di Gianfranca Gastaldi

(adattamento del contributo apparso in L’Esperanto, n° 4 – 2016 ottobre-dicembre)

L’esperanto è noto al pubblico soprattutto come interessante esperimento con cui si intendeva proporre una lingua internazionale in un periodo (la fine del XIX secolo) in cui l’inglese non aveva ancora assunto la diffusione attuale, e il francese era spesso usato, sì, con la funzione di agevolare la comunicazione internazionale, ma con una pratica spesso ristretta alle élite culturali. Nel 1887 l’oftalmologo russo Ludwik Lejzer Zamenhof (cui è dedicato dall’UNESCO proprio il 2017) pubblica Lingvo internacia (pron. “lingvo internazìa”), sotto lo pseudonimo di “Dr. Esperanto” (trad.: “colui che spera”). Si apre così un lungo periodo di riflessione culturale e associativa, che porta a interessanti dibattiti sul possibile uso europeo della lingua internazionale negli Anni Sessanta e Settanta, alternati a fasi di relativa stagnazione della diffusione linguistica.

Vi sono diversi aspetti di questa lingua sconosciuti al grande pubblico: tra questi vi è la produzione letteraria nata sin dai primi anni di uso dell’esperanto. La letteratura esperanto propone diversi e interessanti riferimenti trasversali ai vari generi: si annoverano validi autori di poesia, narrativa e saggistica. La presenza femminile tra gli autori esperantisti sembra però rispecchiare le più frequenti tendenze interne alle letterature nazionali soprattutto se si considerano quelle di area mediterranea, tra cui quella italiana: le donne sono cioè poco rappresentate tra gli autori, come sottolineato dallo studioso Moinhos[1].

Spesso attente lettrici, le donne autrici esperantiste sono ancora una minoranza: leggono molto, con molta probabilità scrivono in egual misura, ma raramente si propongono per la pubblicazione.

Per spiegare una possibile ragione di questa ridotta presenza femminile potrebbe essere utile ricordare le riflessioni di Virginia Woolf nel suo Una stanza tutta per sé: si ha bisogno, per poter scrivere, di uno spazio proprio, in senso metaforico (la “stanza”) e psicologico (una dimensione personale e individuale, di “ritrovamento” in sé). Spazio che nel quotidiano consenta di ricavare delle ore, del tempo, da dedicare unicamente alla scrittura. L’autrice inglese proponeva un’attenta riflessione riguardo a come, nella sua epoca (ma potremmo estendere un’analoga osservazione a molte realtà contemporanee) le donne incontrassero grandi difficoltà una volta entrate nel ciclo familiare ad abitare appunto “una stanza tutta per sé”. Questa dimensione, di autonoma e vitale solitudine, sembrerebbe costituire una realtà difficilmente raggiungibile per molte donne, spesso vincolate alle dinamiche familiari di cura. Nei secoli passati soprattutto, ma in molti casi tuttora, una stanza tutta per sé che consenta il necessario silenzio e il necessario distacco dalle vicende della vita quotidiana è ancora una meta difficile da raggiungere.

Anche nella letteratura esperanto, come si accennava, si osserva una tendenza analoga: pur essendo una letteratura molto fervida e vitale, è caratterizzata dalla presenza maggioritaria di autori uomini. Vi sono però alcune figure femminili di grande valore letterario ed artistico che si sono espresse nell’ambito letterario esperantista.

Tra queste spicca un’autorevole rappresentante della cultura e del movimento esperantista, attiva anche nel contesto locale torinese: l’autrice Clelia Conterno Guglielminetti.

Figura anomala rispetto alla cultura di genere prima citata, i cui stereotipi diffusi allora come oggi intendevano la donna rivolta essenzialmente a una dimensione intima, lontana dalla partecipazione a impegni pubblici, Clelia Conterno Guglielminetti si distingue da subito nel panorama esperantista per preparazione culturale e versatilità con le quali dedica il suo impegno in diversi ambiti: associativo, culturale e letterario.

Clelia Guglielminetti nasce nel 1915 a Torino, dove frequenta il liceo classico Massimo D’Azeglio e negli anni seguenti la Facoltà di Lettere e Filosofia, laureandosi nel 1938 in Lettere con una tesi su Maria Ludovica Gonzaga Nevers, lavoro in seguito premiato dall’Accademia dei Lincei.

