tra un fiore colto e l’altro donato

l’inesprimibile nulla ” (G. Ungaretti)

Nel dissipare l’antico nomen consequentia rerum, agonico in Alcyone, la parola ermetica, scrollato anche il senso naturalistico ineludibile al Canto lo modifica, nel ‘900, da stile nominale ad espressione verbale eludendo così il calibrato nesso descrittivo alla funzione prosodica: al modus dell’oggetto lirico preconfezionato semantico. Simile nei fonemi gemmati al nuovo segno linguistico, l’Allegria, costella dunque un nóstos orientato, in afasia, a schivare tramite il nuovo paradigma iconico l’enunciato simultaneo o il naufragio al pleonastico fin de siècle. Accordato glittico ma soffuso alla psiche nel turbine materico privo del rituale involucro mimetico, augenblick ad affusolare ora l’eclissi alle idilliche accademie; nelle pozzanghere delle parole belle come la gonna di Henrika,

Henrika avait une jupe de coton à carreau blanc et brun, qui a dû être portée au siècle dernier, un bonnet à rubans, et un foulard de soie. C’était bien plus triste qu’un deuil. Nous faisions un tour dans la banlieue. Le temps était couvert, et ce vent du Sud excitait toutes les vilaines odeurs des jardins ravagés et des prés desséchés” (Arthur Rimbaud, Hrnrika)

Ungaretti, confuta quindi quel vetusto registro di tassonomie preziose e, nel tempo sospeso del versus, acustico al denso significante timbra, equivalente all’umile vintage di Henrika quadrettato innocente, l’esergo prillo dove “gli abissi umani sono perlustrabili” (Doestoevskij). Icastico nelle proprie creaturali faville oramai logore al nobile maglio, il poeta, infatti, scinde l’effigie dal verso e, fugace nell’affine divisionismo di Umberto Boccioni risonante d’eco, oppure nel sortilegio del verosimile muliebre propizio all’epifania lucente, sbriciola espressivi i tratti distintivi “ai tagli/mobili/dell’ombra” dove, floreale, la donna elianto inchiostrata dai poeti laureati, dismette il cromatismo bizantino e diviene immagine, indigente alla parola. Pauperistico nel sacrale primitivismo frantumato adesso in Allegria di Naufragi, nel miraggio della bellezza originata acerba alla folgorazione lirica “in veli/varianti/d’azzzu’oro/alga” o sul tratto dissonante del fraseggio diacritico all’ente pietrificato nello spessore dei quanta variabili a evocare valori plastici allora coevi tra pigmenti tattili di Giotto e Masaccio, distonico d’intervallo scatologico, il dittico, spazia così l’assoluto microscopico “di perfetta lucidità” zenitale: poliedrico tuttora al simbolo ma nel paragone frantumato dalle Avanguardie. Scevra al decorativismo patinato aulico o crepuscolare, tuttavia ricomposta in corolla di tenebre puntillista o in ipallage strofica sull’orlo dell’astrazione in vortici penchant; sbilanciata in parallasse dal soggetto disorientato, la Vita d’un uomo; nel cronotopo pulviscolare dell’esistenza zephyr di percezione sensoriale – “À tout asservie,/Par délicatesse/J’ai perdu ma vie” (Arthur Rimbaud) – coesa proprio nella ieratica radice dei topoi simbolisti dove il codice iconografico provenzale abrasa le Illuminazioni catastrofiche al secolo breve, stratifica la scrittura iconica all’Angelus Novus di Paul Klee, vorticoso di medesimo abisso. Complementare nell’entelechia fenomenica della pietas virgiliana – “con la sua bocca/digrignata/volta al plenilunio – sviluppata sul pentagramma del logos filigranato d’introflesso spleen a embricare – “balaustrata di brezza/per appoggiare stasera/la mia malinconia” – l’anima esilica nell’ekphrasis vissuta conflittuale en abyme; tra la vertigine delle doline traslate e il ductus del dramma bellico, Ungà, in aporia indugiante di sguardo, tra manufatti rugosi, gouache e collage sforbiciati in ossimoro col modello liberty; lenticolare nello sbriciolarsi del mosaico artistico recente al XX secolo, scontorna i lacerti del frammentismo letterario e, in nuce amniotica di parola da lui pronunciata materna emerge, dal granuloso silenzio, la cesura epistemica al nostro moderno intelletto. Persuasa all’horror vacui di Mallarmé in relazione con la pagina bianca come miraggio da colmare in direzione della terra promessa; spezzata la retorica naturalistica satura di denotativo significato, come nei dipinti istantanei di Cézanne molecolari d’implosa scrittura nella luce diagonale al figurativo, la sua poetica sillaba dunque il Moderno bouquet interagito materico nell’adottare freschi i fiori negativi del metropolitano annoiato Flâneur. Smarrita alla dimora dell’Occidente, ricomposta in dissonanza strofica asimmetrica al lessico, la sua scrittura, dunque, atonale ai piani sequenza espressi eidetici da Igor Stravinskij nell’identico sintagma, svolge tematica la Krisis armonica al vacuo ‘900 e, rassomigliante nichilista, la congiunge con la simultanea sinestesia dei sensi, sospesi allora nell’onusta descrizione rettorica, decadente tra foreste di simboli:

