Traduzione di Samantha Volponi

Della poetessa, traduttrice e docente di Slavistica Lela Zečković, moglie e poi vedova del poeta nederlandese Hans Faverey, era apparsa, mentre era ancora in vita, solo una raccolta di poesie.
L’aspetto ironico è che ora la raccolta del lavoro della Zečković, una piccola opera, La porcellana tace (Het porselein zwijgt), 2020, è stata resa disponibile in un’edizione bilingue dalla casa editrice italiana LietoColle, grazie anche all’entusiasmo della traduttrice Patrizia Filia. Il libro comprende quell’unica raccolta apparsa in vita e alcune poesie e racconti che erano stati pubblicati su riviste, e che insieme vanno ora a formare una raccolta completa.

La Zečković è una poetessa ‘poco appariscente’ (attenzione ai ‘poeti poco appariscenti’), parla con tono pacato osservando la vita di ogni giorno, ma sono presenti anche lampi di presa di coscienza, immagini intuitive (come la luce del sole che di colpo cade sul tavolo e attraverso il colore rende comprensibili le cose e il mondo), momenti che vanno oltre il momento – la poetessa non poetizza la vita ma la rende consapevole – la distanza tra il conservare le cose e il difenderle, fa parte del comportamento umano (non il collegamento). Prendiamo una poesia come ‘Tempo partorisce rose’, una variante, forse, di ‘il tempo porta consiglio’, ma anche di ‘la calma dopo la tempesta’, come a dire, poi andrà tutto meglio. La prima strofa viene presentata in maniera noncurante, non ci sono termini spettacolari o costruzioni di frasi ricercate, si parla di qualcosa eppure ci viene comunicato
qualcosa di insolito (‘È innaturale che non mi sia resa conto’), la doppia negazione rende la comprensione sempre complessa: si tratta di un incidente avvenuto, però distante e la distanza tra l’io e lo spazio lassù, tra il pomeriggio, qui ed ora, e l’aereo è enorme e adesso è come se fossimo finiti nel dipinto ‘La caduta di Icaro’ di Breugel, l’aereo come Icaro e l’io come il contadino intento ad arare o il pastore che ha volto le spalle a ciò che sta accadendo:

È innaturale che non mi sia resa conto
che fosse pomeriggio e che un aereo
con la bianca scia levata in alto
di colpo avesse compiuto una gran volta
e fosse precipitato

Nel progredire della poesia, quell’aereo viene abbandonato, come se non fosse precipitato, come se non ci fosse stata nessuna caduta, la discesa è un’illusione ottica. L’attenzione adesso va alla luce, e abbiamo un contrasto: la luce naturale si smorza, la luce artificiale si accende, da notare il moto rosa-smorzarsi-accendersi:

La luce è rosa, si smorza
le luci della sera si accendono.

La terza strofa è il pensiero che unisce la prima e la seconda strofa; anche la ‘bianca scia’ della prima strofa è ‘luce’: è artefatta (non è naturale), crea contrasto (si staglia contro l’azzurro del cielo) e ci rende consapevoli:

Il meglio in tutto ciò che accade
è la mano umana che la luce
accende e spegne,
mette su carta una frase,
tocca e sgualcisce

i guanti italiani di capretto glacé,
e rimane nonostante tutto

a respirare dai pori,
persino posata noncurante
sul ripiano del tavolo.

Ora quel movimento viene protratto nella poesia: le mani diventano guanti (italiani, l’eleganza e la qualità sottolineate in questo modo, ‘guanti glacé’, accuratamente descritti, fatti di pelle fine, morbida e ‘lucida‘) dai quali i pori continuano a traspirare – è la mano che, nonostante sia nascosta
dai guanti, respira e rimane presente (nei guanti). L’immagine dell’aereo che lascia una scia dietro di sé ritorna: la mano lascia una traccia nel guanto, non solo c’è la forma, ma anche il movimento; il togliersi il guanto non è la fine né di una cosa né dell’altra perché entrambe rimangono unite. Ciò che viene descritto si attua nella poesia: il movimento della mano forma una frase e noi leggiamo la frase anche dopo la morte della poetessa, che non muore.

Il noncurante e dettagliato ‘sul ripiano del tavolo’ rende l’ultima strofa ‘esatta’: nella conclusione non può venirci proposta un’idea ‘generale’, ‘astratta’; la concretezza delle cose dice abbastanza. Quei guanti non rimarranno posati: c’è un futuro. Il movimento della poesia, le mani che fanno qualcosa, ha un pendant nel titolo: il tempo è movimento e le rose promettono un futuro roseo. Si trattava più di ‘stropicciamento’ – catastrofico, inospitale, minaccioso – ma comunque dell’avere un approccio noncurante (non appariscente) col pericolo e col male, col lasciare andare – e il continuare.