Sulla strada per Ourika siamo come uccelli notturni
che si strappano le ali a vicenda, fino a quando
il becco affonda in un organo cieco per molti,
soprattutto per coloro che sono stati ciechi a lungo.

Così l’amore ci chiama. E da uccelli notturni
dobbiamo trasformarci in talpe e scavare cunicoli nel tempo
e, se necessario, saziarci di tenebre senza poter risalire
in superficie. E questo per ogni giorno. O per sempre.

O in cani che girano su se stessi un numero di volte
pari ai loro anni moltiplicato per le cagne in calore che hanno
posseduto e che ora, ubriachi, cercano di ricordare,
prima di trovare una posizione in cui dormire.

O in mariti puntuali che, all’ultima chiamata, zoppicando
si avvicinano al letto e posano la loro mano azzurrina
sull’inguine di una sposa sottomessa. “Per questo esisti,
per correggere all’infinito i miei errori”.

Per questo esiste un incubo chiamato Ourika dove, con i piedi
nell’acqua gelata, risalgo da sola il torrente, lasciandomi alle spalle
accampamenti di cicogne, passerelle per scheletri che scendono
dall’Atlante, muri di terra rossa, bambini annegati.

E un branco di pesci in guerra per alcune briciole di pane
lanciate in una vasca da una coppia di innamorati,
dall’occhio feroce di bambini annegati
che non smettono di chiedere, di chiedere, di chiedere.

foto: Carlos Duarte-Black angel