Negozio

Home/Negozio

AA.VV. - iPoet 2017 - Lunario in versi

978-88-9382-070-7

AA.VV. - iPoet 2017 - Lunario in versi 978-88-9382-070-7

"I work with language.

I love the flowers of the afthertought"

Bernard Malamud


Per l’occasione dei trent’anni compiuti dalla rivista “Poesia” Maria Grazia Calandrone, elogiando il lavoro editoriale di Nicola Crocetti, cita una considerazione di Robert Musil sul poetico: "Estrai il senso da tutte le opere poetiche ene ricaverai una smentita interminabile - di tutte le norme, le regole e i principi vigenti sui quali posa la società che ama tali poesie! Una poesia col suo mistero trafigge il senso del mondo! Se questo, com'è costume, si chiama bellezza, allora la bellezza dovrebbe essere uno sconvolgimento mille volte più crudele e spietato di qualsiasi rivoluzione politica".

Nel brano tratto da L’uomo senza qualità emerge l’aspetto peculiare ad ogni manifestazione linguistica attinente alla poesia: la grande rivoluzione non sta nell’emancipazione dalle strutture metriche e retoriche ma nella possibilità di considerare la parola poetica come autentica manifestazione di una rivoluzione radicale. La spietatezza e la crudeltà alla quali fa riferimento Musil sono le direttrici verso cui tende la parola, se è vero che il linguaggio, in questi termini, diventa estrema incarnazione del soggetto che tenta una nuova parola a scapito di ogni riconoscibilità; al netto di tutti gli sforzi, il poeta che tenta di dare vita ad una parola “universale”, fallirà: "Estrai il senso da tutte da tutte le opere poetiche ene ricaverai una smentita interminabile”. Un’antologia che raccoglie il meglio di un concorso mensile rivolto a lettori e quindi sgravato dalle consorterie di poeti “amici degli amici”, è un ideale laboratorio di sperimentazione. Omettiamo il canone inevitabile del giudizio decide quali sono i testi meritevoli ed otterremo un panorama eterogeneo di tendenze che conferma quanto, negli anni, l’emancipazione e poi la graduale scomparsa delle scuole abbia prodotto poesia di notevole interesse: “uno sconvolgimento mille volte più crudele e spietato di qualsiasi rivoluzione politica”.

Ne danno testimonianza tutte le figure raccolte in questo piccolo annuario di poesia italiana. Nel rifiuto della complessità a favore di un sogno di purezza si concretizzano le poesie di Giuseppina Berzaghi, ad esempio, che descrive il suo approccio alla parola come nata “dall’osservazione personale del mondo e dalle sensazioni che scaturiscono”.

Un mondo sul quale Fabrizio Bregoli pone una lente rivolta ad un futuro dove la tecnica potrebbe sovrastare il linguaggio se presto i calcolatori, fatte proprie le logiche neuronali e sinaptiche, potranno per successive combinazioni associative ed apprendimento esperienziale divenire essi stessi generatori di versi, assemblatori di poesia prefabbricata, è prospettiva oggi difficilmente prevedibile. Il confronto dei limiti del poetabile con la “macchina” è inevitabile a suo avviso, ne troviamo testimonianza negli scritti inviati: Moltiplicare 97.367\ per 5.000 volte per se stesso\ non fu atto dimostrativo, piuttosto\ iniziazione.\\ Poi tutto si farà binario\ Assolutorio.

Disinteressato ad un approccio antilirico invece il poemetto inviato da Luca Bresciani che ripercorrela storia del padre e che, attraverso aperture di intensa bellezza lessicale, getta uno sguardo sul generale rapporto padre/figlio. Sei un tempio\ fatto di riti che non conosco\nonostante la tua febbre\sia la sposa del mio sangue. Esattamente agli antipodi rispetto alle fosche previsioni di Bregoli,Bresciani sostiene che la poesia possa essere per sempre funzionale all’umano: Uso la poesia come una macchina fotografica per fare il ritratto ai miei sentimenti nel corso degli anni. Gli album che ottengo servono a confessarmi che ho vissuto, che una parte di me è ancora umana e che l’abitudine non mi ha vinto facendomi scivolare il mondo addosso.

