Metin Cenzig, Il colore dell’oscurità, Falloppio, LietoColle, 2017, pp. 97, Traduzione di Laura Garavaglia, revisione dal turco di Nicola Verderame.

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Metin Cenzig, Il colore dell’oscurità, Falloppio, LietoColle, 2017, pp. 97, Traduzione di Laura Garavaglia, revisione dal turco di Nicola Verderame.

Si conosce poco in Italia la poesia turca, eppure mi dicono da più parti che è forse la più vitale e più attiva del mondo, attualmente; anche la più convincente, perché non ha abbandonato il senso profondo della liricità, con la consapevolezza che anche la poesia civile, se veramente vuole lasciare messaggi duraturi, deve passare attraverso le emozioni del profondo ed evitare toni comiziali, indicazioni troppo scoperte, proclami e progetti. Ripeto sempre, ad ogni occasione, che neppure Nazim Hikmet e neppure Pablo Neruda o Bertold Brecht sono riusciti a darci versi accettabili quando si sono incaponiti a voler dare lezioni sociologiche o politiche e che quindi la poesia deve trovare la strada dell’umano, inteso proprio in senso rinascimentale, per affermare la sua presenza e farci sentire la perennità del mondo e dei sentimenti.
Quel che fa Metin Cengiz con Il colore dell’oscurità, ossimoro quanto mai efficace che riesce a portarci all’interno di un mondo ricco di eccezionali sfumature e fatte rivivere al lettore con un impatto delicato e superbamente acceso da tensioni che sanno delineare la forza dell’indignazione e dell’amore.
Ed è proprio tra questi due poli che il libro si muove e si espande, toccando profondità di rara bellezza, perché offerte con la leggerezza di un profumo. Si pensi alle “Vecchie donne con tuniche”… che “Stanno come una parte di cielo”, o a quel “Dio” che “dev’essere impazzito” nella emblematica lirica intitolata “Guerra”, o al capolavoro che è “Ilhami” con quelle considerazioni che sembrano fulmini a ciel sereno, che s’impongono nel lettore come stilettate: “Mio fratello che li ripara col suo corpo / Ora sei una luce sulle strade, un segno”.
O non è meno incisivo quando parla d’amore, a cominciare proprio dall’omonima poesia: “… è un qualcosa rimasto da epoche passate / che all’improvviso torna alla mente e poi dimentichiamo / forse è questo che chiamiamo amore / un sussulto, sangue caldo che corre nel tuo sorriso”.
Non c’è un solo verso, in questo libro, che nasce dalla consuetudine e dalle suggestioni semplicemente letterarie. Metin Cengiz mette il fiato caldo della sua esistenza nelle parole, riesce a farci sentire i brividi che lo colgono dinanzi a un paesaggio (si leggano Craiova, Una storia, Sera sul Lago di Como, per fare qualche esempio), a farci sentire lo strazio paradisiaco dell’amore “Che getta le persone a piedi nudi sulla strada”, a farci entrare nelle sensazioni de La pioggia che svelano l’animo del poeta quando ancora “ardeva d’inconsapevolezza”, come dice Giuseppe Ungaretti: “Da bambino ho imparato cos’è la nascita / Ma non ho mai capito la morte”.
Ma per comprendere la portata di un poeta così teneramente aperto alle intemperie dell’esistenza, in tutti i suoi risvolti positivi e negativi, bisogna soffermarsi a lungo sui testi e sentirne la grazia, il profumo e la forza dirompente. Diceva Esopo in una favola, che fu il sole a denudare la bella fanciulla sul lungomare di Trieste e non la furia della bora invadente e tumultuosa. Cengiz scalda come il sole il cuore del lettore, ma non gli permette di adagiarsi nel suo calore se non trova la condivisione. E’ come se i suoi versi cercassero una fessura per penetrare nell’immaginario collettivo, per espandere la sua necessità di comunicare non le apparenze o i fatti, ma la sostanza intima e l’essenza delle questioni dell’amore, della guerra, della degradazione, della violenza.
A tratti alcune immagini sussultano e si accendono di una doviziosa facoltà luminescente e si avverte, al fondo, il rapido passaggio di qualcosa di magico che irrora di misteriosi palpiti le affermazioni e di un pizzico di esoterismo. Il poeta vive e rivive i momenti di cui parla, le percezioni ricevute, ma non si fa assalire dall’affastellamento, in modo che le sue espressioni restino ferme, essenziali e precise, a volte scatti in bianco e nero di fotografie che però reclamano attenzione, indagine e partecipazione.
La sua scrittura è limpida, trasparente, ma densa di umori e perfino di sapori. Direi che è un luogo di fresca semplicità di dettato capace di affabulare e restare indelebile, e perfino di germogliare.

Dante Maffia

 

 

18 novembre 2017|