Un port retentissant où mon âme peut boire

A grands flots le parfum, le son et la couleur ;

Où les vaisseaux, glissant dans l’or et dans la moire »

( Charles Baudelaire, La chevelure )

Orchestrato iconico – “Picchi di tacchi picchi di mani/ e il clarino ghirigori striduli – ed espanso aritmico all’iride, quindi, il metronomo, avant-garde ispirato quantitativo ai fonemi graffiati minimi oltre il correlativo oggettivo e l’univoco senso, dittico, tra l’Allegria e il Sentimento in shifters occasionali, definisce l’emergere iterativo del simbolo convertito olistico al cronotopo reale come zona d’ombra affiorante a ordinare il libro d’ore che, dall’anticlimax o dal grado zero intrinseco all’arido Carso; dal hic et nunc biografico, onomatopeico emerge ora a dissolvere il rimescolio vissuto sulla Senna dove, – “perso in questa curva malinconica” – estraneo ormai alla rêverie del nocchiero Palinuro ma in suffecta Persona lirica, “dal numero 5 della rue des Carmes/appassito vicolo in discesa” sostanzia il segno cristologico all’esser-ci,

Si chiamava

Moammed Sceab

Discendente

di emiri di nomadi

suicida

perché non aveva più

Patria

Ungaretti dissipata l’aura innocente, intuita “in veli/varianti/d’azzur’oro ” o nei frammenti microcosmici sperimentali allo spazio letterario approda, infatti, nel Sentimento del tempo, oltre la soglia del visibile, a delimitare il luogo dell’antico melos italiano dove, concepito chiaro l’universo scritturale, organizza forme armoniche d’alberi e siepi razionali solide e lucenti nel disegno. Abolita la linea retta cubo-futurista posta ad ostracizzare la topologia pittoresca al Wanderer visionario e fulgido nel suo zeitgeist; trasumanata così la prosodia nella contingente luce vacua al barocco romano proprio nell’incurvata materia guarita ai brandelli pauperistici, il poeta, trama quindi chiaroscurale al policromo, il sublime parametro della versificazione mutata sciolta dal gusto accademico e, intermedia, la incardina melodica alla comprensione degli estremi. Infatti, la deissi logica del Sentimento, sul discrimine della pulsione e in béance emotiva col Soggetto incommensurabile del ‘900 accentua la Vanitas secentista e, introflessa, nella eco toscana dalla sua lallazione materna – “M’illumino/d’immenso” – scava, liminare d’inconscio, la tensione sintattica tesa a figurare volumetrica la “docile fibra” con l’euristica ricerca dell’ermetismo fiorentino dialettico (nell’atmosfera degli anni ’30) all’erat verbum.. Mirata sull’orizzonte universale di un alfabeto teleologico, ma scevra dallo stile sfavillante, floreale, in patina dorata al bidimensionale androgino, (viceversa latente ma funerea nei sistemi totalitari legati al disfacimento storico), la durata temporale, bergsoniana al testo e empatica al trascendente, trapassa così il canovaccio lacero al significato funzionale e, nei tagli barocchi, filtra concreta l’astrazione stilistica alla cognitiva scrittura, nel dipanarsi elicoidale dell’imagerie. Limpida d’archetipo liturgico, già antropomorfico nella sorgente battesimale del sasso-ossa espresso tattile sul nihil del Carso alla eucaristia del divino divenuto sacrificale nel – “Cristo, pensoso palpito/Astro incarnato nell’umana tenebre“– o nell’inchino de I Fiumi a confluire cosmici nel destino di Enea risalente alla fonte del Tevere; nel rituale delle Canefore attiche – “belle brune/vestite d’acqua” – tracciate esotiche ma fittili di carole classiche nei dettagli ontologici radicati all’Occidente greco-latino, alessandrino nell’adolescenza, la versificazione, stilla così (tra Foscolo e Canova) il guizzo balenante del creato e, nel chiasmo del Tempo, segna la partitura vocalica delle cose volte nell’istante “levigato da fioca febbre”, o del simbolo sfilacciato nel “visibile parlare” (Purgatorio, XI). Il Sentimento destato infatti lucido il dormiveglia dei brumisti di Carlo Carrà, correla in oggetto seriale la vertigine annichilita del Naufrago e, nell’ordine canonico tessuto melodico col monolinguismo del Petrarca, politonale d’accordo genealogico in Leopardi; mestico al purismo formalista di Mallarmé variato poi dissonante da Montale, colloca la propria parola ermetica nello iato frastico della Figura modellata integra così da rendere reale l’inscindibile nesso tra il fenomeno occasionale e l’originario noumeno coniato simbolico; ora “Nella rosa abbrunata dei riflessi” o nello stupore trasceso al Verbo sublunare calibrato empirico all’epifania del visiting angel affiorante sovente alla scrittura:

