Ulisse n^ 21 – Anno 2018 – Saggi in versi, saggi poetici, lyrical essays: forme ibride e innesti nelle scritture contemporanee

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Ulisse n^ 21 – Anno 2018 – Saggi in versi, saggi poetici, lyrical essays: forme ibride e innesti nelle scritture contemporanee

Il numero XXI de L’Ulisse è dedicato, nella parte monografica, al tema Saggi in versi, saggi poetici, lyrical essays: forme ibride e innesti nelle scritture contemporanee. Abbiamo chiesto ad un nutrito gruppo di saggisti di indagare sulla rilevanza nelle scritture contemporanee, in particolare di poeti, di modalità poetico-saggistiche ibride quanto alla forma e al contenuto, che si muovano tra riflessione filosofica, memoir, critica d’arte, pamphlet politico, manifesto teorico, combinando variamente prosa, versi, immagini. Si tratta di un fenomeno che nell’ultimo decennio ha assunto sempre più peso, per certi versi incrociando le questioni dell’autofiction cui è stato dedicato il numero precedente, ma che merita di essere tematizzato autonomamente da un punto di vista critico e anche nell’ottica della teoria dei generi letterari. È vero, come sostengono alcuni, che queste forme di scritture – variamente denominate ‘saggio poetico’, ‘saggio in versi’, ‘poesia saggistica’, lyrical essay’, ‘non fiction creative essay’ – stanno venendo a costituire un genere o sottogenere autonomo? Quali sono, se vi sono, i tratti distintivi di queste scritture? Quali rapporti le legano ad altre forme più consolidate quali la tradizione del saggismo filosofico e letterario, la prosa poetica nelle sue varie forme, la prosa d’arte, il memoir? Quali autori si possono ritenere significativi in questo orizzonte? Tali questioni costituiscono lo sfondo di una vasta indagine, che fa interagire la tradizione del secondo novecento italiano con le scritture più recenti nel panorama italiano e internazionale.

La sezione SAGGI IN VERSI E SAGGI POETICI NEL SECONDO NOVECENTO apre il numero con un intervento di Gianluca Picconi sulla questione del ‘saggio in versi’, a partire dai testi apparsi su “il menabò” di Paolo Volponi, Francesco Leonetti, Pier Paolo Pasolini, ricostruendo la discussione in merito che ha coinvolto tra gli altri Elio Vittorini, Franco Fortini e Elio Pagliarani. Il lavoro di Pasolini è al centro dell’attenzione anche del contributo di Alessandro Cadoni, che riflette sulla forma del ‘saggio ideologico e poetico’ e la contaminazione totale di linguaggi nell’opera cinematografica dell’autore (“La rabbia”), e quindi del lavoro di Gabriele Fichera, in cui la poesia saggio di “Transumanar e organizzar” dedicata a “Il mondo salvato dai ragazzini” diventa l’occasione per un confronto con la prospettiva di Elsa Morante.  Ad Amelia Rosselli dedica invece la sua indagine Francesco Brancati, sulle tracce di una scrittura prosastico-saggistica che, tanto in “Spazi metrici” quanto nei “Primi scritti”, viola il patto con il lettore ed è usata per esplorare la componente biografica anziché in senso oggettivante. La stagione sperimentale della poesia italiana è quindi ripercorsa da Erminio Risso, che a partire da “Laborintus 20”, mostra come nell’itinerario di Edoardo Sanguineti, mouvendo da un progetto originario di prosimetro dantesco, e in funzione antilirica, la materia saggistica spinga il testo verso la prosa, prendendo la forma di ‘trattato in versi’. L’autoantologia “Nel fare poesia” di Antonio Porta è invece oggetto dell’analisi di Rodolfo Zucco, che ne indaga la forma macrotestuale ibrida di poesia e prosa, individuando i legami strutturali per cui i testi poetici si prolungano nei commenti, dando luogo ad una sorta un romanzo sui generis. Chiara Portesine individua quindi nel laboratorio di Emilio Villa una costante sincronicità e reversibilità tra scrittura poetica e saggistica, che fa saltare la classificazione per generi e rivela sostanziale continuità tipografica, sintattica e lessicale tra poesia e prosa critica. Chiude la sezione un intervento di Luca Mazzachiodi, sulla figura di Michele Ranchetti, prendendo in esame la sua scrittura saggistica e a tesi, sospesa tra storia e salvezza, tempo-ora e momento escatologico-apocalittico.

