Le montagne di oggi, grigie e senza neve,
sono l’unico mondo possibile.
Il vento le ha erose rapidamente
anno più anno meno. Rimangono rami
di abeti alla deriva, inclinati verso il precipizio
e una ragnatela di cavi.

Gli sciatori lasciano solchi sulle piste,
ognuno cancellando quelle di chi lo ha preceduto
e parlano lingue slave, con cattiveria;
l’appartamento ha cambiato l’insegna,
la seggiovia ripete il suo cammino.
Tutto questo – e anche ciò che resta
degli inverni passati, della familiarità
di questi luoghi – sento che mi appartiene,
come una colpa o un destino.

Di quello che ieri vedevo ed era permesso
resta poco o nulla. Resta la neve, appena, sui rami,
e i cavi, tralicci che scavano gli abeti.
Quando iniziò la bufera la guardammo tutti
con superiorità e distacco, come fosse un gioco per bambini
o una gioia improvvisa.

Il piacere – dici adesso – non c’è male più grande.