Un altro libro recente e molto bello, esemplare della poesia polacca che si può leggere oggi in traduzione, è Libro dei poveri di Jarosław Mikołajewski (LietoColle/Pordenonelegge, pp. 148, euro 13, traduzione di Silvano De Fanti, postfazione di Marcello Piacentini). In questo caso l’autore conosce molto bene la lingua in cui è tradotto, dal momento che è noto anche per la sua straordinaria attività di traduttore dall’italiano. Chi legge Collodi, Dante, Leopardi, Michelangelo, Montale, Petrarca, Luzi, Pasolini, Pavese, Penna o Ungaretti in polacco è molto probabile che si sia imbattuto in una sua versione e una nuova traduzione della Divina Commedia è attesa a breve. Il falsopiano su cui si muove Mikołajewski è analogo a quello che abbiamo riscontrato in Lipska e che troviamo sicuramente anche in tanti componimenti di Szymborska: riflessività, asperità perlopiù concettuali, insomma una poesia di pensiero sveglio, alacre e imprevedibile che però si muove per gradi, verso conclusioni sorprendenti che ora assumono la forza stupefacente e vibrante dell’aforisma, ora prendono la strada di una strampalata ma sempre riuscita coreografia poetica: la lingua e le immagini danzano a comporre poesie di pensiero. Nella sua nota finale intitolata “La poesia di Mikołajewski: la forma antica di una preghiera nuova”, Marcello Piacentini, partendo dal “falso problema” dell’origine, osserva che

Gli inizi talora sono un fiasco, e neanche è detto che l’uomo non sia un mal riuscito esperimento, degli inizi appunto. Il soggetto lirico della poesia di Mikołajewski guarda piuttosto alla terrenità della creazione, di qualsiasi creazione “il cigno che è creatore / non meno di colui / a cui pensiamo come a un inizio” (lapsus). L’opportunità più grande sta proprio in un banale lapsus che attiva una penetrante, chiara metafora: la gelata immobilizza ogni cosa vivente, la mareggiata è la forza, scatenata certo, ma d’una natura vitale che dà la vita, così come la toglie.

Soprattutto in avvio il libro di Mikołajewski accompagna in riflessioni che affondano nella trama dei nostri dubbi o certezze, nelle nostre persuasioni, nel modo in cui ci piace tracciare la nostra epopea o persino la nostra “autoagiografia”, stracciandolo improvvisamente come un foglio. Si prenda ad esempio questa poesia “nn”:

non tanto all’improvviso
quanto inaspettatamente
seppe che di lì a poco
sarebbe scomparso dalla faccia
della terra

ci furono le procedure
la discrezione
e il tono in cui
i catechisti insegnano
a dire no ai testimoni di jehova

gentile e deciso

prima provò rimpianto

tanti scritti incompiuti
tanti non iniziati
interminabili

dopo un breve momento
pensò che il non finito
è tutto

lui stesso e il mondo
intero
fino a che la scomparsa
non concluderà l’opera
e dopo

e dopo ci sarà
un mondo altro
anch’esso con qualcosa
o qualcun altro
d’incompiuto

con un’altra e altrui
scomparsa

trovò la sua consolazione
e non provò nessun piacere
pensando che scompaiono
anche gli altri

no

era una sensazione
di tipo solidale

Oltre a un efficace esemplare dell’andamento componitivo di Mikołajewski (per il resto, dobbiamo ricordare che siamo pur sempre nell’ambito di una traduzione, condotta comunque da uno dei nostri massimi esperti), questo testo tocca dei punti essenziali e comuni a qualsiasi parabola esistenziale: l’incompletezza, l’incompiutezza, il desiderio, il non-finito. Ed è singolare che un testo così arrivi dal traduttore polacco di Michelangelo, di cui troppo spesso e ingiustamente dimentichiamo i versi a favore degli altri lati del genio (a proposito di genii, va menzionato il finale di “lettere a un’amica” dove il poeta chiude “in ogni momento di genii ne nasce / un milione / e non muore nessuno / perché la morte non esiste”). Il testo di “nn” costituisce un mirabile esempio di rottura d’equilibrio e di un conseguente sviluppo di situazioni, fino all’illuminazione centrale, fino a quando si arriva a pensare che “il non finito / è tutto”. Ecco, considerando sempre, per forza di cose, quello che è la traduzione di queste poesie, sia nel caso di Lipska che di Mikołajewski va detto di una certa facilità di avvicinare il lettore, di condurlo in scene e riflessioni, in scansioni strofiche che hanno pesi specifici diversificati. Sono poesie che condensano secoli di riflessione filosofica sull’identità, la tecnica, la teologia (nella inequivocabile e brevissima “errore teologico” si legge “non dio è amore / ma amore / è dio amen”). Questo accade anche in Szymborska, è chiaro. C’è allora qualcosa che ci portiamo a casa, forse, quando iniziamo a leggere “poesia polacca”: la sensazione che proprio l’esperienza di lettura della poesia non possa incagliarsi in un Triangolo delle Bermude che abbia come vertici la sola quotidianità, la muscolarità esibita o la pura aderenza a una tensione superficiale. E la peculiarità conversativa di certa poesia polacca che abbiamo potuto leggere in traduzione si risolve a volte in “una non conversazione” strampalata, stralunata e così inafferrabile come questa:

la mia maturazione verso dio
si rivelò un suo
avvicinarsi a me

ci incontrammo al crocevia
alla fermata sulla superstrada

che a quanto pare è al mezzo del cammino

lo riconobbi nella sua nevrosi
da stress creativo

nel caffè non volle
entrare

mi spiegò che era
un personaggio pubblico
che non avrebbe lasciato il triangolo al guardaroba
e che sulla barba
gli sarebbero rimaste le briciole della torta di mele
che sull’istante acquistano
significati metafisici

proposi il parco łazienki
scendemmo lungo via agrykola
tacemmo per l’intera passeggiata
in maniera indelicata
per il primo e unico
appuntamento in cui
in ritardo di un’eternità
scoprivamo le differenze dello stato
di sensibilità

del rapporto verso gli scoiattoli
e le carpe

ma ormai non si può scappare
si può soltanto rompere

non si può negare che in origine
fossimo interessati
l’uno all’altro
Post di Alberto Cellotto