c’era una volta… il ‘900 – Ceccardo Roccatagliata Ceccardi

Home/c'era una volta... il '900, In evidenza/c’era una volta… il ‘900 – Ceccardo Roccatagliata Ceccardi

c’era una volta… il ‘900 – Ceccardo Roccatagliata Ceccardi

Ceccardo Roccatagliata Ceccardi (Genova, 6 gennaio 1871 – Genova, 3 agosto 1919) è stato un poeta italiano.

È stato un precursore della poesia ligure del Novecento che va da Camillo Sbarbaro a Eugenio Montale, ma nella sua formazione s’incrociano anche residui carducciani e inquietudini decadenti che rinviano a Pascoli, a D’Annunzio e ai simbolisti francesi. Nelle sue composizioni migliori s’avverte un teso lirismo che si placa a tratti in eleganti movenze elegiache o in dense evocazioni del paesaggio ligure. Genova lo ha ricordato nel novantesimo dalla sua morte con la deposizione di una corona del Comune nella via a lui dedicata il 3 agosto 2009 promossa dall’Associazione Culturale “Conoscere Genova” Onlus.

 

VIALE DESERTO

Svolgonsi sul vial, silenziose
l’ore di luna. Splendono i sedili
come in un sogno d’infiniti aprili
macchie di rose,
che dilungano in candido filare
per rive ombrose dove tace il vento
e in mezzo scorre un lento scintillare
d’acque d’argento.
Scende il viale: ed un orror aduna
di ombre. E da l’ombre piene di spaventi
escon fantasme da le risplendenti
ali di luna. E vanno con un pallido fruscio
fra i grigi orrori e le marmoree panche,
– spiriti di ricordi nell’oblio de l’ore bianche.
E come incenso diafano di morte
rose dileguan pel silenzio – Il Cuore
trema. Oh l’eterno sogno de l’amore
e de la morte!

VERSI TRISTI

Oh quando nelle notti limpide i cieli piangono
stelle d’argentea brina
che dice coi canori
suoi lamenti, 
che dice
nel cipresseto placido
l’usignolo a le belle dormenti sotto i fiori?

UNA SERA D’INVERNO ALLA FINESTRA

… Una divina
malinconia mi bacia
e di sua ombra
mi ravvolge. Io sospiro
e il mar, intanto,
già irrequieto sotto il pallor lento
dell’occaso sereno illividisce
e il gemer cresce. Quel mutar del giorno
ne la notte, io pendendo a la finestra
immobil seguo e una tristezza eterna
con disperata illusion ne libo.

IL PIOPPO (1903)

Melanconia che da cipressi apprese
orror d’ombre solenni e antico oblio
siede, o pioppo, talor al mormorio
de le tue fronde a luna alta protese.

IN MORTE DI DUE BIMBI INNAMORATI
 (è molto lungo; riporto qualche verso)

Il cipresso tentava
con la guglia l’azzurro ed un tralcio di vite
gli si avvolgeva, salendo con un lento sussurro
d’amante.
E non sapeva l’uno che da un sentiero
di morte egli cresceva;
e non sapeva l’altra
che le foglie d’autunno,
s’arrossano a la brina
come sangue, ed al vento
cadono come gocce
di pianto.

I VOLTI DOLOROSI

Nei volti dolorosi, su le pacate fronti
brilla quietamente effuso, un pallor d’alba
e ne gli occhi ristagna la visione scialba
dei paesi che sognano a l’ombra dei tramonti.
Sotto, l’occhiaie incavansi
come un vecchio sentiero
cui rosero infinite
piogge silenziose;
e i labbri che un oscuro poter, come le rose
morte nei libri, strazia, parlano di chimere
talor la fronte sfiora una carezza d’ale:
la morte? e come un breve spiraglio d’opale
che si svolge tra nuvole misteriose,
gli occhi intraveggon lo scorcio d’un paese fiorito
meravigliosamente; trema il cuore e i ginocchi
tremano. E il labbro esangue
mormora: oh, l’infinito!

