Che cosa pensa poi davvero l’Alfredo della Traviata? “Amami, Alfredo, amami quanto io t’amo. // Sembra scontato, sembra una pretesa/ obbligata, tanto è naturale/per lei amarmi con tutta se stessa./ E accontentarla avrei voluto; ma appena/chiudevo gli occhi avevo nelle palpebre/l’ora del tennis domenicale.//Quindi le ho detto addio, non ti merito,/tu sei troppo per me. Non fa una grinza./ Grazie a Dio tra viltà e sincerità/c’è un solido cordone ombelicale”. I personaggi che illustrano L’età d’oro del melodramma, rivelano il loro sguardo profondo alla luce di quello obliquo che Massimo Bocchiola getta, in versi ironici e un po’ dolenti, sul sublime di quella ancora viva tradizione. Un libro inatteso e prezioso, per melomani e appassionati di poesia.

Gian Mario Villalta

Notizia

Massimo Bocchiola è nato e vive a Pavia. Traduttore dall’inglese di letteratura in prosa e in versi, è autore di tre libri di poesia: Al ballo della clinica (Marcos y Marcos, 1997), Le radici nell’aria (Guanda, 2004) e Mortalissima parte (Guanda, 2007). Ha pubblicato anche il poema in prosa Il treno dell’assedio (Il Saggiatore, 2014) e le raccolte di racconti Gli ultimi giorni di agosto (Il Saggiatore, 2018) e Stream-fermo immagine – Storie da film rivisti nella Rete (La Nave di Teseo, in progr. 2020) oltre al saggio-memoir Mai più come ti ho visto – Gli occhi del traduttore e il tempo (Einaudi, 2015).

Poesie

Ernani
1844

musiche di Giuseppe Verdi
libretto di Francesco Maria Piave

Don Ruy Gomez de Silva

Vengono ancora i giornalisti in suv
sulla strada di campagna per chiedergli
cosa pensava in quella primavera
di chiavi inglesi e spari, prima di salire
alle alte cariche dello Stato.

Allora tornano a sfilargli davanti
prelati, imperatori, terroristi,
già quasi tutti morti, come pioppi
di golene fantasma; teste e corpi
rimessi su al contrario, finanziere
sotto cagoules, feluche antisommossa.

Gli fanno sempre le stesse domande
(e perché non dovrebbero?) ma lui
appena può ricomincia a parlare
della fiera ragazza aragonese
che lo ha sempre deluso. Da giovane bandito
la vedeva trescare in accademia
col direttore del dipartimento;
quando ha avuto la toga, lei smaniava
per l’autonomo in fuga. Ora è canuto
e savio, ma lei vuole gli altri due,
si concede al magnate e al masnadiero,
e a lui non restano età di riserva.

Due seduttori, non uno; per giunta
proprio i suoi io di allora. Sempre uguale,
la ragazza non invecchia di un giorno
e lui si sente sordido, aggranchito,
un amplesso aborrito;
preso in mezzo da quello che è già stato
come, un tempo, da quello che non era.

Rimpiange quando le poteva almeno
carezzare i capelli. Ma più ancora
le parole che le diceva, il divano
su cui le ripeteva tutto è vano,
la sigaretta, il fumo tra le dita.

Dopo il trono non resta che il veleno.

La Traviata
1853

musiche di Giuseppe Verdi
libretto di Francesco Maria Piave

Germont

Il rimorso al calare della tela,
il pentimento, è l’unica risorsa
assegnata dal copione al baritono.
Ma io, per complessione e per età
nobilmente paterna o avuncolare,
avrei dovuto essere un basso. Un sovrano,
dunque, un vecchio guerriero, o un tribolato
spasimante attempato.

E invece mi è toccata la realtà
che perdona di rado. La partita
doppia, la bonomia incartapecorita
del borghese di provincia recante
non spada o scettro, ma ombrello – e l’involto
dei mangiarini per il figlio inurbato,
irretito da una puttana. A me,
mentre sua madre frignava e pregava,
è toccato levarlo d’imbarazzo
con il buonsenso che ammanta le falde
delle aree dismesse rimpinzate
di pattume letale. La sifilide,
il vaiolo, la dengue o un altro male
tutt’altro che sottile, ha fatto il resto.

Alfredo

Farsi lasciare alle volte conviene,
a meno che si mettano di mezzo
l’amor proprio o il denaro. Io del primo
ne ho sempre avuto poco, e del secondo
abbastanza. Il problema non è questo.
A casa, nome, rispettabilità,
avrei potuto rinunciare anche solo
per dare noia a mio padre, ma in mente
continuava a girarmi quella frase:
Amami, Alfredo, amami quanto io t’amo.

Sembra scontato, sembra una pretesa
obbligata, tanto è naturale
per lei amarmi con tutta se stessa.
E accontentarla avrei voluto; ma appena
chiudevo gli occhi avevo nelle palpebre
l’ora del tennis domenicale.

Quindi le ho detto addio, non ti merito,
tu sei troppo per me. Non fa una grinza.
Grazie a Dio tra viltà e sincerità
c’è un solido cordone ombelicale.

Violetta

Ora che il morbo si propaga e il mondo
diventa un sanatorio, mi ritrovo
nel mio elemento. L’infezione è un covo
senza fondo di analisi, statistiche
condivise al momento, isolamenti
di gruppo, riti collettivi, blister
lacerati con foga, cataplasmi,
fomenti. Ma io, che su questo letto
sto da sempre, ricordo
con nostalgia gli stati subfebbrili,
il cardiopalmo che precedeva l’arrivo
di Alfredo, rendendomi irresisti-
bilmente accalorata nell’amore.

Così cincischio lenzuoli e sprimaccio
cuscini, mentre cresce in società
l’impaccio per gli ingravescenti, prima
sbandierati come una novità,
come un funereo intrattenimento,
mentre noi cronici sappiamo bene
che andarsene è il lavoro di una vita,
non lo scherzo di germi senza senso.