La silloge Abitare la traccia di Prestifilippo  rientra, a mio parere, in quella categoria di  versificazione “su tema”, tanto appare evidente il suo portato fondamentale, che, facendo riferimento al pensiero heideggeriano sulla morte, lo sviluppa attraverso i frammenti restituiti dalla memoria, cercando di risolvere in chiave letteraria l’impatto conseguente sulla pratica personale della materia linguistica.

         Accade così che l’Essere per la morte del filosofo tedesco,  sposandosi ad una necessità mentale, così come al senso ultimo dello scrivere,  abbia come “assurda” conseguenza la morte del padre, non in quanto essere fisico, ma come custode del passato, in contrapposizione all’infinito farsi del mondo costantemente proiettato verso la sua fine.

         E non tanto secondo un’esigenza freudiana, ma per una logica constatazione della solitudine individuale, della impossibilità di essere “con” l’Altro, di abitarlo pienamente, mentre è in vita.

         Ma poiché questo omicidio si sta consumando nei versi, ne consegue che bisogna anche eliminare i padri della letteratura, la tradizione, per sperimentare un modo diverso di nominare, per cui ciò che resta del “già nominato” è soltanto una traccia,

         Da qui anche la reiterazioni dei termini “luce” e “buio” usati quali quali indicatori del perpetuo fluire dalla vita alla morte,  in una direzione univoca, non invertibile.

         Una così severa, plumbea consapevolezza (Heidegger parlerebbe di angoscia, però, non di depressione) non nasconde comunque lo sfrigolio intimo del dolore  e la ricerca, talvolta intenerita, di dettagli, di “tracce” autobiografiche, come nel testo (pag. 27) in cui all’orizzonte grigio e duro (qui assunto come limite e presagio di morte, mentre gli “spilli nel pugno” simboleggiano probabili strumenti di tortura e di sanguinamento), fanno da contrappunto “le chiavi di casa” e, soprattutto, il gesto del padre che regge “il capo del  bambino/ nel mare chiarissimo dell’infanzia”.

         Anche la fede nelle parole (e quindi nella pratica della poesia) sembra oscillare fra una amarissima affermazione di in-utilità (“che cosa inutile sono le parole”, pag. 33) e il desiderio di “vincolarci alla vita/ e chiamare per nome ogni filo d’erba/ ed essere finalmente l’erba, l’orma/, il canto” come desiderio di sottrazione al nulla. Come del resto fa intuire anche la preghiera del testo conclusivo (pag. 56) “per farsi sottile e piccola,/ l’anima, ti prego, che scappi”.

         Che rapporto c’è, dunque, tra la vita che muore e l’arte/anima, se quest’ultima potrebbe fuggire al destino di morte? Se, insomma, la poesia sostituisce la Metafisica, tentando il salto oltre (meta) la natura delle cose?

La risposta appare evidente: la parola poetica costituisce il motore primario di un processo di liberazione, cosi che la morte simbolica del padre (e di quanto è stato) diventa concretamente la sola  possibilità di salvare una traccia per un tempo altro disabitato dalla morte.