“Quando trovo
in questo mio silenzio
una parola
scavata è nella mia vita
come un abisso”

Tra “l’oro velino” ieratico al significate e il polisemico concetto bilanciato espressionista al caduco ornamento insito al primitivismo; alla deiezione carsica intuita nei rizomi materici in aporia con i dettami de “la Ronda” neo quattrocentesca nel ripristino del figurativo prospettico elettivo in Antonio Donghi o Felice Casorati in metafisico oggettivismo di valori plastici isotopici all’icona, la prosodia ungarettiana, negli anni ’30, trascorre nel Tempo ma, nel suo panta rei, non uccide la fluida forma, non la scandisce in velocità simultanea al consistere metrico, infatti, i morfemi stilizzati nel contorno del suo verso, come nella Lavinia Ceni, proiettano ucronici gli spicchi strofici di una melagrana germogliata dalla pittura di Piero, schiusi per partenogenesi alla Bellezza. Zoomata illic al desiderio – “La mano le luceva che mi porse/Che di quanto m’avanzo s’allontana“– statica per paradosso a differire il naufragio tra calcate ellissi, viceversa, l’espansiva immagine barocca contrassegna, gestaltica nel variare lucente del simulacro, la dissimulazione fascinosa dell’iride che, nel punto mediano impresso dal paradigma teoretico corruscato sull’asse dell’Allegria, nel Sentimento trasforma olistico il dettato linguistico cambiando così la lacerata pars pro toto fulminante al soggetto; adesso in riconversione d’interstizi scorciati alla epoptea agonica della waste land. Lenticolare nel brulichio di lapislazzuli allucinati nella loro vicissitudine implosa, oppure nel medesimo sviluppo strofico – “quando ondeggiò mattina ella si stese/e rise, e mi volò dagli occhi” – patinato nell’adagio della somigliante goccia fiamminga velata d’alcionia quiete a sbocciare il fiore persuaso all’attimo, il Sentimento specula al diaframma segnico dell’eros platonico, et similia cum similibus, reitera il thanatos, stellato:

Nell’acqua garrula

Vidi riflesso uno stormo di tortore

Allo stellato grigiore s’unirono

orfico o in ipallage microcosmica, impastata col grigio. In simbiosi cosmica con lo sguardo dantesco, integro nella Figura e simmetrico nel riflesso mentale, la Vita d’un uomo; dunque, in sintesi panteista col metronomo dicibile, oltre la dolina sferica rifranta dalle Avanguardie, in limine aniconico o traslata inconscia, si avvia in direzione della eco petrarchista modulato in chiave neo classica dove, vettoriale, senza sopprimere i fondali mimetici, il Girovago, guida ritmico il proprio viaggio quasi a sfiorare il regno bucolico dell’arcadia. Infatti, al margine perlaceo d’elitra figurata in “angelica farfalla” (Purgatorio X, 125) a manifestare l’humus divenuto euristico alla pianta edenica, o nell’incavo algebrico di Paul Valery a postulare monsieur teste sul piano cartesiano, la combinatoria del suo formalismo lessicale, arbitrario e analogico al contenuto, rimuove l’afasia inderogabile allo scisso Soggetto novecentesco e, resipiscente al logos, segna nel tratteggio vissuto decadente il dissolversi del simbolico già camuffato nei ludici contenuti della Belle époque a connotare l’abisso umano, tra le sistole e le diastole del mancante antropomorfico:

l’uomo, monotono universo,

Crede allargarsi i beni

E delle sue mani febbrili

Non escono senza fine che limiti.