Torino è già in quegli anni un importante laboratorio culturale, in cui la giovane Clelia partecipa attivamente sin dall’adolescenza: vivaci e interessanti sono i suoi contributi alla rivista interna e all’annuario del Liceo D’Azeglio, tra i più importanti licei della città. Questi articoli, tuttora reperibili dal sito della scuola, rivelano una Clelia ironica, attenta e critica nei confronti della vita culturale che caratterizzava la comunità studentesca di quegli anni. È un periodo, occorre ricordarlo, in cui il liceo D’Azeglio forma alcuni tra i più noti intellettuali della Torino post-bellica: Cesare Pavese, per citare un esempio, ed altri che come Clelia crescono seguendo le lezioni di Augusto Monti, scrittore e politico antifascista.

Clelia si avvicina alla lingua esperanto nel 1934, iniziando a pubblicare nel giro di breve tempo poesie, scritti e soprattutto disegni su La Pirato, rivista satirica diretta da Raymond Schwartz.

Gli anni universitari e post-universitari coincidono con il periodo che vede l’affermarsi del fascismo e, successivamente, l’ingresso in guerra dell’Italia. Clelia si impegna attivamente nella Resistenza: coordina alcuni gruppi antifascisti e partecipa alla redazione della rivista In marcia!, curata da un gruppo di donne democristiane. L’esperienza antifascista è condivisa con il marito Cesare Conterno, che viene imprigionato nel 1943 per aver rifiutato di aderire alla Repubblica di Salò. Ispirata a questa dolorosa esperienza sarà l’opera di Clelia In tanti a dire no (edito nel 1969 e successivamente adottato nelle scuole torinesi).

I due piani, quello di partecipazione politica alle vicende le paese e quello di sempre più crescente interesse verso l’esperanto, si compenetrano nell’attivo impegno di Clelia Conterno Guglielminetti: non si osserva in lei né la diffidenza che talora ha caratterizzato l’avvicinamento di importanti intellettuali alla lingua internazionale né, d’altro canto, il ripiegamento nella sola dimensione del movimento che, invece, ha caratterizzato il coinvolgimento di molte personalità nell’attivismo esperantista.

Nel corso degli anni ricopre diversi incarichi associativi e culturali, divenendo tra gli anni ’50 e ’70 un punto di riferimento fondamentale per l’esperantismo, come ampiamente ricorda Carlo Minnaja nel saggio L’Esperanto in Italia[2]. Una delle poche donne membro dell’Akademio de Esperanto[3], ricopre anche l’incarico di dirigente dell’IIE (Istituto Italiano di Esperanto) e di redattrice per la rivista della FEI (Federazione Esperantista Italiana), L’Esperanto. Accanto agli impegni di tipo formale e associativo, per anni è anima del gruppo letterario La Patrolo (La Pattuglia), in cui alcuni giovani esperantisti realizzano propri progetti di scrittura e traduzione.

Di formazione cattolica, frequenta e coltiva numerosi legami con il vivace clima culturale che caratterizza la Torino di quegli anni: tra le sue amicizie, possiamo ricordare il rapporto con Lalla Romano e Primo Levi, di cui traduce in lingua esperanto un brano tratto da Se questo è un uomo, pubblicato sulla rivista Literatura Foiro.

Poetessa, narratrice e saggista, Clelia Conterno Guglielminetti scrive sia in italiano sia in esperanto, pubblicando anche su riviste come La nica literatura revuo (La rivista letteraria nizzarda) e Fonto, talora autotraducendosi e ricevendo importanti riconoscimenti con premi nazionali e internazionali (tra cui i Belartaj Konkursoj[4]).

Nella sua opera sintetizza efficacemente i due piani che caratterizzano la sua dimensione esistenziale: quello intimista, di riflessione profonda e autentica rispetto ai propri personali contesti di vita, attraverso un gesto poetico capace da un punto di vista tecnico e artistico, e quello più ampio, di risonanza culturale rispetto alle vicende e alle personalità esperantiste di quegli anni. La pluralità dei generi affrontati la vede spaziare dalla poesia al romanzo, ai saggi, alle novelle, alla traduzione ed anche alla critica.

Come riporta Minnaja nel suo saggio, nei testi di Guglielminetti spesso ritroviamo echi gozzaniani, in cui lo sguardo rivolto alle colline piemontesi vive di un’intensa malinconia. Sono mondi semplici, quelli evocati soprattutto dalle poesie, in cui rivivono gli spazi entro cui si esprime il suo quotidiano agire ed amare: la famiglia, il marito, il figlio tanto atteso, la scuola, i libri. Le esperienze quotidiane sono infatti ricondotte a dimensioni e oggetti essenziali, connotate da una vitalità intrinseca e quasi esistenziale:

 

[…] Ni volis nian domon

por longedaŭra dolĉa vivo kune,

sed vi forestas,

kaj sidas mi en la vakua solo.