Paola De Benedictis ci introduce così: La mia poesia è costante esercizio della perdita, dell’assenza./Mi interessa lo spazio minuscolo tra il prima e il dopo, la soglia, quella crepa che contiene un infinito./Quel lunghissimo istantedopo il quale nulla è come prima. Una poesia che “genera” assenze per ritrovare “presenze”, molto simile a questa oscillazione ontologica è la dicotomia dell’ancor lacaniano nella domanda d’amore: Encore, Ancora, significa che c’è dell’infinito nella domanda d’amore, che l’amore non si soddisfa mai una volta per tutte, che la risposta dell’amore alimenta l’amore. Possiamo azzardarci a considerare l’alternarsi tra apparizione e sparizione come il reiterarsi infinito del senso della novità in amore – sempre lo stesso eppure sempre uguale, ancor e sempre uguale. Lasciate che io tragga un vantaggio \da questa conversazione.\Alleggeritemi dai ricordi e dalle separazioni.\\Lasciate che io apprenda per bene\la legge della perdita \e quella più profonda del congedo. \\Non ho più collera \neppure per la mia collera\ma una volta c'era la vita\ed io sbagliai nel sostituirla.

I versi di Vincenza D’Elia nasce dall’urgenza di nominare, il suo mondo prende sostanza nell’istante stesso in cui viene nominato; un flusso di evocazioni che straniano il lettore dalla realtà tangibile per proiettarlo verso un altro modo di definire le cose. L’origine dei vocaboli\ il ruscello \da cui si è presa l’acqua\ non consegna\ se torbida o pulita\ se con le mani da gelo\ o fuoco della sete.

Per Luca Malgioglio la dimensione fenomenica è l’occasione perché il linguaggio posso compiere la sua metamorfosi interna: ad un certo punto qualcosa si scioglieva dentro di me, le pareti si ammorbidivano, una strada d’oro appariva là dove prima c’era solo un solido nulla: sono i momenti segnati dall’apparizione della poesia - messa su carta o solo sognata - che è sempre un viaggio in una dimensione diversa, più intensa e più profonda, calda e piena di affetti che arrivano da molto lontano, di risposte che non sapevamo di avere dentro di noi.Non è casuale che la memoria sia l’epifemomeno cardine che scaturisce dalle liriche di Malgioglio dove emerge sempre una propensione all’elegiaco: Ognuno porta con sé questo scavo di tempo,\questo tesoro di mancanze;\poi ne facciamo un regalo di vita tra noi,\senza parole,\ogni volta che ci incontriamo. Anche quando lo sguardo è rivolto ad una futuro imminente : Poi qui una mattina al balcone\ arriva il mare\ anche se siamo in città.\E io sento di nuovo\ insieme a te\ tutta la freschezza della solitudine.

Lorenzo Morandotti proviene dal giornalismo ed è emblematica la sua dichiarazione di poetica: La poesia è per me ragione e sentimento in egual misura”, e scarta di fatto, in egual misura, il lirico e l’antirico. Si potrebbe utilizzare per il poeta Morandotti una formula assai in voga negli ultimi anni, quasi abusata e trita, eppure in questo caso utile a definirlo: situazionismo. Ben diversa dall’occasione montalina la poesia situazionista è aderente al presente delle cose; in Morandotti c’è un’attesa rispetto alla rivelazione della parola, una sospensione del linguaggio: Quello che si sa perdutamente\ rotola veloce dalle scale\ in un gioco di emulsioni a specchio e ancora Ma prima di parlare\ c’è qualcosa\ che vede senza occhi:\ una fiala d’acqua,\ un corpo inesorabile \ che prende a pugni le sue sabbie. Di altro avviso sembrerebbe

Maurizio Rossi che imprime nella poesia una formazione e una consapevolezza di matrice filosofica che lo rende certo del ruolo di poeta e della funzione della poesia nel mondo: Poesia Onesta, che è anche pienamente Poesia Sociale: dà voce e suggerisce le parole, quando sembra (come spesso in questo tempo) che non ci sia più niente da dire, perché tutto è stato già detto e quasi sentiamo nausea di parole. Il /la Poeta è il medico che cura questo disagio. Notevole in questo senso il finale di Cabo de Roca: L'occidente spegne la fiamma, \ toglie la voce a noi che \ cerchiamo un nuovo linguaggio,\ un codice del mistero. \\Mi chiedo se abbiamo preso\\ la giusta rotta, o se il tesoro\\ che ricerchiamo si celi al fondo\\ d'un altro raggio, verso l'oriente.

Natura e cultura sono sempre stati i miei interessi; nella scrittura in poesia, essi si manifestano tranquillamente senza alcun trauma o riflessione o confessione o lirismo.Questa tranquillità - che personalmente mi insospettisce perché tendo a considerala una sorta di posa estetica - nel caso della poetessa Irene Sabetta si concretizza, si incarna nel linguaggio attraverso l’alternarsi di atti poetici: Ci stringemmo \ vorticando giù nel pozzo \ dove il tempo diventa pane e ancora Come leggere un libro \ di parole fatte di passi \ morfologia del terreno \ sintassi di fiato e gambe \ lungo traiettorie longitudinali,\ sentieri tracciati \ e a volte tracce di sentiero…\ Selvaggiamente accettare\ il principio (e la fine) dell’andare.

