Dopo quindici minuti di dialogo fra sé e le strade di Milano ci ritrovammo a pochi metri dalla Palazzina Liberty, perfettamente parcheggiati. Invidio da sempre la capacità di alcuni colleghi di lavoro, nativi e residenti milanesi, di orientarsi-perdendosi tra le strade della loro città. Quella volta in particolare dovevamo raggiungere Largo Marinai D’Italia per un concerto e questo mio caro amico e collega di lavoro, recuperato in zona Brenta, cominciò dopo un paio di traverse a perdersi e, contemporaneamente, ad accedere ad uno stato di concentrazione peculiare. É probabile che nella mente dei Milanesi che hanno vissuto la città esplorandola vi sia una mappatura costruita su una geografia di angoli, di svolte, di porzioni di monumenti, di facce, di negozi, di una dinamica speciale con cui il semaforo passa dal rosso al verde e viceversa. Io sono nato e cresciuto nella bassa lodigiana e vedere un milanese all’opera ha rappresentato per me e per molti miei coetanei il vero esotismo metropolitano. Non è un talento che si può nutrire attraverso la pratica; anche se ho passato molti anni tra le strade di Milano, ancora oggi – soprattutto oggi che l’apatia mentale fornita dai navigatori è diffusa e annichilente –  so orientarmi per la metropoli lombarda solo attraverso una sfuocata mappatura delle metropolitane.

Di fatto la conformazione geografica tipica della bassa consiste esattamente nel contrario della disposizione della città; nel lodigiano civico lo spazio è divaricato e tendente al nulla urbanistico. Un lungo sentiero d’asfalto si snoda da Tavazzano a Piacenza, diramandosi in migliaia di piccole strade che giungono ai paesi; questo fiume nero è la via Emilia. Un lodigiano oriundo come me ha nella mente una mappatura della propria zona (non parliamo di città poiché né Lodi né tanto meno il complesso di paesi che la circondano sono definibili come tali) come di una mare verde solcato da microscopiche isole urbane raggiungibili percorrendo i piccoli rami che dalla via Emilia entrano nel cuore della pianura. Letteralmente impossibile perdersi, tantomeno con la vocazione del flâneur. Un altro desiderio dell’abitante isolato nel paesaggio è quello di poter “vagare” e sembra indiscutibile che questo “gentiluomo che vaga oziosamente per le vie cittadine, senza fretta, sperimentando e provando emozioni nell’osservare il paesaggio” necessiti di una città, di una storia da contemplare, di un paesaggio umano con il quale interagire silenziosamente: “Il flâneur non può che vivere in mezzo alla folla anonima urbana pur sentendosene diverso. In essa egli trova allo stesso tempo contaminazione e presuntuoso distacco. Il suo è un vivere sulla soglia tra pubblico e privato, di chi osserva ed è osservato. Il flâneur è perennemente incuriosito dall’altro, è attratto dell’ignoto, ma così facendo si mette alla prova, osa e rischia. (Giampaolo Nuvolati)”.

Maurizio Cucchi, inizialmente con “Viaggiatore di città” (LietoColle 2004), e successivamente con “La traversata di Milano” (Mondadori 2007), sa incarnare alla perfezione la tendenza di questo vagare baudelairiano: ““Io, comunque, decido di cambiare rotta e deviare, nonostante gli altri bei palazzi del corso, in uno dei quali, il Palazzo Bovara, abitò il giovanissimo Stendhal. Dopotutto, che flâneur sarei se seguissi un itinerario obbligato?”

Lo stesso Cucchi afferma: “Milano è sempre stato il mio habitat, ma se da giovane neanche me ne accorgevo, e in fondo non provavo per la città nessun particolare sentimento, oggi do maggior valore a origini e radici, e dunque, restando il mio habitat perché così è sempre stato, Milano è per me il luogo che mi corrisponde, forse perché ognuno porta in sé qualcosa o molto del proprio territorio, che ne abbia consapevolezza o meno, che lo accetti o cerchi di rifiutarlo. Io l’ho accettato tranquillamente. Anzi, passando il tempo persino con amore e gratitudine.”

Alberto Bertoni definisce questa attitudine in modo deciso, chiamando in appello una porzione importante dell’opera poetica di Maurizio Cucchi : “Nel suo insieme e nella sua consistenza intonativa, metrica, linguistica e strutturale, l’opera in versi di Maurizio Cucchi alterna di fase in fase, di situazione in situazione, dominanti oggettive e oniriche, dialogiche e psichiche, drammatiche e descrittive, amniotiche e icastiche, ironiche e patetiche, liriche e narrative. A concertare queste variazioni talvolta radicali e però mai rigidamente giustapposte, bensì consegnate al fluire armonico delle poesie entro i macrotesti che le organizzano, sono le figure interdipendenti di un flâneur tutto contemporaneo (e milanese anziché parigino, se si assume ad archetipo il flâneur di Baudelaire, fino alla summa in prosa di questo destino: La traversata di Milano, 2007”.

