L’ontologia è una categoria filosofica che studia l’essere in quanto tale, ovvero al di là delle sue determinazioni particolari. Queste determinazioni sono i filtraggi umani che, da cosa in sé, attraverso l’ausilio dell’esperienza, mutano l’apparizione in ente; la cosa apparsa diventerà albero, corpo umano e sedia. Nello spazio di una breve riflessione letteraria prenderemo dalla filosofia uno dei suoi fondamenti (l’ontologia), ne amplieremo il senso  –  augurandoci di non scadere in contorcimenti filologici – e la collocheremo a servizio di un’analisi peculiare. La cosa del mondo a cui faremo riferimento, trovandoci nell’ambito di un’ontologia ad hoc, riguarda l’essere in quanto tale e vale per tutta la disamina dei testi.

Ribadiamo quindi che prima della parola c’è l’esperienza del corpo con la cosa del mondo; il corpo è rivelazione se concluso in un alternarsi di epifenomeni dei sensi, diversamente si ridurrebbe ad essere passiva superficie di godimento, di porosità: perché non c’è una cura\alla pelle che preme contro la plastica, riceve\l’acqua e le cose e ci s’impiglia. La dimensione ontologica è imprescindibile a mio parere per un avvicinamento inziale alla scrittura di Francesca Santucci. La superficie occupata dal linguaggio è lo spazio fisico che la parola è in grado di tracciare tra il corpo ed il mondo : come una cosa tenuta\\ferma lì dal peso, che se anche è così\ poteva essere diversamente. Per questa via accidentata, malsicura, potremmo azzardarci ad affermare che il linguaggio non è ancora “margine tra la percezione dell’in sé e l’ente in quando elaborazione mentale” ma solo vertigine di senso. Allora è possibile che nello spazio tra l’incompletezza e il suo tentativo di esistere si ponga la poesia di Francesca e che solo in questa tolleranza oscillante l’atto poetico abbia ragione di esistere. Poi c’è l’essere come fenomeno sospeso: Seppure conosciamo\la figura siamo appena prima e poco\dopo di lei e ancora Mi sconvolge la geometria con cui \mi infilo tra la sedia e il tavolo, tra il materasso\e il lenzuolo, tra una persona e una\persona in fila alla cassa – la prepotenza\con cui occupa lo spazio nel mondo il mio corpo.

Nell’istante in cui la parola genera il nome la cosa si trasforma ed occupa il suo posto nella rappresentazione del mondo, la cosa ora è in un preciso ordine simbolico,  eppure in quella stessa millesimale frazione di tempo svanisce o nella migliore delle ipotesi cambia luogo della mente. […] è all’improvviso che\ci dividiamo [con uno strattone (come una treccia\ai capelli quando infili dentro l’indice\e tiri giù)] – le guardiamo perdere posto e ancora Le cose intorno a noi sono di vetro e\gentili, e se non hanno cura di me\è perché un poco le spaventi . Nondimeno Francesca Santucci ci avvisa che  la parola, in tutte le sue manifestazioni, più o meno apertamente artistiche non è in grado di concedersi, di essere linguaggio pieno, esaustiva incarnazione del pensiero: […]non credo che le parole necessarie a esprimere qualcosa possano trovarsi tutte in una proposizione conclusa – neanche questa, di proposizione, voglio che lo sia: sento importante renderla scomponibile in unità minori, espanderla con questo inciso per palesarne l’inadeguatezza[…]

Non mi è ancora chiaro se esista o meno una possibile dimensione salvifica nelle parole di Francesca, un tentativo di conservare il paesaggio delle cose del mondo, mi azzardo per tanto ad ipotizzare che la rappresentazione immediatamente evanescente “come una cosa tenuta\\ferma lì dal peso, che se anche è così\ poteva essere diversamente” potrebbe essere è un’istanza verso l’altro

Il desiderio di riconoscimento è il desiderio di un desiderio“, dunque non di un essere dato, naturale, ma della presenza dell’assenza di un tale essere. (1)

e allo stesso tempo un suo allontamento, perchè è oltre la cosa, nella dimensione rivoluzionaria del desiderio, che ha sede il luogo degli altri, che si genera la contingenza dell’incontro.

Stupisce invece come in alcuni passaggi  il corpo dell'”altro da sè” si disperda in una forma appena percepibile ma tuttavia desiderata; si può intravedere così un primo avvicinamento al grande Altro che rimane tuttavia sullo sfondo di un immaginario tenuto a distanza di sicurezza […]una sequenza di numeri che\ in nessun modo corrisponde alla tua bocca, e\mi piace anche sapere che la casa è tutta deserta, conoscere\con esattezza l’azione che compi in quel pomeriggio\preciso (la mano all’orecchio lo sguardo oltre\il vetro) e ancora aderisci al letto come una patina\ di terrore e io non so più se quando cresci\è per respiro.

È senza premura che avvio il getto della doccia,
passo il pettine tra i capelli e dove c’è il nodo
tiro giù forte, stringo i sandali alle caviglie
fino all’ultimo buco: perché non c’è una cura
alla pelle che preme contro la plastica, riceve
l’acqua e le cose e ci s’impiglia.
Mi sconvolge la geometria con cui
mi infilo tra la sedia e il tavolo, tra il materasso
e il lenzuolo, tra una persona e una
persona in fila alla cassa – la prepotenza
con cui occupa lo spazio nel mondo il mio corpo.

(1) Kojève , “La dialettica del reale e il metodo fenomenologico di Hegel”, in Introduzione alla lettura di Hegel