Francesca Santucci ci avvisa cheil linguaggio, in tutte le sue manifestazione più o meno apertamente artistiche non è in grado di concedersi, di essere linguaggio pieno, esaustiva incarnazione del pensiero: […]non credo che le parole necessarie a esprimere qualcosa possano trovarsi tutte in una proposizione conclusa – neanche questa, di proposizione, voglio che lo sia: sento importante renderla scomponibile in unità minori, espanderla con questo inciso per palesarne l’inadeguatezza[…], non a caso il titolo della silloge da cui sono tratte le poesie “le cose intorno” ci indica la peculiarità stessa del linguaggio come precario rispetto all’esistenza (l’in sé) stessa delle cose: Seppure conosciamo\ la figura siamo appena prima e poco\ dopo di lei perché nulla ci chiami\ per nome, non si compia l’agnizione:\ ci sfochino dal pianoforte le foto epoi Le cose intorno a noi sono di vetro e\ gentili, e se non hanno cura di me\ è perché un poco le spaventi:\ divarichi le gambe come alle volte \ certe strade si rivelano. Sarebbe interessante capire da Francesca se la rivelazione di certe strade possa o meno avvenire nel momento stesso in cui l’atto poetico emerge dalla parola.

Ha il tocco leggero sulle parole Lucio Toma che è il dono di chi possiede il coraggio dell’ironia: un mostro imperterrito e succhiavita, e qui tocca indebitarmi con qualche vecchio maestro, che si nutre del sangue delle passate e presenti esperienze dell’Uomo, quelle esperienze che ora in me si combinano nuovamente quando sposo il quotidiano a volte con amara ironia e leggerezza, altre con sguardo interrogativo e doloroso sul mondo.E di fatto la metafora sul w.c. che introduce la serie di Toma è metaforicamente il disprezzo per la furbizia di alcuni a danni dei molti: c’è chi da una vita la fa fuori \ e la fa franca. E a nulla serve \ l’avviso ironico dell’addetto \ alle pulizie…”si prega gentilmente \ di far centro”. A seconda di come \ gira il vento è a sinistra o a destra \ del pavimento che si dovrà guardare. \ Schifati comunque, come sempre.

Nelle poesie di Lucia Troilo troviamo un impegno simile a quello di Maurizio Rossi ma un’accezione più intimistica: La mia poetica prende corpo nello scarto che attraversa quest’opposizione volutamente artificiosa, violenta. I temi dell’appuntamento mancato con se stessi e della incessante recita di ruoli ne interiorizzano la sofferenza ma tendono anche a farsi interrogazione rabbiosa sul senso del tutto […]Cerco di dareveste poetica a questa tensione ricorrendo all’elemento narrativo e fiabesco -le mie poesie raccontano spesso storie- e, insieme, all’esasperazione della componente metaforica[…]e si divarica la sua dichiarazione di poetica nei versi: Qualcuno mi propose un tempo.\Ne chiesi due,\uno per me\ed uno per te.\Era in un tempo non mio\che volevo\spiare.

Liliana Zinetti ci parla della dimensione mai completamente salvifica della scrittura, della sua funzione terapeutica ma limitata, del legame strutturale e indissolubile che la lega al linguaggio e che, a mio parere, riguarda ognuno di noi in quanto soggetti strutturalmente legati all’Altro. La Zinetti forse ci dice che prima di ogni cosa c’è la vita: E’ sempre stata l’inquietudine, il magma ancora inesplorato e forse mai esplorabile del nostro essere che mi ha portato alla poesia. Mi ritrovo pacificata nell’atto dello scrivere e anche se non credo alla poesia che salva, trovo sia uno dei modi buoni per aiutare la vita. Qualcosa che attende, una resa dei conti mai risolta tra quel che siamo e quel che riusciamo a dire. Come in questi versi: Cerco una voce solo mia\in un inverno che fiocca neve\sui passi sul davanzale sul giardino\sulle cose che ci hanno visto andare\senza voltarci.

E’ tempo di lasciare spazio alla vera sostanza di questo libro, la poesia, che come sempre, da secoli, ci insegna la sua imprevedibile autonomia rispetto ad ogni tentativo di concluderla nel contenitore scomodo della “teoria”. Un ringraziamento speciale a tutti i poeti che, sebbene non siano presenti nelle pagine hanno dato testimonianza di quanto sia indispensabile al linguaggio la dimensione della libertà…

Fabio Prestifilippo

[Dall'introduzione dell'iPoet 2017 - I fiori del ripensamento]

€13.5 In stock
Anno:2018