Liliana Zinetti ci parla della dimensione mai completamente salvifica della scrittura, della sua funzione terapeutica ma limitata, del legame strutturale e indissolubile che la lega alla linguaggio e che, a mio parere, riguarda ognuno di noi in quanto soggetti strutturalmente legati all’Altro. Liliana Zinetti forse ci dice che prima di ogni cosa c’è la vita: E’ sempre stata l’inquietudine, il magma ancora inesplorato e forse mai esplorabile del nostro essere che mi ha portato alla poesia. Mi ritrovo pacificata nell’atto dello scrivere e anche se non credo alla poesia che salva  , trovo sia uno dei modi buoni per aiutare la vita. Qualcosa che attende, una resa dei conti mai risolta tra quel che siamo e quel che riusciamo a dire. Come in questi versi: Cerco una voce solo mia\in un inverno che fiocca neve\sui passi sul davanzale sul giardino\sulle cose che ci hanno visto andare\senza voltarci.

 

si è raccolto rannicchiato come un bambino
nel sonno ha piume che bendano gli occhi
per quel tuo stare insensato per il tuo svanire
tra lame affilate e cocci di vetro ora
fotogramma sbiadito aura nera
certo fu mio l’errore
l’equivoco di un tempo dove ti vedevo
come qualcuno che restava.