La sezione LA PROSA NELLA POESIA, curata e introdotta da Giuseppe Carrara e Laura Neri, si interroga quindi sulla funzione della prosa nel libro di poesia, con particolare attenzione all’importanza della forma del prosimetro, e nell’ottica di un progressivo venir meno di una rigida divisione tra i generi letterari. Apre la sezione Alberto Bertoni, che nella forma di un’intervista riflette sul fatto che la divisione tra poesia e prosa non è più definibile a priori, soffermandosi in particolare sul caso della presenza del prosimetro ne “La bufera” e quindi del rapporto di Eugenio Montale con la tradizione del poemetto in prosa. Paolo Giovannetti invece contribuisce al numero con una sorta di decalogo critico, in cui riflette sul doppio legame – un essere insieme dentro e fuori – che ‘post-poesia’ e ‘prosa in prosa’ intrattengono con la forma del verso da cui intenderebbero prender congedo. Al secondo novecento torna invece il saggio di Giulia Raboni, occupandosi di Vittorio Sereni e della funzione del prosimetro nella ristrutturazione del “Diario d’Algeria” nell’edizione del 1965, ove la rottura del diaframma prosa-poesia consentirebbe di liberare la dimensione lirica all’interno di un’impalcatura ragionativa e prosastica. Paolo Jachia, quindi, analizzando i poemetti in prosa “L’ordine e il disordine” e “Il comunismo” di Franco Fortini, mostra come prosa e poesia entro la dialettica figurale di questo autore siano termini contingui, tra i quali sussiste una differenza formale ma insieme una continuità ideologico-figurale.

La sezione LYRICAL ESSAYS E ALTRE FRONTIERE propone un’escursione sull’interazione tra saggio e poesia nel panorama internazionale contemporaneo. All’ibridismo tra modalità poetico-figurative e critico-riflessive nel lavoro di Durs Grünbein è dedicata l’indagine di Silvia Ruzzenenti, che indaga la nozione di ‘saggio poetico’ formulata dall’autore alla luce dell’idea di “figuratività universale” e nell’ottica del rapporto di identità e differenza tra filosofia e poesia. Federico Italiano, muovendo dall’intuizione di una affinità tra il saggio come esperimento e prova e l’eredità della lirica provenzale, ci offre un’incursione nella poesia europea contemporanea, presentando quattro autori mossi da ratio saggistica – Alice Oswald, Vincente Luis Mora, Jan Wagner, Sarah Howe. A Uwe Nettelbeck, uno dei più grandi stilisti di lingua tedesca nel contemporaneo, e ancora poco noto in Italia, si dedica invece Ulisse Dogà, offrendo un profilo della sua attività saggistica irregolare, basata sull’uso del montaggio e del collage critico. Eugenia Nicolaci interviene invece sul lavoro di Anne Carson, l’autrice sulla cui opera probabilmente John Dagata e Deborah Tall hanno modellato la nozione – di statuto teorico ancora alquanto incerto – di ‘lyrical essay’ – intesa come una scrittura di taglio nettamente soggettivo, una forma di meditazione idiosincratica che combini prosa e poesia privilegiando la frammentazione delle immagini. In “The Glass Essay” e in “Decreation”, in particolare, la forma saggio in Carson agirebbe a livello metalinguistico, sfruttando la natura complessa del saggio per dare ordine al discorso autobiografico dell’io e attivare la comunicazione tra esterno e interno. Chiude la sezione Giuseppe Carrara, analizzando due fortunate opere di Claudia Rankine (“Don’t Let Me Be Lonely” e “Citizen”) per cui la critica ha usato variamente le categorie di ‘lyrical essay’, ‘prose poetry’, ‘documentary poetry’: opere che metterebbero a tema la possibilità della lirica nel contesto sociale dell’America contemporanea, indagando la dialettica tra reificazione del soggetto nella società dei consumi e possibilità di dire io in poesia.

