Durante l’organizzazione della puntata di Residenze Poetiche, il termine “compatto” è sembrato uno dei più appropriati per definire il libro di Giovanna Sicari. Non ero certo di aver capito a cosa si riferisse Giancarlo Pontiggia e in ogni caso non si è trattato di una prima volta: altre volte mi sono scontrato con aggettivi simili ( solido, denso, fitto), spesso utilizzati dalla critica letteraria. Ho deciso per tanto di concentrarmi sulla compattezza, come possibile caratteristica di un libro di poesia, per liberarmi da questa perplessità e soprattutto per comprendere come si declina un aggettivo che nella norma lessicale utilizzeremmo per definire un ente fisico. Ovviamente l’intento non è quello di sviscerare il senso della compattezza a cui generosamente si faceva riferimento ma provare a interrogare il desiderio di un altro lettore e la sua parola. Viene immediatamente a soccorrermi l’omaggio che Pontiggia fa in esergo all’opera nel quale afferma: “In questa città di rovine e di sgretolamenti, di relitti alla deriva, dove tutto affonda a poco a poco, e i tempi si intersecano in un unico nodo di passati e di futuri, di imperfetti elegiaci e di presenti assoluti, quasi sospesi in un’ansa ultima della vita, tutto sembra caricarsi all’improvviso di un senso nuovo”.

Il ricordo e la percezione del presente vengono interrogati nello stesso periodo:”La notte romana getta nell’acqua della madre dopo le madri/ma la cosa è ugualmente fragile e orfana[…] e la ragazza con sandali ferma il tempo /sull’agenda stracciata[…]”, “Come sarà/cosa respira, chi si fa grande in questo/rimpianto dei cieli non vissuti/quando pure tutto era una promessa/ e non c’erano viaggi”.

Sembra impossibile, giunti alla vigilia di tutto riferirsi ad un tempo verbale che coordini lo spazio; il punto di osservazione diventa per necessità il “tutto della vita”: “Dove siamo? Dove finisce, dove accelera il tempo? Quello dei /vecchi o quello dei morti?” La presenza così perentoria della vita che si protende e allo stesso tempo si chiude rende quest’opera capace di percorrere dimensioni inaspettate, che ci fanno perdere la certezza della direzione che il tempo prende nel corso di un’esistenza.

Chiamare a raccolta le cose (dargli un nome che tenga nel proprio paesaggio e farle interagite in un tempo dove Roma scompare) può voler significare il desiderio di sapere che sono esistite e che continueranno ad esistere anche dopo, nel tempo di un oltre la vigilia quando: “Roma dell’eterna vigilia spariva/nella sua foto di festa”.

Così nasce una storia che alterna urgenze visionarie a momenti di lucidità estrema, di resa dei conti, come nella poesia VI, dove una serie di liti famigliari è il pretesto a uno svelamento, dove la foga della chiamata alle cose lascia spazio alla consapevolezza, all’immagine che nasce dall’attimo cristallizzato. Credo valga la pena di leggerla interamente:

Non avevo tempo non avevo odori
il bambino lo guardavo di nascosto, dopo infiniti litigi
ancora la stazione centrale
io che sbiadivo sempre, riassetto, rovino raduno giovanotti
leggeri, nel fuoco pezzetti di gloria
verso me divisa, stremata. Quali argomenti scriverai sul primo
tema di scuola? – Bambino, bambino felice cosa dirai?

Allora in cosa consiste la compattezza se il tentativo di raccogliere la vita, giunti alla vigilia, di chiamare in appello gli eventi che l’hanno intrappolata nello spazio oscillante tra ricordo e visione, di immaginare in cosa potrebbe trasformarsi, di definire il ruolo dell’altro (quanto gli abbiamo concesso e come immaginiamo di accoglierlo domani) è destinato a trasformarsi in un pulviscolo di immagini?

La compattezza è nella scrittura, è nella capacità di trattare la parola poetica come strumento in grado di tracciare i confini di un luogo dove far accadere le cose, dove creare il presupposto perché avvenga l’evento linguistico che genera un’esperienza estetica: “Tutto in quella casa affonda/ a poco a poco rivedo i fratelli nati alla stessa ora o forse morti o partiti o cresciuti/ in una bolla/ non hanno rischiato la vita,/non si sono feriti nella campagna, ora li vorrei/qui all’ingresso della villa, in un soffitto di panno/con lo stesso cielo d’amore”.

Da qui l’importanza del progetto “La Gialla della Memoria”, frutto della collaborazione tra LietoColle e pordenonelegge, che principia con la ristampa di “Roma della Vigilia” e che si propone di recuperare le tracce di un Novecento letterario altrimenti perduto attraverso la riedizione di sillogi altrimenti perdute, per introvabilità o per la loro condizione inedita, meritevoli di vasta attenzione. Un modo che, per chi ha conosciuto gli autori che partecipano e parteciperanno a La Gialla della Memoria costituisce occasione per tornare “a un proprio tempo nel tempo dell’altro”, nel recupero di un sé specchiato nei versi di chi ha scritto e letto prima di loro.(1)

(1) Michelangelo Camelliti(LietoColle) e Gian Mario Villalta (poerdenonelegge)