“Sergio Corazzini” (un articolo del 1929)

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“Sergio Corazzini” (un articolo del 1929)

Morire a vent’anni! Pensate voi come dev’essere doloroso quando la vita se ne va così, come una piccola cosa inutile, e le illusioni si sgretolano a poco a poco.

Assistere allo sfacelo della propria intelligenza, morire ogni giorno un poco, essere poeta e non credersi tale, e piangere così, tacito e solo, come un piccolo fanciullo abbandonato, quando nel cuore dovrebbero cantare i sogni più belli… ed avere vent’anni!

Ecco il dramma donde scaturisce quel volumetto di “Liriche” in cui, come in nessun altro libro, l’anima di un autore si rispecchia nitida, intera.

A voler intendere bene il significato della poesia corazziniana bisogna premettere che essa non è riflessa, derivata o voluta tale.

L’influsso del decadentismo francese non ne menoma la originalità, e per quanto in alcuni punti si riscontrino affinità col Guerin, col Jammes, col Verlaine, essa resta sempre unica nel suo genere ed ha in sé qualche cosa di tanto profondo e intimo, che non senza scoramento si pensa alla precoce dipartita di chi l’ha scritta.

Di imitato non c’è che la forma esteriore, qualche parte accessoria, ed anche qualche concetto di carattere comune: gli organetti di Barberia, le corsie degli ospedali, le nostalgie dell’impossibile si riscontrano in altri poeti, specie francesi.

Alcune liriche non contribuiscono, o poco, all’esatta comprensione dell’anima corazziniana, tanto sono generiche: “Invito” per esempio è un sonetto intessuto di luoghi comunissimi, un sonettino malinconico che parla di rassegnazione, di tristezza, di martirio, come ne parlerebbe un qualunque imitatore del “Poema paradisiaco”.

Ma là dove parla il tisico, là dove chi scrive sa che la vita gli sfugge, e lo dice con quella rassegnazione propria ai tisici, tra uno sputo sanguigno e un colpetto di tosse, ivi è la vena, intima significazione di questa lirica tanto bella quanto dolorosa.

Pensate ad un ospedale: grigio, silenzioso, dalle corsie fredde, dai letti bianchi, uguali, monotoni, dove il sole è tanto smorto, dove la vita, ogni giorno, si sposa con la morte.

Oppure pensate ad un chiostro: un tetro caseggiato da cui pare esuli la vita; dietro una grata il viso pallido d’una bianca suora, incorniciato dai candidi lini del soggòlo.

Potete pensare inoltre ad un fanciullo, un piccolo e dolce fanciullo cui è mancata ogni dolcezza, finanche una carezza materna e che prima di affacciarsi alla vita, si è accostato all’amaro calice del dolore, bevendone tutti i veleni. E “L’amaro calice” s’intitola la prima parte delle “Liriche”.

Avrete, così, un concetto approssimativo della poesia corazziniana e tanto più essa vi sembrerà bella, quanto più penserete che le sue angosce sono vissute, che i suoi dolori non sono inventati.

Così preparati accostiamoci al volume, sfogliamolo con devozione, gustiamone il contenuto, apprezziamone il valore.

“Sono perduto”: ecco l’atroce verità; il poeta conosce bene il suo male, ma ha negli occhi tanta rassegnazione, ma ha sulle labbra un così lieve sorriso indefinibile, che nessuno lo direbbe un tisico:

Carlo, malinconia

m’ha preso forte, sono

perduto; così sia.

Ma quando, in “Toblach” dopo aver cantato

Le speranze perdute, le preghiere

vane, l’audacie folli, i sogni infranti,

le inutili parole de gli amanti

illusi, le impossibili chimere,

e tutte le defunte primavere,

gli ideali mortali, i grandi pianti

de gli ignoti, le anime sognanti

che hanno sete, ma non sanno bere;

quando, dopo tutto ciò che v’è di irraggiungibile e di perduto, Egli canta l’ospedale tetro dove le infrante giovinezze vanno verso il tetro abisso lungo la via della speranza, allora ci accorgiamo di trovarci di fronte ad una rara sincerità artistica, conoscendo noi ora da quale inguaribile male fosse minata la sognante giovinezza del poeta.

Non aveva grandi aspirazioni, smodati desideri; un po’ d’ombra, un cantuccio dove piangere abbandonato e solo, un po’ di riposo lontano dagli uomini, la nostalgia d’una canzone morta, la malinconia d’un ricordo evocato dalle note di un organetto di Barberia:

Cosa mi canterai tu

questa sera?