Il viaggiatore che ci propone il Cucchi narrante si concretizza sempre nella figura di un uomo “emozionale” e quindi alternativamente meravigliato, commosso e indignato; non è un pretesto didascalico a muoverne i passi ma una curiosità passionale, il desiderio di appropriarsi di una storia sociale ed artistica. Tuttavia Cucchi ci regala altresì descrizioni e approfondimenti tecnici scientemente articolati: “[…] il Cristo fisicamente affranto dell’Ecce Homo di Gaudenzio Ferrari, e che straordinaria visione, nella Sagrestia bramantesca, la decorazione degli armadi, dove vivissima e prodigiosamente elementare ci appare la creazione di Adamo… Bramante ancora, appunto, dal cui chiostro, delicato come sempre i chiostri, possiamo di nuovo ammirare la stupenda maestà del tiburio, e quell’insieme, così articolato eppure amalgamato, di forme e misure geometriche diverse…”.

L’io disperso a cui accenna Stefano Giovanardi([…] il “personaggio che domina la scena, figura delegata dell’io di chiara origine narrativa, si rivela privo, per ammissione dello stesso Cucchi, di “un’identità definita”) nelle pagine della traversata e in quelle del viaggiatore, è a mio parere, ricomposto e narrante una storia che non riguarda esclusivamente la città ma il complesso emotivo che lega un luogo fisico alla storia del soggetto e quindi alla sua crescita psichica. Siamo quindi nel luogo della condivisione del sapere e del sentire, e in questa accezione l’io errabondo, la figura isolata, l’artista in grado di incarnare, quasi come un archetipo, lo spirito errabondo, “moderno” e metropolitano del poeta, esule, nell’epoca della società borghese capitalistica, si eclissa parzialmente per dare voce ad un temperamento nuovo, che si definisce nel desiderio di comunicare all’altro la gioia di un sapere. Così comincia il viaggio nella Milano di Maurizio Cucchi e potremmo azzardarci a definire come nuovo inizio ogni esperienza errabonda di cui il poeta ci rende partecipi. E’ l’esperienza emotiva che costituisce il tracciato sul quale Cucchi si muove. Non è esplicitato un progetto altresì sono evidenti una serie di occasioni veicolate dalla memoria e dal sentimento, come nel caso del lungo elenco di scrittori ed artisti milanesi, alcuni dei quali amici carissimi di Cucchi, descritti a volte con un piglio malinconico e tenero: “Vittorio Sereni – grande uomo, grande poeta, grande innamorato della vita – abitava non lontano dallo stadio di San Siro. E lo ricorda anche in una poesia che conclude il suo quarto e ultimo libro, e che in qualche modo può dunque essere considerata come la sua ultima. Si intitola Altro compleanno e possiede tutta l’energia morale del suo autore. Certo, parrebbe dirsi, si compie un altro giro d’anno, e non è che la vita si faccia più lunga e più verde. Eppure, «passiamola questa soglia una volta di più». Ogni volta che la leggo mi viene un groppo in gola. Anche perché Sereni non ebbe modo di passarla molte altre volte, quella soglia, e non arrivò neanche a passare quella dei settant’anni. Ma forse è stato meglio così… Come immaginarsi, infatti, un Sereni uomo anziano?”.

Una città esplorata partendo da un nucleo esperienziale, dove la memoria emotiva traccia percorsi occasionali, non può essere caratterizzata da un tempo contingentato al passato; il rischio è quello di paralizzarsi in una posa malinconica. Cucchi reagisce a questo, in molte occasioni si fa portavoce di una critica aspra nei confronti di un tessuto sociale disgregato e di una città diventata anonima e faticosa. Nella descrizione di molti luoghi “risanificati” emerge sia l’amarezza per un passato che si vuole polverizzare sia la consapevolezza che questo procedere per cancellazione restituisce solo un vuoto incolmabile: “Quando ci sono arrivato, bambino silenzioso e timido, nella primavera del 1952, la Bovisa era ancora la periferia industriale per eccellenza della città di Milano. Voglio dire all’interno del territorio comunale, perché all’esterno c’era Sesto San Giovanni, che in misura ben più imponente, e se vogliamo eroica, ha subito le nette trasformazioni di fine Novecento. […]Alla Bovisa c’erano le fabbriche, le tute degli operai, un’atmosfera al tempo stesso umanissima e pesante, anonima e piena di speranza. Strane vicende quelle della Bovisa, quartiere a nord di Milano, vicino ad altri antichi borghi come Affori, e poi Dergano, o come Villapizzone.[…]Oggi, o meglio da qualche decennio, le fabbriche sono diventate desolato campo di rovine, archeologia industriale, come si dice; suggestiva, naturalmente, ma anche luogo e simbolo di abbandono, di oblio e di passato irrevocabile, di morte. Il cittadino che si trova a passarci dopo una lunga assenza rimane regolarmente stupito e molto colpito dal cambiamento. Mi è capitato di parlarne in una poesia dei primi anni Novanta, quando per caso e per nostalgia bizzarra ci ero tornato.

L’uomo della Bovisa non poteva immaginare

che il suo avvenire così presto,

sarebbe diventato preistoria.

Torna e rimugina quei nomi: la Società Smeriglio

l’Officina del Gas e scopre come un monumento

la torre di mattoni altissima,

dove di dentro gli operai si arrampicavano.

In un oblio forse sognante quei diroccamenti

e le navate al sole o nella palta,

gli immensi alberi strani contro il cielo,

gli insegnano la muta dignità delle rovine.

Fabio Prestifilippo