FANTASMI AUTUNNALI

Ecco la morte, o cuore; non senti l’autunno che viene
e in man la falce tiene pei sogni e per l’amore?
Ecco; già invade i giardini tra un’onda di nebbia, 
le spalle cariche di farfalle morte e di gelsomini.
E invade le colline dal culmine d’oro sognante
sul glauco ciel tramante di guazze settembrine.
Oh strade di campagna ne l’ombra dei vespri perdute,
pallide strade mute, dove la pioggia stagna,
ed egli va, a passo lento, le siepi, le rame spogliando,
foglia e foglia strappando, fra un singhiozzar di vento!
Già dentro l’umida pieve, ne l’albe, tra file di ceri
(fuori i cipressi neri tremano al rezzo greve)
scende il pievan di velluto vestito  e d’or (una squilla
pianger rauca, oscilla, fuori sul borgo muto)
e dice ai morituri: la morte sentite? Oh, pregate
per quante son passate, bimbe, gigli sui muri,
pregate pace per quanti mai più torneran dai profondi
capi brinati e biondi, bocche e cuor, palpitanti!
Tu dolce amor lo sai e pensi: l’autunno già viene
e in man la falce tiene: non tornerò più mai.
Che importa se maggio inonda di petali rossi e nivali
gli orti, e di frulli d’ali? Se d’un riso di bionda
luce, le case inonda? Le rose, a novembre, un dì morte,
non sono mai risorte su da la nebbia fonda!
Oh quando batton l’ore dei tristi addii supremi
non vale, o cuor, se gemi, non val se piangi, amore,
un gel di morte ne invade ed ogni sogno si sfoglia:
perfin l’ultima foglia de la speranza cade;
Le mani strette ai miti colloqui, le bocche tra baci,
i volti che di paci rosee il sol ha fioriti
stan larve taciturne in fondo all’anima quali
posano nei ducali orti, tra fonti ed urne
(e dietro sfuman scene di pallida luce soffuse)
l’iddie pagane schiuse le forme al ciel, serene
offron quelle bellezze antiche cullate su l’anche
l’agili membra bianche, nido di tenerezze;
ma sotto il marmo langue la vita (che freddo!) e l’ondate
sue tiepide e rosate mai più vi slancia il sangue.

COLLOQUIO SENTIMENTALE

Nel freddo parco ove le nude rame
drizzansi tinte di grigio, ne la bruma,
e per gli umidi viali si consuma
la rosea reliquia del fogliame,
– nel parco – tra l’aléé gialle e brinate,
due ombre proprio adesso son passate.
Son senza sguardo le pupille: morte;
appena un’eco di parole smorte
arriva – appena – ne le nebbie immote:
son molli i labbri e pallide le gote.
Due fantasmi nel parco desolato
hanno evocato il fulgido passato…
…Vanno così nel parco dove i rami
– nudi – torpon ne l’aria senza sole:
la notte sola intende le parole:
e la terra è la reliquia dei fogliami.

LE RASSEGNATE

L’une – fantasme pallide, smarrite
come in un sogno d’autunni lenti
l’estrema gioventù varcan silenti
ne la penombra de le case avite.
Oh le fanciulle che non son partite
spose! – O, con i diti in umili opre intenti,
beltà sfiorite – o cuor tiepidi spenti:
tutte sacre all’olivo umili vite!
E mamma invecchia: un risplendor che trema
roseo, e accenna, inseguono i fratelli.
Oh amore! E in casa odora il crisantema.
Ed esse estasiate in una pia
vision d’azzurro, pregano, mute: Ave, O Maria.

IL VIAGGIO ETERNO

Una pace diffusa di colore
come nei vespri d’un ottobre mite
quando le selve sono ancor vestite
di foglie ma già un tenue pallore
s’insinua pel verde e un’indistinta
malinconia vien dilagando in cuore,
e l’anima si sente ognor sospinta
verso un’ignota meta di dolore…
Un cielo bianco, bianco e sonnolento
un paesaggio da le tinte smorte;
dir si poteva: è il regno de la morte.
questa pianura, questa e senza vento?
Io viaggiava verso lei malata,
a piedi e solo, ed ero molto stanco;
era la vista mia come annebbiata
dal polverio de lo stradale bianco.
Era la mente mia una tristezza
senza confine, come un mar di bruma
che fluttua via via, e mai l’alluma
neppur di vespro pallida dolcezza.
Oh! Io voleva affrettarmi e mi sentia
come un legame a’ piedi – che tormento! –
non potea camminare, era la via
così lunga e concesso solo un lento
passo per volta!
… Non l’avrei più veduta,
mai più, mai più veduta! O dolce e bella
faccia, o di rose solatie tessuta
faccia che non baciai ma che m’ha riso
forse ora la fatal ombra di morte
t’ha scolorito? … Son le guance smorte
la bocca è chiusa e non ha più sorriso! 

25 agosto 2018|