Fonte: L’indice dei libri

 

Prima di tutto, appena dopo la nota dell’autrice, c’è questa iscrizione:

dalla preistoria

 

                                                                   chi nella guerra

                                             chi nei brevissimi miracoli della creanza

                                            (p.14)

 

È un aut-aut mitico, sovratemporale, è una contrapposizione forte senza possibilità di dialettica, è un assieparsi da una parte e dall’altra nella trincea delle scelte. Creanza è parola soave e fortissima. Significa gentilezza, atto del creare, compiere gesti con il dovuto rispetto, dare la giusta importanza alla materia in cui siamo immersi, muoversi nell’ambiente con attenzione per la fragilità delle cose. Creanza è parola di congiunzione tra il maschile e il femminile. Creanza è atto finale di pochi secondi che genera embrioni e partorisce bambini. L’opposto della creanza si materializza nella figura delle macerie, le costruzioni umane che cadono a pezzi, o per deliberata volontà di un distruttore o per la meccanica imprevedibile della natura. Il terremoto, le scosse sismiche, i crolli, la rovina. Anche se, come tutti sappiamo,  è più facile che cadino giù  proprio le case edificate con poca creanza.

Il percorso di scrittura de “ La casa degli scemi” parte dalle macerie del terremoto che ha colpito l’Italia nel 2016, per tornare poi ai brandelli di muro della Prima Guerra Mondiale. Il gesto di creanza di Anna Maria Farabbi sarà portare la poesia tra gli sfollati senza più una casa e soprattutto rasserenare, sino a farli addormentare, i bambini delle tendopoli. Nel gioco dello sdoppiamento/incorporazione che si scopre lungo il procedere del testo, la creanza, un secolo prima, è alla base  dell’attività dell’anarchico Bruno, maestro ambulante:

(…)

mi presento onestamente a questo quaderno:

sono un maestro ambulante che studia le cellule

del vocabolario e scolpisce le orecchie dei poveri

rispondo anche senza voce  scrivo

con una matita libera e orfana

come è la poesia   sempre

(p.24)

 

L’identificazione tra autrice e personaggio è fin dall’inizio compiuta. La poesia di Anna Maria Farabbi, come succedeva nei libri precedenti “dentro la O” e “Abse”, è essa stessa ambulante, è poesia da cantastorie. Non è affatto vero che i cantastorie volgarizzassero un racconto, anzi trattavano ogni parola che spiccavano come un gioiello raro. Questa congiunzione di storia che procede e attenzione finissima per le parole che la compongono, è la caratteristica principale dello stile di Anna Maria Farabbi. All’inizio della storia c’è la consegna di un quaderno di memorie  da parte di un anziano a cui il terremoto ha strappato tutto. Da qui parte il processo di immedesimazione dell’autrice e il viaggio di recupero nel tempo: “ripensare alle origini della prima guerra mondiale come una delle matrici dell’attuale decadenza e deflagrazione scardinante il pensiero di una complementarietà europea”. (in nota dell’autrice).

Che il primo conflitto del Novecento sia stata l’officina del capitalismo lanciato senza freno verso la frontiera dell’immanenza globale e della legge del profitto come unica sanguinaria morale, è fatto studiato a caldo , da posizioni ideologiche opposte, in libri come “ La mobilitazione totale” di Ernst Jünger (1919) e “ Gli ultimi giorni dell’umanità “ di Karl Kraus (1918). La guerra vuole la dedizione e l’impegno assoluto, fino al nervo più sottile, sradica gli uomini dai contesti affettivi e dalle professioni praticate sino al momento della nuova assegnazione. Bruno deve rinunciare alla sua vocazione di insegnante nomade e sceglie, nella sua chiamata alle armi, di essere impiegato come infermiere portantino. Deve, per quanto gli è permesso, riadattare la sua vocazione pacifista in un incarico che non preveda la belligeranza attiva:

 

vorrei essere in grado di scavare la pagina

fisicamente con le unghie con i denti con la lingua

crearvi un utero di accoglienza per la tragedia nell’ingiustizia

che sotto comando assisto

e rovesciarvi tutti i morti e i feriti che raccolgo

la mia schiena spezzata le mani  anche la barella

(p.51)

 

Ma l’attività del barelliere è assimilabile a quella del poeta ed è  Anna Maria Farabbi stessa a sentire la pagina come terra e a intendere la sua vocazione di scrittrice come esigenza biologica urgentissima, aperta al dolore indicibile tanto di quel tempo  che del nostro presente. I morti scompaiono ma non si estinguono mai.

