Due parole sulla questione della e del finzionale per la poesia

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Due parole sulla questione della e del finzionale per la poesia

 

dalla rivista “Ulisse n. 20: Poesia, autofiction e biografia”

Carissimi di Ulisse, vi mando queste poche e veloci righe sul tema. Spero possano essere utili. Se una questione che si vorrebbe affrontare è creare o richiamare delle categorie teorico-critiche che permettano di uscire dalle secche di vetuste dicotomie come lirismo dell’io e non lirismo, dal punto di vista che nasce dalla mia specifica pratica poetica, la strada non è quella di avvicinare la poesia al romanzo appellandosi alla caratteristica della finzionalità.

Una posizione del genere tende a disconoscere la caratteristica precipua della poesia moderna che è appunto la messa in questione della voce (quindi del personaggio, soggetto-maschera, Io). La poesia non inventa una voce, ma almeno da Rimbaud in poi arretra verso una pluralità di voci, fino alla sua disintegrazione come nel caso dell’ultra-lettrismo e di alcune prove della poesia sonora, ad esempio. Se Bachtin assegnava al romanzo la funzione polifonica, in molti testi poetici non monodici ritroviamo una pluralità di voci, come ad esempio ho provato a fare, nei limiti delle miei possibilità, con Scribeide (Piero Manni ed.1993). Che la voce che si pretende di individuare leggendo una poesia,o più poesie, fino a fare di quella voce la specificità di uno stile, sia articolazione di esperienze biografiche ampiamente metabolizzate è assodato e ripeterlo rischierebbe la banalità. Solo che poi si dovrebbe precisare cosa in concreto consista una biografia, cosa un tantino complicata… Così come al contrario sarebbe inutile ripetere che la proiezione di un’immagine di sé sia l’effetto di un assetto retorico-stilistico. I due movimenti vanno insieme e non si escludono, non si possono rendere alternativi perché si coimplicano.

Porsi la questione della performatività del soggetto posto in essere dalla voce della poesia (che non è mimesi della biografia esistente) elude la natura della produzione del senso che una corretta interpretazione ermeneutica imporrebbe. Non c’è propriamente una voce che si autoponga , come una sorta di Io fichtiano, quanto piuttosto ascolto e interpretazione che stabilisce il circolo del senso: è il lettore che articola la sua interpretazione riconoscendo o meno il senso innanzitutto e solo dopo eventuali  voci del testo: il regime del senso può anche non essere incarnato da una voce ma risultare come suo detrito, scarto, rumore. Propriamente il testo è silente finché non gli si dà voce. Tale attività ermeneutica inizia già dalla semplice esecuzione orale del testo: una lettura ad alta voce è già una prima interpretazione.

Non si può tacere la parte che il lettore ha nello stabilire le caratteristiche del testo la cui natura è polisensa, polisemica e ambigua. Non si può considerare essenzialisticamente la voce della poesia come se fosse una cosa in sé, indipendentemente dalla lettura concreta e dall’esperienza del senso che di volta in volta si viene a configurare. Sono visioni ontologizzanti che derivano probabilmente dallo strutturalismo.

Chiedere una lettura antropologica del fenomeno della poesia incontra dei problemi oggi: con il passaggio alla stampa e poi al computer, i nostri saperi antropologici devono aggiornarsi ed è troppo presto per sapere che ne è del soggetto e della comunità e quindi della poesia tra soggetto e comunità in una società massmediatizzata e interconnessa, che abbandona progressivamente l’universo della stampa. La differenza tra poesia lirica e poesia non lirica è soprattutto una differenza retorica, non antropologica o semiologica.

In conclusione, Bachtin aiuta: la lirica è poesia monodica, la non lirica è polifonica, come il romanzo. Ma bisogna aggiungere che anche quando c’è una sola voce, nell’età moderna, quest’unica voce apparente si moltiplica e si frammenta in più direzioni. Se ciò non accade spesso non siamo di fronte a un poesia lirica ma a una poesia mancata.

 

Biagio Cepollaro

2 ottobre 2017|