c’era una volta… il ‘900 – Enrico Thovez

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c’era una volta… il ‘900 – Enrico Thovez

Figlio di Cesare Thovez, ingegnere, e di Maria Angela Berlinguer, («…mia madre è sarda, di famiglia oriunda spagnola, venuta dalla Catalogna nella fine del Seicento e da questa parte mi viene l’amore della poesia»), frequenta le scuole tecniche e s’iscrive alla facoltà di scienze nel 1886, ma interrompe gli studi universitari per mettersi a studiare latino e greco, prendere la licenza liceale nel 1892, iscriversi alla facoltà di lettere e laurearsi nel 1896.

Già nel 1895 si rende noto denunciando nella Gazzetta Letteraria i plagi della poesia dannunziana, tratti da poeti francesi allora pressoché sconosciuti in Italia, e collabora a diversi quotidiani, La Gazzetta del Popolo, il Corriere della Sera, Il Resto del Carlino, con articoli d’arte, di critica e di costume, fino a entrare nella redazione de La Stampa nel 1905.
Nel 1902 fonda con Leonardo Bistolfi, Giorgio Ceragioli, Enrico Reycend e Davide Calandra la rivista L’arte decorativa moderna e collabora alla rivista senese Vita d’Arte.

Dipinge ed espone due volte alla Biennale di Venezia, viaggia per l’Europa, è per dieci anni direttore del Museo civico d’arte moderna di Torino.

Dalla lettura del suo Diario emerge un’enorme autostima nei confronti dei colleghi critici e artisti: «Non posso nascondermi che ho la testa dieci volte più larga della loro e che io mi sento a mio agio nella pittura e nella scultura e nella musica tanto quanto nella poesia, dove si degnerebbero di concedermi dell’autorevolezza, che io ho dieci volte più conoscenza della natura umana e più buon senso delle questioni di loro, che io sono più serio, più preciso e che ho una forza d’idealità, un culto della bellezza che si rivela anche nella vita comune, nelle mie parole, nella mia condotta, nei miei amori».[1]

Il suo temperamento introverso è in perenne contrasto col suo incontenibile bisogno di espandersi, fino a fargli identificare la propria esistenza con la poesia stessa: «Fare della mia esistenza un’opera di poesia è per me lo scopo più alto: anzi non è un desiderio, ma un bisogno. (…) Vi è in me qualcosa di incoercibile che m’incalza oltre dei limiti consueti.»[2]

La città di Torino gli ha intitolato un viale nella zona precollinare.

 

La Dolcezza

“O dolce viso fuggente, o moribonda dolcezza,
restami ancora negli occhi: non ho altro di te.
Fermati: ti corro incontro:
ti cerco in cielo, nell’aria, nel buio delle mie palpebre;
non voglio perderti ancora.
E’ un’ombra tenue dei labbri,
un tremor lieve dei cigli,
un roseo lobo d’orecchio,
la gola fluida,
il mento rotondo,
l’iridi azzurre:
ondeggia, sfuma, e si solve mi sfugge come un vapore.
O sogno dolce,
o mio amore travisto appena e perduto,
per sempre e sempre perduto!

Sole d’ottobre

… Il sole giallo d’ottobre
m’è così dolce! Non scalda quasi: lo cerco tremando.
Ferisce obliquo le cave volte dei boschi ingiallenti:
ardono d’oro, divampano violentemente al tramonto.
Mi par che l’aria sia anch’essa più tenue e rara…

 

9 agosto 2018|