L’ustione della poesia

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 Voltandomi indietro, nei vicoli del primo numero.

 Si è creata una piccola piazza, dunque. Una tra tante. Gente che si è fermata, creature che si sono sedute tra le parole depositandone altre, chi, invece, sorvolando, è soffiato via. Di solito, chi crea un piccolo orticello in queste lavagnette virtuali, risponde: ai passeri che beccano, ai frequentatori abituali, ai contadini della parola, ai passanti. Risponde e ringrazia. Ecco, il mio grazie è qui, ora,verso tutti.Da qui vedo e sento anche i fruscii di chi ha sfiorato la tastiera. Facciamo finta che sia così e crediamoci in questa vicinanza dello scrivere e del leggere, del fare terra insieme. Del fare insieme una tavola rotonda dentro cui nessuno è protagonista, ma tutti responsabili nel significato della tavola e della parola.

Ogni vostro intervento è un apporto importante. Un’offerta agli altri. Ci affacciamo affondando un significato.

Quindi cercare fondali, trovarli, toccarli: ospitare presenze che nella mia vita personale, intima e artistica, sono vitali e seminanti. Non tracciare scritture chiamando maestrìe specifiche. Ho invitato chi è per natura disposto ad aprire il proprio petto, almeno per uno scorcio.

Le persone che presento, in  questo foglio, fanno parte della mia compagnia. Quella compagnia che fila rosso nella mia vita. Che canta poesia nell’aria, prima ancora che sulla carta.

Ecco perché è un foglio, questo. Non una rivista composta da fogli. È solo un foglio lieve che una virgola di vento coglie da una mano, buttandolo a terra. Di terra in terra, oltre. È un foglio che nell’aria, lentamente diventa quasi trasparente, mentre si perdono le lettere della scrittura, le impronte digitali, gli occhi che lo hanno abitato.

 

  1. Perché l’ustione.

 

Molti anni fa, incontrai un uomo. Basso, scorticato, quasi deforme.

Era sopravvissuto al fulmine. Gli era entrato in corpo. Lo aveva fatto brace per due giorni, in coma, steso in terra. Risvegliato poi, in un miracolo fosforescente di sopravvivenza.

Ho sempre pensato alla precisione della luce, alla sciabolata lucente che crolla a terra, annunciata dal tuono. Intuito come la potenza possa attraversare il petto di una persona qualunque, tremarla nella corrente fino a nullificarla. Penso soprattutto a quel cuore folgorato, alla sua resistenza, alla sua eredità luminosa.

L’uomo mi disse: sono rinato dalla morte e, per rispetto della vita e di quella luce, parlo poco. Preferisco cantare. Se canto non ho paura. Canto con i miei antenati, cantiamo più forte del temporale e rendiamo fertile l’aria. Non sono diventato matto, in paese mi chiamano, ridendo, il poeta. Dicono che sono magico. E io ci credo. Ma sono magico solo quanto canto.

Se ne andò zoppicando, con le lacrime agli occhi. Si era commosso perché lo avevo ascoltato, diversamente dai suoi paesani.

A distanza di anni ci assomigliamo.

 

È successo a alla stazione di Vittorio Veneto nel 1994. Tutti e due con la valigia, aspettavamo ciascuno il proprio treno verso casa.

 

  1. Ho invitato:

 

Marco Munaro: per la sua qualità di editore. Il suo amore totale per la poesia lo ha condotto dentro il cuore della poesia e dentro il cuore delle persone, con scelte editoriali assolutamente esenti dai vortici del mercato. Editore, poeta, critico, uomo intero.

 

Plinio Perilli: per il pregio della sua scrittura interiore. È qui per il suo orecchio assoluto per ciò che è poesia, arte. Per la sua interiorità che non si rompe tra gli abbagli di facili compromessi letterari. Per coltivare profondamente in sé l’epifania e lo studio.

 

Stefania Berti: come traduttrice della Lingua dei Segni. Perché in lei ho finalmente realizzato il dire e dare poesia contemporaneamente per udenti e sordi. In lei si apre la grande speranza di sfondamento di barriere architettoniche nocive. Attraverso la sua presenza, imploro adeguata attenzione per la poesia dei sordi: che si chiamino nei tanti eventi poetici anche traduttori eccellenti come Stefania Berti, che siano soglia vivente e trasmissione tra sordi e udenti. Perché la poesia sfonda, congiunge, innesta e contamina le sponde.

 

Marco Ribani: per la sua ricchezza che si offre gratuitamente, ovunque, comunque. Proprio per la sua disponibilità continua, senza condizioni, sempre radicata nel fare poesia, attraverso la propria umanità passionaria. È proprio qui la sua forza di in/segnante, di colui che segna il petto di chi incontra. Mi sono permessa di oscurare il nome di una poeta da lui citata, esaudendo la volontà della poeta stessa.

 

Infine la voce anonima della poesia, crogiuolo talamo.

 

  1. Sono scesa, mi sono immersa ne il pozzo delle meraviglie. Ho aperto a caso un mio quadernino di poesie. Ricopiate da me, lentamente negli anni, studiando le mie sorelle. Leggendole a voce alta, trascrivendole.

 

  1. I raggi della ruota. Quando abitavo a Montevolosco, passavo le mie giornate tra i contadini di montagna e i pastori. Lorenzo aveva una bicicletta scheletro, le cui ruote erano solo ferro. Davanti a noi bambine, girava tra i sassi come un forsennato, ridendo, urlando, dentro i calzoncini corti. Lo guardavo affascinata, con timore. Era poverissimo, rosso. Sull’aia, a cavallo della bicicletta, galoppava. Era il dio. Mi è rimasto il rumore di quei due cerchi. Il suo petto gonfio, ostentato. Il ripetersi ostinato del giro, come in un circo, tra i sassi e la polvere. L’orgoglio di segnare la polvere.

C’era la ruota: i raggi tenuti dal vuoto centrale, cardiaco. Con gli anni ho trattenuto in me questa immagine presenza. Tolto ciò che non è necessario.

Così ho radunato tanti raggi a me cari, carissimi. E li ho fatti ruotare nelle righe che hanno donato. Sono persone dono, per me.

Chiesto gentilmente a Fernanda Ferraresso di cantare il suo vuoto.

 

Non è importante che io nomini i raggi. Sono vene.

 

anna maria farabbi

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