Molti anni fa, Michelangelo Camelliti cominciò a creare piccoli libri di poesia nel retrobottega della sua cartolibreria. Da allora, LietoColle è cresciuta pur rimanendo una piccola casa editrice.Rimangono invariati due desideri, e l’impegno ad esaudirli: cercare e affiancare la qualità di giovani poeti, curare la relazione con gli autori e le autrici, in un reciproco dialogo umano e professionale.Negli ultimi anni, abbiamo voluto segnare cambiamenti radicali all’interno del lavoro editoriale; tra questi, la gratuità delle edizioni senza vincoli d’acquisto, e l’investimento – in luogo della partecipazione a fiere e vetrine editoriali – in approfondimenti di studio letterario rivolti prevalentemente al pubblico degli studenti, con vere e proprie lectio magistralis tenute da autorevoli personalità della poesia contemporanea.Ogni scelta in LietoColle è frutto di confronto e condivisione fra l’editore e alcuni strettissimi collaboratori, che operano a titolo gratuito e volontario, per la sola passione comune della scrittura poetica.Siamo convinti che onestà, lavoro e passione siano ingredienti imprescindibili. Con l’occasione vogliamo offrire a tutti voi la possibilità di ordinare i nostri libri direttamente dal nostro sito. 

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A chiedersi che cos’è la poesia non sono più in molti. Anche fra gli addetti ai lavori, spesso, si ha l’impressione che si tratti di una questione scontata o, se non lo è, che l’analisi prenda vita dagli effetti di una causa imprecisa. Si dice: questa è poesia, questa non lo è.

“Definire la poesia, cioè tracciarne i confini, è stata una delle più appassionanti e fallimentari imprese del pensiero estetico. Da anni ormai, direi da decenni, l’impresa è stata abbandonata. Qualche ragione deve esserci”. Questo, ci suggerisce Alfonso Berardinelli.

Chi ha vissuto la sua giovinezza negli anni Sessanta e Settanta ne sa qualcosa di più, o per lo meno si è scontrato con un dibattito che, al di là degli obiettivi, regalava al poeta una sensazione di vitalità.

Ma per tanti nati in quegli anni e ora giovani poeti, il prodotto di quell’epoca ha generato una certa confusione, sostenuta dall’assenza (pressoché totale) di dibattito. L’impressione è che non ci si sia spostati di un passo; e quel passo rimane l’emerita italica poesia. Impossibile, nella maggior parte dei casi, capire cosa fare, a chi rivolgersi, come spiegare questa esigenza di scrittura ormai distribuita in tante piccole case editrici disposte a pubblicare tutto, purché autofinanziato. Dove sta andando la poesia? Chi la può ospitare garantendole, al contempo e per quanto possibile, un codice di qualità? Tutti sanno quanto è difficile far parte della scuderia di una grande casa editrice. Non è solo una questione di elite, è anche una questione anagrafica. Vero è che la poesia comincia a riconoscere i suoi discepoli ad un’età che non è quella di altri giovani scrittori. Un giovane poeta, in genere, non ha meno di quarantacinque anni. Questi, certo, sono problemi di ordine pratico, funzionale, e qualcuno potrebbe obiettare che con la poesia c’entrano poco, ma è anche vero che non esiste poesia contemporanea senza una vera passione ad essere letti. Da poco Franco Loi, nella “Domenica” del Sole24ore, dopo attenta scrematura di svariate piccole case editrici ne ha citate almeno quattro. Una di queste è la Lietocollelibri di Michelangelo Camilliti, ideatore e promotore dei suoi “libriccini da collezione”, come ama chiamarli e quali sono. Dietro un nome, dietro un marchio c’è dell’altro, è ovvio, ma non così scontato. Per capirlo forse c’è bisogno di capire non la poesia in se stessa, ma cosa può rappresentare, quali sono i suoi nutrimenti. Ci sono diverse ipotesi. Qualcuno pensa che la poesia rientri nelle funzioni dell’utile, nella fattispecie che possa servire il bello e il buono. Può darsi. Ma ciò comporterebbe, in qualche misura, uno sfasamento della realtà. C’è anche chi suppone che la poesia ricerchi la verità che, nella maggior parte dei casi, non è né bella, né buona. Ognuno insegue i suoi obiettivi, ma come nelle scienze esatte (ce lo ha insegnato Natalia Ginzburg), la poesia dovrebbe evocare un quadro razionale dell’esistenza, insomma una porzione di autentica realtà. Ricerca quindi, ma ricerca del paradosso, di quelle contraddizioni quotidiane che riescono, in un punto (quello poetico) ad incontrarsi come due linee parallele nell’infinito. Né più né meno che esistenza “ordinaria” che subisce uno scarto di autenticità. Significa porre attenzione al reale, a ciò che ci circonda, non solo al bello e al buono. Questo, ci pare, è un obiettivo a cui la Lietocolle mira puntando i riflettori su diverse voci della poesia contemporanea. Non solo al verso di voci accreditate, quelle che ormai hanno trovato i più alti consensi (basta sfogliare il catalogo per rendersene conto). Michelangelo Camilliti tenta, ha sempre tentato, una strada più impervia. E lo fa prescindendo dai suoi personali gusti, affidandosi invece a quella realtà di cui sopra, cercando di riconoscere la poesia anche laddove non è ancora riconosciuta, laddove a idearla sono giovani poeti, esordienti che inseguono, ognuno a suo modo, quel punto nell’infinito. Questo dovrebbe fare un editore: essere semplicemente curioso, sapendo sempre conoscere, valutare la distanza dalle mode commerciali e dalle temperie culturali. In fondo anche un editore è un poeta, il suo archetto (per fare il verso a Rimbaud) consiste nell’inventare e sostenere un progetto. Al punto in cui è arrivata l’“industria” libraria, pare importante che si pubblichino “libriccini da collezione”, dove carta e grafica raffinata sono solo una, e non la più rilevante, delle qualità.

