.  Lo spostamento verso una poesia del frammento e dell’immagine, penso a Più angeli in terra che in cielo e Mi chiamo Barbone ed infine Soffio sul mare del 2016 seguito da Gazzella del 2017.

Gli ultimi  “ esercizi di scrittura” di Grimaldi denunciano  infatti frontalmente una proposta visiva, o meglio, le sue “uscite” in libelli, a mo’ di plaquette, anche eleganti  ( penso in particolare a Colline di rugiada edito per le raffinate edizioni de La Rondinella Pellegrina) vogliono indicare un nuovo, ma provvisorio, tragitto che  consiste nelle percezione di rapidi fotogrammi ( acquatici nel Soffio sul mare, collinari ne Le colline di rugiada) , frammenti, dicevo, tutti  declinati lungo l’asse del paesaggismo. Le Marche e  la nostra geografia( “ed erra l’armonia per questa valle” e anche “quinci il mar da lungi e quindi il monte”, come indica il “nostro” Giacomo, il nostro autore Infinito) sono ora tradotti da Grimaldi in una sorta di voluta-tentata lingua delle cose, un De rerum natura non lucreziano. Si, perché nel nostro autore è insito pienamente un logos cristiano che mai  cede al nichilismo, semmai, stimola a guardare in alto, più in avanti, stimola a verificare la crudeltà del mondo e della storia, l’oppressione del Dominio, la voce dei poveri ( come accade di leggere in Mi chiamo Barbone). Dare voce agli ultimi, ascoltare queste periferie dell’esistenza producono una poesia “infantile”, proprio nel senso alto del termine, quello junghiano che accorda il puer al senex, e quella poesia “semplicissima” e “candida”, innocente come un “fanciullo”, figura prediletta nel Vangelo ma anche approdo e orizzonte di Ungaretti, sempre alla ricerca del suo “paese innocente”.

Io credo che queste ultime prove del nostro amico siano propedeutiche ad una stesura ulteriore, dico di un libro a venire, ritengo che questo secondo tempo di Grimaldi si avvii alla pienezza del poema.

Guido Garufi

 

il libro Gazzelle si può acquistare qui