L’ultima sezione della parte monografica della rivista si occupa delle FORME IBRIDE E INNESTI NELLE SCRITTURE CONTEMPORANEE, analizzando il lavoro di autori attivi negli ultimi due decenni nel panorama italiano. Sul rapporto tra lirica e saggio in Antonella Anedda interviene Maria Borio, alla luce dell’ipotesi che vi sia una modalità specifica in cui poesia e saggio si ibriderebbero nella poesia lirica contemporanea, volta a ripensare l’io lirico in senso relazionale. Il lavoro di Anedda sarebbe in tal senso esemplare rispetto ad una rifunzionalizzazione della lirica, in cui la singolarità sia aperta alla pluralità, secondo modalità in cui combinazioni stilistiche, grafiche e di genere – per certi versi prossime a Carson – e il lavoro sulla forma libro, finirebbero per dare luogo a dei “testi quadro nel cui spazio si forma un pattern tra immagini, pensiero e lingua”. Dell’opera di saggista-poeta di Fabio Pusterla si occupa invece Davide Dalmas, mostrando come sia nelle sue opere in versi sia nell’ampia produzione saggistica dedicata alla poesia sia in altri ibridi quali “Quando Chiasso era in Irlanda”, questo autore lavori costantemente sulle forme della compresenza, sulla dialettica tra realtà contraddittorie, orchestrando una costante oscillazione tra memoria autobiografica, personal essay, autocommento, dichiarazione di poetica. Un’analisi di “Rosso Floyd” di Michele Mari e “Variazioni Reinach” di Filippo Tuena ci è offerta dal contributo di Roberto Gerace. A partire da una riflessione sulla sottodeterminazione teorica della nozione di ‘lyrical essay’, Gerace ritiene che forse l’aspetto tipico delle scritture che si muovono tra poesia e saggio sia una costante contenutistica, per cui la forma tipicamente frammentata di tali scritture sarebbe tipicamente legata al racconto di un trauma (nella forma di ‘impossible encouter’), che in ultima istanza farebbe capo ad un tentativo estremo di aprire la porta al sublime. “Materiali di un’identità” di Mario Benedetti è un altro importante esempio di scrittura ibrida, uno specimen di sogni, interviste, poesie, traduzioni, diari, note critiche, che Matilde Manara legge nel suo legame con la nozione di comunicazione di Georges Bataille, la cui spinta alla “dissoluzione del reale discorsivo” proseguirebbe nel modo in cui Benedetti mescola varie forme per far emergere i vuoti di significato ed esporre l’io alla sua caducità costitutiva. La scrittura “de-genere” di Franco Buffoni è presa in esame da Eleonora Pinzuti, che indaga il modo in cui il lavoro dell’autore sia progressivamente mosso oltre la codificazione ricevuta sia dei generi letterari sia delle convenzioni di genere delle identità soggettive, nello sforzo civilmente impegnato di sottrarre la scrittura alla sua normalizzazione sociale e di mostrare la complessità (e contraddittorietà) storica di tali costruzioni. Un confronto tra l’etica dell’alterità di Emmanuel Lévinas e l’opera poetica e saggistica di Umberto Fiori è il tema dell’intervento di Matteo Tasca, il quale mostra come l’opera di questo autore non sia fondata sull’opposizione tra poesia e prosa in termini stilistici e formali, ma piuttosto sull’opposizione tra comunicazione quotidiana e espressione autentica del soggetto – intesa quest’ultima quale espressione di una voce singolare e insieme di una forma di vita sociale, e segnata da una tensione etica di fronte alla presenza dell’estraneo. Antonio Loreto, sulla base di una premessa teorica in cui sostiene che, a proposito dei fenomeni ad oggetto di questo numero, anziché di ibridazione tra poesia e saggio occorrerebbe parlare di innesto nel corpo materiale della poesia di materiali saggistici – atto non generativo che rimane all’interno del genere di partenza pur trapiantandovi materiali altri – prende quindi in esame lavori di Michele Zaffarano in cui una prosa saggistica viene trapiantata in un’opera in versi. Chiara De Caprio e Bernardo De Luca offrono invece una analisi retorico-stilistica di “Senza paragone” di Gherardo Bortolotti, analizzandone l’instabile equilibrio tra sequenze narrative, descrittive e argomentative, e in particolare il modo in cui la dinamica tra variazione e ripetizione delle strutture tenda a suggerire nuclei argomentativo-saggistici parziali ed esposti al fallimento. Infine Lorenzo Marchese individua ne “La pura superficie” di Guido Mazzoni un movimento di slittamento da un piano espressivo all’altro, da una soggettività all’altra, secondo un effetto diffuso di traslazione in cui i testi in versi o in prosa sono accompagnati tipicamente da una voce saggistica in terza persona.

 

Chiudono il numero, come al solito, le due sezioni di Autori. Le LETTURE accolgono in questo numero scritture inedite di Ophelia Borghesan, Andrea De Alberti, Giusi Drago, Alessandra Greco, Eugenio Lucrezi e Marco De Gemmis, Julian Zhara. I TRADOTTI presentano una ricca scelta di traduzione d’autore: Gaio Valerio Catullo tradotto da Tommaso Di Dio, Durs Grünbein tradotto da Anna Maria Carpi, Jane Hirshfield tradotta da Paola Loreto, Vladimír Holan tradotto da Vlasta Fesslová e Marco Ceriani, Francis Ponge tradotto da Michele Zaffarano, Claudio Rodríguez tradotto da Pietro Taravacci, Jean-Charles Vegliante tradotto da Jean-Charles Vegliante.

Italo Testa

 

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10 Ott 2018|