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Nella sua ricerca, Camilliti tenta di instaurare un rapporto con l’autore prima che con l’opera. Atteggiamento che si presta a una critica immediata. Eppure, visti i tempi, è forse questo un giusto modo di porsi di fronte a una cosa, la poesia, che pare immobile su se stessa. Non tutte le persone che inviano un dattiloscritto a un editore riescono a catturare la poesia. Non tutte le persone che riescono a catturare la poesia sono “poetiche” (tanto per non indulgere a dubbi e simbiosi tra arte e vita). Ma è innegabile che chiunque si cimenti nella scrittura in versi attende infine un confronto. Negli ultimi trent’anni, quasi in sordina, i quotidiani hanno ridotto progressivamente gli spazi dedicati alla poesia contemporanea; le case editrici più impegnate a diffonderla hanno iniziato a tagliare budget e titoli. Una sorta di preludio, un avvio prima di diventare un flusso chiaro e trasparente: il disinteresse per il lavoro dei poeti. La possibilità che offre un buon editore di poesia, ovvero un editore che non conclude la sua ricerca nella sola pubblicazione dell’opera, è di aprire una porta in più, una soglia per scendere (o salire) nel contraddittorio del presente. La realtà non si dà mai una volta per tutte (talvolta neppure per una settimana). Ogni giorno c’è bisogno di vivere e interpretare i suoi segni. I poeti lo sanno, e lo sanno fare. I poeti sono ansiosi esseri alla ricerca di continui squarci da varcare. I poeti sono persone costantemente in procinto di “lamentare” una mancanza. Spesso abitati da una frustrazione che nasce dalla consapevolezza di essere considerati qualcosa di superfluo, di cui si può fare facilmente a meno. Tanto più che, nel loro creativo egocentrismo, si ritengono detentori di una qualche verità, anche laddove ne indicano l’assoluta assenza. Non è facile averci a che fare. Ma se Berardinelli (come anche Natalia Ginzburg) è approdato a una giusta ipotesi, non possiamo retrocedere all’infinito nelle probabili cause della poesia. Piuttosto sapere che il suo nutrimento sono i poeti coniugati alla realtà. Averne cura, pur nelle difficoltà che il progetto comporta, pare determinante. E chi riesce a farlo, come ha segnalato Franco Loi, lo si conta sulle dita di una mano.

 

testo di Mary b. Tolusso