Amica, non voglio pensare

troppo, la prima canzone

che ricordi, antica,

non importa:

una di quelle canzoni

che non si cantano più,

da tanto,

che non fanno più schiuder balconi

da un secolo. Vuoi

darmi la nostalgia

d’una canzone morta?

Oppure vuol morie perché la vita gli è inutile, e la morte indifferente; vuol morire, così, per non saper fare altro:

Vorrei morirmi di malinconia

vedovo d’ogni desiderio, solo,

con l’altissimo sogno che mi tiene.

Qualche volta il poeta dimentica perfino d’essere tisico, e reprimendo un singhiozzo, tergendo qualche lacrima, lancia quell’inno alla “Serenità” che è fra le cose belle la più bella del volumetto:

Serenità, non tu mi riconduci,

nave di sogno, a una perduta riva?

non è forse una luce primitiva

questa che vince tutte le altre luci?

E colgo ancora le margheritine

per i capelli de le mie sorelle

e m’inebrio del sole e de le stelle

e piango se mi pungono le spine.

Tutto quel che fu mio, teneramente,

mette le foglie, mette i fiori, odora;

oh, mai tramonto si sbiancò in aurora

più di questa soave e più ridente.

Ma poi l’incanto sparisce; il cielo si fa grigio, i rosai si sfogliano, il pensiero della morte ritorna coll’insistenza d’un tarlo, ed il singhiozzo represso, ovattato, dimenticato, erompe:

… E allora?… perché farmi tornare?

Serenità: quiete al mio tormento

vana, sono perduto, ora, mi sento

morire e gli occhi s’empiono di bare

e questo cielo non conobbe voli

mai, questa casa non s’aprì alla gioia,

serenità, serenità, ch’io muoia

dunque se il cuore tu non mi consoli,

se non valse al dolor tua compagnia,

se il passato mi stringe sí che in ogni

luogo ritrovo i miei perduti sogni

pieni di una mortale nostalgia.

Afferrato da questa amarissima realtà il poeta non si lascia prendere più al laccio dalle illusioni, cui seguono i facili disinganni; e nel “Piccolo libro inutile” si vota intero alla malinconia di vecchie arie perdute, e alla sorella Morte che invoca, dolcemente, come ristoro alla stanchezza della vita piangevole e dolorosa, trascinantesi nella tetra corsia di un ospedale:

Elemosina triste

di vecchie arie sperdute,

vanità di un’offerta

che nessuno raccoglie!

Primavera di foglie

in una via diserta!

Poveri ritornelli

che passano e ripassano

e sono come uccelli

di un cielo musicale!

Ariette d’ospedale

che ci sembra domandino

un’eco in elemosina.

E per meglio avvalorare e chiarire la mia asserzione, dovrei trascrivere il sonetto “San Saba” e la bella “Ode all’ignoto viandante” in cui è tutta la significazione della poesia corazziniana, tutta la nostalgica anima del poeta ammalato.

La raccolta “Dal piccolo libro inutile” è la più significativa: minuta è la vivisezione del proprio cuore, amara, per quanto rassegnata, la confessione; è uno squarcio di autobiografia spirituale, poiché l’io dell’autore predomina su tutto e anzitutto, come nella “Sonata in bianco minore” e in “Dopo“.

Leggete “Desolazione del povero poeta sentimentale”; nell’ampiezza del verso libero piange la rinunzia alla vita, dolora l’angoscia lenta dell’anima che si sfascia, singhiozza una tranquilla rassegnazione, una infantile ma dolorosa dolcezza, che commuovono, come può commuovere il pianto di un bimbo che ha perduto la mamma e nulla ha più da sperare.

E Sergio perdeva la vita. Quello che prima poteva essere presagio ed, altrove, certezza, qui diventa desiderio e quasi volontà di morire:

Oggi penso a morire,

io voglio morire, solamente, perché sono stanco;

Ed è rassegnato come un povero specchio malinconico.

E quale ingenuità in certe espressioni così tenui che sembrano trasparenti, e quale dolcezza di suoni, smorzati in sordina, così fiochi che sembrano echi lontani:

Questa notte ho dormito con le mani in croce.

Mi sembrò di essere un piccolo e dolce fanciullo

dimenticato da tutti gli umani,

povera tenera preda del primo venuto.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Io amo la vita semplice delle cose.

Quante passioni vidi sfogliarsi, a poco a poco,

per ogni cosa che se ne andava.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

E poi l’ultimo tarlo roditore della sua mente, il pensiero della morte vicina, inevitabile, certa:

Oh, io sono veramente malato!

 

E muoio un poco ogni giorno

 

L. GUERRIERI

(da «Il Solco», 24 febbraio 1929)

21 dicembre 2017|