Disinteressato ad un approccio antilirico è il poemetto inviato da Luca Bresciani. “Canzone del padre” possiede aperture di intensa bellezza lessicale ma è innanzitutto un lavoro sulla memoria, sulla storicizzazione e nondimeno uno sguardo sul rapporto abissale che contraddistingue ogni binomio padre/figlio. Sei un tempio\ fatto di riti che non conosco\nonostante la tua febbre\sia la sposa del mio sangue.

In termini umilmente Freudiani, l’analisi poetica di Bresciani punta la lente su quella fase ,successiva al nome del padre, che è la morte del padre (quest’ultima è una concessione che si prende il sottoscritto). Se è vero che il nome del padre si frappone tra madre e figlio in una fase particolare del loro rapporto,  la morte è l’estrema liberazione dal ruolo paterno e la conseguente incarnazione del padre in un uomo del mondo, termine fisso perché lo si possa amare e perdonare. Dormire quasi congiunti\senza muri a frammentarci\mentre l’aria lentamente si guasta\ma è l’unica cosa che ci sporca.

Nessun tentativo teorico comunque potrà prescindere dalla notevole maturità e bellezza degli atti poetici di cui è colmo questo assaggio. Saper tracciare il dolore nella parola senza che questa diventi un manierismo è la cifra fondamentale nelle liriche di Luca. Il suo tocco è leggero e tuttavia il messaggio penetrante: Il suo corpo arreso\ è un vecchio adesivo\ incollato ai bar della piazza\ su cui non si legge più nulla. E poi : Volevi essere sicuro\che non avrei inseguito\il verticale velo di schiuma\di chi con un abisso si sposa.

Il nome del padre è una presenza così vivida da riuscire quasi ad immaginarlo, a toccarlo: Tu avevi il collo dei cervi/ dopo l’esplosione dei fucili /e nelle geometrie delle mattonelle /cercavi una croce per la tua carne.

Ci piace pensare che Luca sia esattamente agli antipodi rispetto alle fosche previsioni di un linguaggio che sembrerebbe franare giorno per giorno,  Bresciani sostiene che la poesia possa essere per sempre funzionale all’umano: Uso la poesia come una macchina fotografica per fare il ritratto ai miei sentimenti nel corso degli anni. Gli album che ottengo servono a confessarmi che ho vissuto, che una parte di me è ancora umana e che l’abitudine non mi ha vinto facendomi scivolare il mondo addosso.

 

“Non la guardare nel viso
altrimenti ti prendi il malocchio.”

Dicevi questo di mia nonna
mentre giocavo sotto casa
illuminando con i pennarelli
le prime pietre dei miei anni.

Tu sembravi felice
nel vedermi fissare il marciapiede
ma al cielo basta un istante
e io so che evade per sempre.