(da Nokta solo, in Eta vivo).

 

Trad. lett.:

[…] Volevamo la nostra casa

per una dolce vita duratura insieme,

ma tu sei lontano,

e siedo nella vacua solitudine.

 

Un fil rouge che lega tra loro diverse opere è la ricerca, difficoltosa e sofferente, di un figlio, quel bambino “tanto atteso”, arrivato dopo lunghi anni di affannose cure: del 1957 è l’opera Una piccola vita, da cui trarrà la raccolta di versi in lingua esperanto Eta vivo, pubblicata nel 1969. Testi, come si legge dall’introduzione di Waringhien, in cui si osservano scelte stilistiche e ritmiche insolite, date da versi brevi in cui il lessico è volutamente “familiare”. Parole però cariche di una sensorialità diffusa, quasi erotica, che trasfigura gli eventi, i dettagli, le persone proprie del quotidiano.

L’amore per la vita viene espresso anche con toni drammatici, e volutamente melanconici, nei quali vita e morte emergono intrecciate come parti dello stesso mistero, tradotto nel quotidiano trascorrere nel tempo, nel quotidiano perdere e smarrire tracce di sé nel passato:

 

Kaj nun mi premas la valizkovrilon,

kiel en la anim’ mi pene premas

tro da aĵoj,

kaj nun

du etaj klakoj

de la seruroj…

(da La juneco mortinta, in Eta vivo)

 

Trad. lett.:

 

E ora premo la chiusura della valigia,

come nell’animo con pena premo

troppe cose,

e ora

due piccoli scatti

delle serrature…

 

Trasparenza e semplicità, note distintive di questa poetica, con le quali sono resi anche i luoghi evocati e resi vivi senza alcuna ricerca di inutili esotismi. Aspetti, questi, che chiaramente emergono da uno dei suoi testi più riusciti, Ero:

 

…Kaj nun juneco mia
similas migdalarbon
en la ruĝ-ora suno de l’ mateno.
Sur ankoraŭ gutantaj grizaj branĉoj,
batitaj longe de la nokta pluvo,
la humila miraklo de la floroj…

 

Trad. lett:

 

… E ora la mia giovinezza

somiglia a un mandorlo

nel sole rosso oro del mattino.

Sui rami grigi ancora gocciolanti,

sbattuti a lungo dalla pioggia notturna,

l’umile miracolo dei fiori…

 

La particolare struttura agglutinante dell’esperanto rende possibile “condensazioni” simboliche, entro un uso rigoroso della metrica: entrambe opzioni stilistiche che contribuiscono a dare ritmo e musicalità ai testi.

Senza il bisogno di gridare proclami femministi, Clelia Conterno Guglielminetti ha saputo con la sua vita e le sue opere testimoniare una vivace (e significativa, e forte) presenza femminile nel contesto culturale esperantista. A lei, non è un caso, sono ispirati riconoscimenti letterari e associativi come i premi “Clelia Conterno” bandito da Literatura Foiro e “Conterno” che la FEI rivolge annualmente al gruppo locale che si sia distinto per le attività proposte; nel 2015, in occasione del centenario dalla nascita, le viene inoltre intitolata una delle sale conferenza dell’82° Congresso Italiano d’Esperanto, tenutosi a San Benedetto del Tronto.

 

«Mi venkis morton de la karno, / mi eterniĝis / ĉar mi, ĉar mi la vivon kreis.» (Tr. lett.: «Ho vinto un morire della carne,/ son diventata eterna/ perché io, perché io ho creato la vita.») Queste parole, tratte dal poema introduttivo a Eta vivo, forse meglio di altre ci aiutano a comprendere il grande slancio vitale che ha intessuto l’opera e la vita di Clelia Conterno Guglielminetti: una costante ricerca della vita, oltre la caducità e i limiti a questa intrinseci.

 

 

[1]Da uno scambio telematico-epistolare con Jesus Moinhos Pardavila, filologo galiziano.

[2]          C. Minnaja, L’Esperanto in Italia. Alla ricerca della democrazia linguistica. Padova: Il poligrafo, 2007.

[3]              Il corrispettivo della nostra Accademia della Crusca

[4]              Concorsi letterari indetti dall’Associazione Mondiale di Esperanto UEA