A questo punto, nell’itinerario testuale si arriva alla tappa finale: la dichiarazione della condizione di alienato da parte della autorità e l’internamento di Bruno nella casa degli scemi, la sua discesa agli inferi, il suo calvario. Anna Maria Farabbi svolge quotidianamente attività di assistenza creativa nella struttura psichiatrica di Torre Certalda, vicino a Perugia e dedica il suo tempo alla relazione spogliata da ogni sovrastruttura con i malati, da tu a tu, in uno scambio vivo di esperienze e racconti. Nel testo si ricercano attraverso lo strumento inusuale, ma adeguatissimo della poesia, le ragioni ideologiche dell’emarginazione in un tempo di crisi come la prima guerra mondiale e si scopre una volta di pù che l’internamento del diverso significa rimozione dello scandalo, affossamento dell’urlo di orrore nella palude delle formule ufficiali di una retorica controllata. La deficienza, sia fisica che mentale, è in chiave pacifista la testimonianza più forte. In “ E Johnny prese il fucile” di Dalton Trumbo, romanzo prima (1939) e poi film (1971), un povero tronco umano, senza occhi, senza udito, senza capacità apparente di articolare parole, diventa la prova vivente dell’atroce assurdità di ogni guerra. Il segno di una diversità disumana si ribalta nella potenza semica della protesta.  Cambiando scenario di guerra – e siamo dunque al secondo conflitto mondiale – Joseph Losey nel suo film “Il ragazzo dai capelli verdi”(1948), inscena una storia in cui un orfano di guerra che ha avuto inspiegabilmente questo dono, viene emarginato dalla comunità in cui vive e alla fine le sue ciocche di speranza vengono tagliate e spazzate via. Bisogna commemorare con cautela, non essere segno vivente di una memoria che non dovrebbe mai spegnersi.  Claude Eatherly, il pilota che ha bombardato Hiroshima, non obbedisce alle consegne dello Stato e vorrebbe denunciare al mondo il suo senso di smarrimento e di compassione per essere stato burattino attivo nel compimento dell’apocalisse. Viene convinto che il suo problema morale possa essere curato in una clinica psichiatrica, viene escluso dalla comunità, la voce della coscienza viene dichiarata semplice espressione di follia. Ne è testimonianza il carteggio tra Claude Eatherly e Günther Anders, “Il pilota di Hiroshima ovvero: la coscienza al bando”(1961).

Il percorso di Anna Maria Farabbi si incrocia con questi tentativi artistici e letterari che combattono contro la rimozione e l’addomesticamento della protesta. “La casa degli scemi” è inserita in una proficua distonia spazio/temporale, procede a ritroso nel recupero del passato e avanza invece nel nostro presente di memorie affastellate, in cui la creanza dura il flash di una notizia on line, in cui la concentrazione mediatica prende in considerazione lo scoppio, la deflagrazione, lo stupore momentaneo e non le riflessioni che quello sgomento dovrebbe poi esigere da parte di tutti.

La straordinarietà de “ La casa degli scemi” è l’utilizzo della poesia  per svolgere azione di impegno politico, prendere uno spazio di specchi di solito autoriflettenti e mutarli in specchi ustori, trasformare le vibrazioni della psiche in atto presente, corporale, organico. La riflessione fondante , potremmo dire dostojevskiana, è che l’umiliazione di ogni singolo individuo riguarda lo sprofondamento ontologico, midollare, di tutta l’umanità.

 

chiudo gli occhi in sigillo  dentro l’acqua gelata della doccia

piango piscio dal freddo   tremo

pensando che in tanto orrore si sta estinguendo

l’intera umanità   il mio io relativo

 

fino al punto di accovacciarmi per la vergogna

del nostro fallimento

(p.90)

 

Bruno, anarchico, congiunzione scandalosa fra uomo e donna, maestro dei poveri, scrittore nomade, muore al termine dell’opera, in uno iato improvviso e straziante, trascinando il suo corpo nella neve. Il suo piccolo esempio, il suo enorme atto di fede non è vano e si richiude nell’ultimo passo che sembra trasfigurarsi nell’impegno di Aldo Capitini: “le mie impronte sino a qui sono una marcia della pace”.(p.94)

Ma il manifesto della resistenza più strenua appare prima e diventa centro dell’opera: è una impossibile e fortissima dichiarazione di libertà, è la mancanza di resa addirittura al destino biologico di ogni specie , è la bandiera alzata e sventolante della creanza diventata invincibile.

 

Io non voglio riconoscere alcun potere

neanche alla morte

che spoglio e la rendo in me libertà liberata

 

neanche al dolore

sciolto nel viario del sangue

(p.37).

 

 

Paolo Gera