c’era una volta… il ‘900: Arturo Graf

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c’era una volta… il ‘900: Arturo Graf

L’opera poetica di Graf (Atene, 19 gennaio 1848 – Torino, 30/31 maggio 1913) risente dell’atmosfera cupa delle leggende medievali, tipiche del primo romanticismo con le meditazioni sulla morte, sul male del mondo, la visione di paesaggi solitari e patetiche esistenze tragiche che troppo spesso si risolvono in macabre rappresentazioni e, solo di rado, in un più acuto simbolismo che consente all’autore di raggiungere un’efficace simbologia funebre, tetra, sommessa, percorsa da lunghi brividi musicali. Egli compose inoltre un gran numero di opere di critica letteraria che risentono del tentativo di partecipare alla filologia della scuola storica e rivelano la sapienza di un lettore sensibile ed entusiasta.

C’era una volta

C’era una volta … che cosa?
Son come grullo stasera!
Non mi ricordo; ma c’era,
c’era una volta qualcosa.

Devi saperlo anche tu,
povera foglia di rosa …
c’era una volta qualcosa,
qualcosa che non c’è più!

Mi contraddico?

Mi contraddico? Sicuro.
Perché te ne meravigli?
Non siamo noi forse i figli
Del dubbio e dello spergiuro?

Non siamo i figli noi forse
Della imbelle tracotanza,
E della matta speranza
Che giace là dove sorse?

I figli del vano, alterno
Irrefrenabile moto?
I figli d’un noto ignoto
E d’un mutabile eterno?

Non sai (mistero giocondo!)
Che la contraddizïone
È l’anima, la ragione,
Tutta la vita del mondo?

Il quale mondo è il migliore
che si potesse impastare,
E se talvolta non pare,
La colpa è del nostro umore.

Del nostro umore incostante,
Del nostro egoismo cupido,
Che pende un po’ nello stupido
E molto più nel furfante.

Ahi Dio, come sono belli
I mari, le selve, i monti,
L’albe, i meriggi, i tramonti,
Le ortiche, i fiori novelli!

E quelle care bestiole,
La cui maggiore faccenda
È di mangiarsi a vicenda
Sotto il grand’occhio del sole!

E l’uomo che, parli o taccia,
È un elettissimo vaso;
Ah, l’uomo con gli occhi, il naso
E la bocca nella faccia!

L’uomo, di così benigna,
Di così santa natura,
Che il diavolo n’ha paura,
E, quando può, se la svigna!

Son così belli, che io
Mi metto a piangere quando
Li guardo, e rido pensando
Il loro destino e mio. —

Essere uno e diverso
E coerente e sconnesso,
Vuol dir rifare in se stesso
Il glorïoso universo.

Meglio esser molti che uno:
E l’uno, l’uno ove molti
Sieno con arte raccolti,
Non morrà mai di digiuno.

Ricevi, se ti par buono,
Questo succinto entimema,
E fa che il succo ne sprema:
Mi contraddico, ergo sono.

Pescatori

Sull’ onda che sussurra
vola una brezza franca;
trine di spuma bianca
fioriscon l’onda azzurra.
Di fiotti e di querele
affanna il mar le rive;
com’ ali fuggitive
passan lontan le vele.
Per sabbie e per ghiareti,
fra l’àlighe odoranti,
i pescatori ansanti
traggon dal mar le reti.
Infaticati e rudi
s’alternano al cimento;
sferzano il sole e il vento
i corpi seminudi.
Validi corpi in grame
vesti: petti villosi,
lacerti poderosi,
tinti in color di rame.
Dietro la tesa fune
ecco una rete oscilla;
guizza la preda e brilla
dentro le maglie brune …
Or chi vuol ricordare
pericoli e strapazzi?
Buona pesca, ragazzi!
Sia benedetto il mare!

Foglia di rosa

Sull’aduggiata spera
del picciol lago posa,
immobile, leggera
una foglia di rosa.
Cosi della mia mente
sull’ onda oscura e grave
un ricordo soave
del mio tempo fiorente.

La campana

Sotto un ciel di diaspro, e nel profondo
silenzio che sui campi ermi si spiana,
rangola trafelato e gemebondo
il lontano clamor d’una campana.

Ebbra d’angoscia, scaturir dal fondo
sembra del ciel l’esile voce arcana,
e voce par d’un altro e ignoto mondo,
tanto è fioca e sottil, tanto è lontana.

Tramonta il sole e nell’aer silente,
d’onde vanisce a poco a poco il lume,
piange la stanca voce e implora e geme.

E chiama a lungo, disperatamente
e chiama invano il dileguato nume,
la morta fede e la tradita speme.

10 giugno 2018|