Attaccato sul vuoto

Al suo filo di ragno,

Non teme e non seduce

Se non il proprio grido.

L’apparire dello stile allegorico, nel Sentimento, reifica così il torbido Ventennio e, nell’entelechia della trama simbolica ne rivela l’ombra funesta lucida di ideocrazia nel medesimo sistema febbrile e compulsivo come i garofani di Carpaccio rivisitati non casualmente da Roberto Longhi, muti e indifferenti all’urlo (topos ‘900): “Ma le mie urla/feriscono/come fulmini/la campana fioca/del cielo/sprofondano/impaurite”. Rimosso l’autentico, cinestetico tra gli shifters fisionomici al Moderno, o distopico a significare la traccia del soggetto nel hic et nunch intervallato agnostico e silente sull’orizzonte d’attesa pensile sull’Altrove; il rimescolio anonimo al luogo, nella linea d’ombra effettuale all’azione imponderabile del verso, tra Allegria e Sentimento, prescinde allora la cronologia e, incardinato destinale a “un astre froid” (Baudelaire), crepita espressionista, vociano (arido nei licheni di Sbarbaro) e in progress verbale mediato dal crollo descrittivo insito alla sintassi logico-naturalistica l’affine scavo cognitivo dei Canti orfici. Ordito recto sull’arazzo ermetico dal sostrato campaniano divenuto evento emblematico alla riflessione del post Simbolismo, ( pascoliano nella Vertigine ) e assimilato in Italia aniconico dalle Avanguardie rielaborate autonome dalle riviste fiorentine sull’affaccio di Solaria mitteleuropea, ariosa finestra estetica su Trieste; inconscio oppure incommensurabile alla Secession viennese, latente a sublimare il “non sentirsi in armonia” nell’intermedia presenza dell’Altro proiettato nell’erat verbum come alfabeto autoreferenziale all’Io di Lord Chandos, l’iper testo ungarettiano, disgiunta al lessico la visione didascalica delle cose, ellittico abbacina dunque il reale e, allusivo di rinvii esistenziali lo compenetra d’umano senso, caduco di miniature intarsiate sul divino. Lo sciptorium di Unga, allora, in prosodia di tasselli incisi limpidi e mentali “nell’zzurro oscuro delle profondità “, avulso al decorativismo bizantino, trascorre analogico e si libra, come il Cigno di Mallarmé, in mezzo all’esilica forse idiomatica afasia: ad adombrare la noia che, silenziosa nel Sentimento del tempo, tutto compenetra d’inquieta poiesis leopardiana, scorciata ora in metafisico spazio.

Nella vertigine cosmica dei dioscuri barocchi, onirici a congiungere il grigio nell’ordine perlaceo “Dalla spoglia di serpe/ Alla pavida talpa”, mestico all’oggetto peculiare al ritrovato luogo dove l’inchinarsi de I fiumi biografico o edenico, assume i connotati della parusia liturgica, la reliquia-larva della ninfa arcadica, nel processo ermeneutico di fenomeni trascesi alle “belle brune/vestite d’acqua”; nella luce della pupilla, misura dunque i lampi incogniti all’apparire dell’Angelus Novus mutato in cristiana rassomiglianza. Modellata d’Alma Mater androgina d’umana bellezza inscindibile dal kairos e inaccessibile al bistro di d’Annunzio, ma sensibile al sostrato panico di Alcyone, il poeta, ripristina dunque tuttora, “nella rosa abbrunata dei riflessi“, la misura metrica del passo idillico e, visibile, agreste o algebrica nel taglio d’ombra riflessa quantica nell’endecasillabo composto paratattico la intervalla col Furor mathematicus di Leonardo Sinisgalli in prosimetron estetico o in rapporto con La Cometa; in sequenze allitterate di sguardo fuggitivo:

“Bel momento ritornami vicino.

Gioventù, parlami

In quest’ora voraginosa.

O bel ricordo, siediti un momento.

