Anna Maria Farabbi presenta “Frammentario” di Carmela Pedone

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Anna Maria Farabbi presenta “Frammentario” di Carmela Pedone

Per presentare Carmela Pedone nella sua opera è necessario essere onesti, dichiarando immediatamente le sue tragiche coordinate, la sua rosa dei venti, il suo cuneo igneo incastonato in fronte. Tutto questo per entrare nel gheriglio e coglierlo con mani stemperate, limpide, senza incantamenti sentimentali e morbosità sublimate, come troppo spesso accade nell’orbita della follia geniale.

Carmela Pedone è stata ospite della comunità di Torre Certalda, dentro cui ho lavorato come poeta dal 13 luglio 2015 all’8 settembre 2017. La strut­tura, situata a Umbertide, nel Comune di Perugia, è dedicata a un’utenza affetta da grave handicap psichico, disposta a doppia diagnosi, anche per tossicodipendenza. Gli ospiti ir/recuperabili, così definiti solitamente tra gli operatori, io li ho sempre chiamati e considerati, a voce alta e scritta, matti ni, per chiarirli e significarli di luce, rovesciando la loro interpretata defini­tività in una possibilità creativa di ri/emersione interiore. A loro ho dedi­cato il mio canto in dentro la O e ne La casa degli scemi. Non possiamo pre­scindere da una sola cellula del creato. Non possiamo congelarla e gestirla separandola da noi. Volenti o nolenti abitiamo in vasi comunicanti.

Conobbi Carmela quando aveva già raccolto la sua scrittura, battuta ordi­natamente a computer e poi stampata in una tipografia. Un libro ben rile­gato di una sola copia che lei teneva gelosamente con sé, portato da una clinica all’altra e, in ultimo, nella sua stanza, nella comunità di Umbertide. Quantitativamente imponente,  il testo  è scandito in sezioni,  tra registri di narrativa e poesia, sotto il titolo Frammentario.

La scelta di questa parola individua, secondo l’intenzione di Carmela, una natura interiore urtata, rotta, divisa. Comunque, faticosamente e meticolo­samente, raccolta e lavorata. Portata in offerta per essere fruita nella sua ricomposta interezza. Mi viene in mente il modo sapienziale in cui gli arti­giani giapponesi usano incollare i cocci dei vasi con l’oro (kinstugi). Fare della propria cicatrice una cerimonia visibile di memoria accolta, colta­mente recuperata, in una scrittura aurea che elabora il vuoto separativo e lo trasforma in segno lucente congiuntivo.

Il nostro lavoro, dal 23 luglio 2015 (giorno in cui Carmela ha chiesto di partecipare al mio laboratorio di poesia, dopo averlo valutato da spettatrice seduta sui gradini del refettorio) al 29 ottobre 2016, giorno della sua morte, è stato quello di rileggere insieme tutta la sua opera, studiarla e meditarla, scegliere i testi migliori per la pubblicazione, rientrare nei passaggi cruciali narrati o cantati,  parlando degli eventi drammatici che li avevano suscitati. In questo periodo  di densa officina, Carmela ha scritto anche inediti, (qui riportati nella sezione Alfabeto autobiografico), squarciando il lutto decennale della sua astenia creativa. Lei che ormai non sperava più nella composi­zione, viste le sue consapevoli condizioni: oltre quelle psichiche combat­teva anche contro un devastante tumore.  La convinsi a reimparare la scrittura digitale sul mio computer portatile. Le insegnai con solare calma.  Nella palude ombrosa  della sua solitaria disperazione, l’atto di digitare an­cora, dopo tanto tempo, il tasto salva con nome fu, lo ricordo bene, una fontana di gioia per me. Le feci notare che quelle tre sole parole meccani­camente praticate ogni giorno da me sulla tastiera, in realtà, significavano sostanza: agivano qualificando  l’unicità del proprio nome, del proprio io, attribuendogli la responsabilità (non l’autoreferenzialità) di ciò che tutto il corpo, non solo la testa,  stava consapevolmente creando, scrivendo, tra­mite l’alfabeto.  Spingere, scegliere, quel tasto la impegnava,  rigenerando una minima autostima e f iducia verso se stessa e la sua opera.

È l’uomo che cammina sui pezzi di vetro
che mi torna in mente.
Ricordo ancora
che mi venne in sogno
e ora
stasera
mi torna in un fischio.

*

Sogni la rampa di scale
imbiancate
di casa vesuviana.
La donna piccola
minuscola
ti chiede qualcosa,
su dal pianerottolo.
La tua amica
la vedi nella trasparenza di un vetro
– dal basso –
vasca piena d’acqua,
che le fa da specchio,
mentre pettina i suoi capelli bagnati.
Nella stanza vedi tante persone
del tuo passato,
morte e vive.
Alla fine incontri lui
che ti pare tanto vero.

 

*

 

Occupavi la stanza preferita,
della mia mente.
Finirai con l’occuparne
lo sgabuzzino,
fra le mille cianfrusaglie
del mio passato.
Fra tappi di birra,
foglie secche, vecchie lettere d’amore,
e anche vecchie scarpe in disuso,
vecchi vestiti smessi
e gli ultimi giocattoli della mia infanzia,
sopravvissuti alla tempesta del tempo.

 

 

 

29 Ottobre 2018|