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la foto di Maria Grazia Calandrone è di Dino Ignani

Già il titolo di questo libro di Maria Grazia Calandrone, “Gli Scomparsi”, sembra anticipare l’impostazione che regge l’intera narrazione. La parola “scomparire”, infatti, è una parola affatto particolare, articolata su più livelli di significazione, che, in un certo senso, semantizza il suo significante: al nucleo del termine “parere”, dare alla luce, mostrarsi, infatti, si aggiungono la preposizione “cum” e la privativa s (“dis”), che uniscono e allontanano allo stesso tempo. Evocano e censurano insomma. Affermano e negano, quindi contraddicono.
La scelta della lingua specifica da adottare nel mare generalissimo della nostra lingua, è d’altra parte indotta dall’argomento stesso trattato nel libro – casi di cronaca di persone “scomparse”, appunto – e ne è condizionata, perché la lingua qui, non solo si misura con un’esperienza particolare del dolore, ma ne tenta una rappresentazione che non è tanto descrizione, quanto piuttosto rielaborazione, in un certo senso recupero (se non proprio riscatto), resa spesso dal punto di vista di chi resta ed è per questo costretto a confrontarsi in modo radicale e non eludibile con questa esperienza.
Si tratta, infatti, di un’esperienza profonda del dolore, in quanto il dolore, nelle diverse, struggenti situazioni richiamate nel libro, deriva da quell’assenza di essere che – in un contesto culturale come il nostro, in cui l’essere da sempre fonda la pienezza del suo significato sul concetto di “presenza” – risulta per ciò stesso “ontologicamente” insostenibile. Senza scomodare Heidegger o Derrida, può qui, ancora una volta, essere utile un richiamo di carattere etimologico, nello specifico alle radici del termine “assenza” (contiguo a “scomparsa”), che risulta infatti costruito con la particella “ab” ed il verbo “esse”, dove “ab” indica allontanamento dall’essere: assenza, appunto.
Certo non è facile affrontare un argomento di tale complessità mediandolo (necessariamente, dato l’oggetto) da fatti che hanno avuto ampia risonanza nella cronaca, anche recente, per giunta attraverso un mezzo, quello televisivo – di una precisa trasmissione televisiva (“Chi l’ha visto?”): soprattutto, non è facile, in questo contesto, superare il disagio e forse anche quel senso di prevenuta diffidenza, che giustamente l’autrice, nella Nota in calce alla raccolta, imputa piuttosto a “sentimenti ancora sperimentali” che “la scimmia nuda che siamo” nutre, in generale, nei confronti dei cc.dd. “social”. Decisamente più facile la lettura, che avviene dopo la scrittura, meglio: la riscrittura, in un certo senso il “ri-facimento” poetico che l’autrice opera anche grazie alle scelte linguistiche sopra richiamate, che occorre ora esaminare da vicino.
La dimensione linguistica in cui il libro cala le vicende, sempre drammatiche, che lo compongono, è infatti una dimensione in cui la lingua rincorre la sua stessa materia, una dimensione in cui la parola è affermata e immediatamente negata, come detto, in cui dunque essa si costituisce solo per scarto e differenza, se non per contrasto: in cui la parola, e la parola poetica in particolare, non è mai data per sé, ma sempre ricomposta ad un diverso livello di senso.
E proprio perché si tratta di una scelta costitutiva del libro, che lo pervade interamente, dal primo all’ultimo componimento (fin dal titolo, dovremmo dire) gli esempi sono molteplici e non ci è possibile annotarli tutti. Ovunque, infatti, la parola si costituisce “contraddicendosi”, come sopra precisato: così per il “percorso saturnale di un continuo fiorire”, per il “cedere nell’abbraccio di una creatura fluviale anch’essa traumatizzata”, per “la fontana che irriga la materia bruna – la nera innocenza del territorio”, per le “mani piene di spine di gioia” o “l’amore che contempla il proprio resoconto di violenza e di pace”, per il “sole che cala: masse-minacce nere” o i “temporali che a prima vista squassano betulle, piani di terra, l’intero frasario amoroso, irreparabilmente”, per la “distanza che tra le origini e i nidi posti in alto delle rondini in una disperata fiducia”; e ancora per gli “sconosciuti che si conoscono in sogno”, per la “gioia che da allora mi lascia come un incessante male”, per “un ghiacciaio d’amore”, per “la promessa di smembramento: tutte le ossa rivoltate in anima”.
Ma è soprattutto con l’utilizzo attentamente connotato, comunque cauto, che l’autrice fa della parola che più di altre dovrebbe trovare piena espressione nella raccolta, che questo darsi per differenza e contrasto trova la sua più evidente conferma e, in un certo senso, la sua legittimazione. La parola “morte”, infatti, compare 17 volte ne “Gli Scomparsi” (con “moria” e “mortalità”) e più spesso per essere negata, non affermata, qualificata pur nella sua assolutezza, in un certo senso depotenziata, come nei seguenti versi: “l’amore imita l’amore non la morte”, “Non ci pensare, non tornare più, l’hanno portata via, né morta né viva”, “Tutto qui: i vivi e i morti insieme – con dolcezza estrema”, “uno piange di schiena a testa china (…) avvisato di morte”, “il verde scialo della vite fra vita e morte”, “la circostanza ferina e incomprensibile della tua morte”, “il primo amore, la prima morte”, dove la parola “morte”, appunto, ora è negata, ora sospesa, ora solo evocata, fatta circostanza, ora giustapposta, messa in relazione alla vita come altro estremo di un mistero in cui qualcosa di profondamente umano avviene, in uno scialo senza remore.
Nessuno, in questo modo, nella parola che lo costituisce, lo convoca, lo richiama, è mai definitivamente “scomparso”, tutto viene invece tenuto insieme, come riesumato da una lingua che, mentre nega ed afferma, come detto, sospende e in un certo senso cicatrizza, meglio: “marmorizza il tempo”, “cristallizza il sangue”, ferma, restituisce, e forse salva. O forse, per un attimo, inganna. Una lingua che per questo, proprio per questo pare non voler finire mai, non volersi fermare mai, avvolta, come dispiegata in un lungo, complesso, articolato, volutamente irrisolto periodare, dove il verso ora si protende, ora si ritrae, ora si espande di nuovo oltre il lecito del discorso poetico e all’improvviso si rifrange, fugge in un imprevedibile, anche se irriducibile alternarsi di spinta e controspinta, scialo e parsimonia, anelito e attesa. Resa, forse colpa.
Ma tutto ciò è possibile anche perché questa sospensione/cicatrizzazione della vicenda del dolore, avviene sullo sfondo di un universo trasfigurato in una dimensione dai tratti antropomorfici – “un universo che ha pelle, una materia lacrimale che ha coscienza sensoriale e prova gioia nell’essere oltrepassata, piante o alghe delle convalescenze, geranio di sangue che non smette di guardare, terra piena d’amore, luce che porta dolore”: un universo umanissimo, dunque, di cui la bocca è “aria e fonte”, “animale al centro dell’io” che testimonia questa esperienza con la radicalità del suo respiro e del suo dire, del suo tenere in vita con la potenza di una parola che all’improvviso si accende e rianima, moltiplica, dà luce ed energia, ancora energia, nonostante tutto:

“Poi mi sono lavata le mani
anche se non avevo toccato
nessun animale, né vivo
né morto. Ho mescolato
al chiuso del tegame il pasto caldo
di mezzogiorno e lei era
tre dimensioni di vuoto nella luce tesa”.

Roma-Milano, 1 giugno 2017

Francesco Scaramozzino