Ora di luce nera nelle vene

E degli stridi muti degli specchi,

Dei precipizi falsi della sete…

E dalla polvere più fonda e cieca”

Speculare al Novecentismo neo figurativo, ellittico all’iride prospetticamente tesa in sintagmi gnoseologici a ordinare i fotogrammi pittorici e timbrarli oggettivi a esprimere la consunta armonia subita dal transito sperimentale, confutando i découpages in ossimoro di Sentimento, o nel registro linguistico ora bucolico del paesaggio, Ungà, oltre le implose doline, sigilla dunque il brulichio persuaso alla mimesi latina e, melodico nel carpe diem post romantico, evocativo lo imprime nell’istante magico della Beauté . Postulata innocente nella sprezzatura del Saluz cortese, la sua Figura, siderale sulla sintagmatica rêverie, o noetica d’elitra come la farfalla dantesca in litofania d’Arcadia, tra selve, ninfe, larve, pecore e pastori; reitera infatti l’eclissi all’immoto viaggio di Antoine Watteau e, nell’imporsi spontaneo del polisemico mythos in genesi di parola, ricompone un universo verbale di sequele evanescenti come nelle albe o nei notturni di Torquato Tasso. Nella traccia del madrigale secentista, divenuto corale nell’elemento retrospettivo a determinare la funzione autonoma del simulacro anamorfico all’occhio -“nel cavo d’una mano“- il poeta, allora, in transfert mnemonico d’arte, manifesta il pastore (non errante) ma, in pigmenti d’allegoria iconica a intrecciare l’arazzo fiammingo sul distillato brulicare d’erba tessuta sul prato luminoso e radente la radura:

A una proda ove sera era perenne

Di anziane selve assorte, scese,

E s’inoltrò

E lo richiamò rumore di penne

Ch’erasi sciolto dallo stridulo

Batticuore dell’acqua torrida,

E una larva (languiva

e rifioriva) vide;

Ritornato a salire vide

Ch’era una ninfa e dormiva

Ritta abbracciata a un olmo …

Sincretico quindi nella traccia del locus amoenus divenuto linguaggio prezioso dell’Ente, in prospettiva d’imbarco verso Citera o nel moto vuoto dell’Altrove, il poeta, numinoso nel persistente abbaglio dello spazio utopico perso d’apatheia, o nel trasumanare aniconico del ‘900 non accordato con le linee ondulate nell’ordine ipotattico dell’enjambement, adesso in emistichio quasi marinista e abbagliando l’apicale l’Aion, ne L’isola, cambia sincronico il suo paradigma e, frusciante in antifona di boscaglia post moderna, dissipa la diacronia del tempo. Nel profilo del pastore, infatti, la versificazione del Sentimento staglia, in “sintesi prospettica di forma-colore” (Roberto Longhi), proprio l’ethos trasceso alle immagini e, in diorama di epifanie oniriche, nella larva-gemma ciclica nel proliferare della pianta, traspare nitida la Vanitas., vicaria di rugiada liturgica dove “ogni colore si espande e si adagia/negli altri colori” e, la talea, tra sferici fiori o tra arte e natura, innesta la Figura di Aminta. Cangiata in postura dipinta per partenogenesi poetica, la gonna di cotone quadrettata bianca e bruna di Henrika, povera come tagliata da Filippo de Pisis nella bohéme parigina o in sinestesia fascinosa nella flora esuberante di Baudelaire, raffinata di ricamo accademico nel cartesiano disegno di Pauli Valer, oltre la coatta soglia del verosimile intarsia, agnostica al cronologico mutare dello stile artistico – scabro ed essenziale negli Ossi o nel fuoco della controversia, La barca di Mario Lui è del 1935 – l’idiosincrasia verso il museo del vivere inimitabile e la gioielleria posticcia del kitsch involuto nel registro dell’Occidente. Desolato dalla rettorica, allora (anni ’30) in apocrifo vivere, Ungà, a ritroso, ricuce i filamenti di Protogine pennellati autentici e, tra Allegria e Sentimento , in acribia filologica, restaura il sì del bel paese anchilosato in quel naufragio storico e, in simbiosi lessicale con la propria vicissitudine girovaga, koinè hermès, sulle rotte azzurrate del viaggio, o nel Tempo coeso dell’ente ineffabile alle magnifiche sorti, ispirato nel guizzo del dicibile, inchiostra antropocentrico l’Altro dove:

ogni goccia d’acqua si unisce a un’altra

per sfuggire al tempo, per salvarsi

(Iosif Brodskij)

Giovanni de Girolami