La poesia di Giovanna Sicari, autrice di cui LietoColle ristampa ora questo prezioso libriccino “Roma della vigilia” nella neonata collana “Gialla della memoria” in collaborazione con Pordenonelegge, si situa in un periodo breve e quanto mai intenso della storia recente della poesia italiana. Si dovrebbe, per dare atto di quel clima culturale e capire il contesto in cui ha origine la poesia dell’autrice, allargare il discorso e far luce sulla febbricitante attività che ruotava attorno alla rivista “Arsenale”, quel vivacissimo laboratorio letterario fondato da Gianfranco Palmery nel 1984, di cui Giovanna Sicari è stata una delle redattrici più attive. La poesia infatti, come ricorda Nancy Watkins in un’intervista rilasciata a Enrico Pusoni “era il cuore di Arsenale” e la rivista si proponeva di “rivendicare alla poesia quella funzione conoscitiva da cui sembra ormai essere stata esautorata. Una funzione conoscitiva che si attua attraverso quei mezzi che le sono propri: l’immagine, la metafora, l’analogia, la stessa rima… I quali sono, è noto, i più antichi, e non per questo decaduti e inservibili, mezzi di conoscenza.”(1)

Ricordare quell’esperienza allora non è solo un dettaglio di cronaca letteraria, ma è utile soprattutto per capire come si forma la poetica della Sicari, maturata all’interno di quel contesto vivace fatto di incontri tra artisti e scrittori, fino a trovare una prima ma già definita connotazione nell’esordio letterario dell’autrice con il libro “Decisioni” del 1986.

Venendo a “Roma della vigilia”, pubblicato in prima edizione nel 1999 e quindi in una fase più avanzata della sua scrittura, vediamo come l’autrice faccia i conti con il tema della memoria. Essa non è qui fonte di un ripiegamento passatista ma, al contrario, la memoria dei luoghi e degli eventi è riorganizzata in un continuum di passato, presente e futuro. Vengono così messi in collegamento epoche e ricordi, attualizzati per interrogare il presente e aprire spazi a nuove possibilità di esistenza e di sopravvivenza. Ed è forse questo, il significato del termine vigilia che troviamo nel titolo di questo libro. Roma è qui colta come città in perenne attesa di qualcosa che deve venire; una possibilità da cogliere e già rintracciabile nella sua storia popolare e marginale più che nella pomposa agiografia della città eterna.

Ed è forse per questo allora che la poesia della Sicari si sofferma sul dettaglio minimo, comune “i giorni caldi gravi di via Merulana”, “la ragazza con sandali”, i “Pochi resti in una ciotola in via Giolitti / un assedio di mosche intorno a un brusco cappio”. Così come comuni e di popolare ordinarietà sono i gesti immortalati in queste poesie, come quello della già citata “ragazza con sandali” che “ferma il tempo / sull’agenda stracciata”, gli “infiniti litigi / ancora alla stazione centrale”. E comuni infine sono le presenze umane e animali di queste pagine: “i piccioni che beccano esattamente in ogni luogo / chiese e colonne”, “i derelitti”, “il bambino cinese, Ahmed / o Mustafà” che raccolgono “fiori e fortuna”, “le facce da periferia”.

C’è in questo amore per la dimensione popolare una forte affinità con le poesie ad ambientazione romana di Pasolini, poeta amatissimo da Giovanna Sicari, e con le esplorazioni poetiche della vita del sottoproletariato che hanno reso celebre l’opera del poeta di Casarsa.

E tuttavia qualcosa resiste alla poesia della quotidianità popolare e segna uno scarto deciso. Il linguaggio che Giovanna Sicari utilizza punta infatti in tutt’altra direzione e crea quegli intrecci di “biografia e leggenda, cronaca e fiaba, vicende familiari e visioni cosmiche” di cui scrive Milo De Angelis nella sua postfazione a questo libro. Le immagini, sempre vive, potenti, si rincorrono, come in questo passaggio: “un assedio di mosche intorno a un brusco cappio / e poi polvere nera e vele, / ci passi con la paura in gola / passo dopo passo scansando il bus in corsa, / e poi in mezzo nulla di cartomanti e / zero apocalisse”. L’andamento paratattico della versificazione, che oscilla tra il realistico e l’onirico, sembra congelare il tempo nell’osservazione, consentendo l’incontro, quasi un’epifania, con il passato e rendendo possibile la sua irruzione nel presente; così che “fra la politica e la scienza appare / la compagna di classe col viso / di bambina truccata alla fermata di ottobre”.

E lo stesso procedimento lo vediamo nella splendida poesia di chiusura del libro dove ritroviamo ancora la versificazione rallentata dalle ripetizioni, le immagini che oscillano tra realtà e sogno, e che rendono possibile richiamare i propri cari e riscattarne il destino:

Vorrei avvolta in un mantello non fingere
mai e poter pregare, chiamare
– mamma! – mamma incisa e designata,
mamma del ricordo come fosse lei sola a guarire
le ferite mentre fuori tutto è fermo e pioviggina
ed è inverno, è inverno a Monteverde dietro i vetri
nulla fa male, soltanto un sogno non importa cosa;
ho tredici anni e piango per nulla con vero dolore
ma dentro in un attimo divampa la gioia.
Tutto in quella casa affonda
a poco a poco rivedo i fratelli nati alla stessa ora
o forse morti o partiti o cresciuti
in una bolla, non hanno rischiato la vita,
non si sono feriti nella campagna, ora li vorrei
qui all’ingresso della villa, in un soffitto di panno
con lo stesso cielo d’amore.

Già da questi brevi accenni si capisce la forza della poesia di Giovanna Sicari, una forza sostenuta da un linguaggio affilato e da un vivissimo immaginario. Una forza che tuttavia non è stata accolta, passando, come quella di molti altri meritori poeti, sottotraccia e relegata alla marginalità letteraria.

L’importanza di questa riedizione è allora proprio quella di dare spazio a questa poesia, sottolineandone l’importanza e, si spera, generando quella curiosità che dovrebbe animare lettori ed editori di poesia, spingendoli ad andare in cerca, proprio in quei margini, di poeti da rileggere e riproporre; rimodulando così i confini, spesso labili, tra margine e centro del canone, ancora tutto da fissare, della contemporaneità letteraria.