Carta de véder - Piero Marelli

Cod. Art. 978-88-9382-020-2
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Carta de véder, il romanzo dei mesi

Seduti attorno al buio di gennaio per non pensare di vivere come l’inverno. Per non dimenticare e riconoscere “…la cundàna di piant/ che dumànden sotavûs ’n’ôltra resürezìum. - “…la condanna degli alberi /che chiedono sottovoce un’altra resurrezione”.

E dunque in questa poesia, alti sono i compiti, i richiami: comprendi, racconta, non dimenticare…

“Parlà, di völt, ‘l serviss a gnient, ma parla.” - “Parlare, alle volte, non serve a niente, ma parla.”

Parlare, però, serve a ricordare i nomi - che sono le cose stesse - perché malgrado le foglie muoiano e rinascano da sempre, noi le chiamiamo da sempre foglie e il nome appartiene loro intimamente.

Il nome non le lascia sole, esse sono accompagnate nel loro destino di dimenticanza verso la resurrezione della lingua; questa le conserva, le restituisce alla voce che le dovrà nominare ancora una volta.

Per questo compito del proseguire, del non fermarsi mai davanti a un punto, la poesia di Piero Marelli si è dotata da tempo di una fionda propulsiva: è il dominio, il rischio o il dono della possibilità; del “se”. Ogni cosa “è” solo “se” è possibile. La possibilità della resistenza, allora, è di competenza dell’uomo e della parola; gli oggetti vivono una doppia vita, quella del tempo delle stagioni, con addosso il peso di una giustizia inesorabile e quella delle parole che li rinomina, li riconsegna.

Questo compito, nell’opera di Marelli, ha a che fare con un forte vitalismo, un gesto che si spingesempre oltre, “contro la superbia del Nulla”.

“Se vör dì cüntàla sü quand te sèntet quajcòss / che l’è dificil de sfamà “ (…) - “Cosa vuol dire raccontare quando senti qualcosa / che è difficile da sfamare” (…) - “…Quest l’è quel che pö regalà / l’infinida che te spécia dopu la pagina cunclüsìva,” -“Questo è quello che può regalare / l’infinito che ti aspetta dopo la pagina conclusiva, “.

Così, tutte queste coseche conoscono la metamorfosi dei mesi - gli animali, le piante, il cielo, i luoghi di sempre, “ …la bicicléta végia prima prumèsa de libertà…” -“…la vecchia bicicletta prima promessa di libertà…” -sono pensati e descritti nella loro caducità quotidiana; perfino gli uomini che li accompagnano come fratelli, complici, carnefici, inseriti in un poetare amplissimo fatto di condizioni, ad indicare la possibilità che essi possano cadere nell’ignoranza, nella sgretolazione dell’inverno, oppure nella speranza che ci sia ancora qualcosa da imparare, da conservare.

Questo “romanzo dei mesi”, dunque, avviene nella sfondo di una lingua, vicina alla morte e alla resurrezione: “…e per quest che ‘n giurnàda / ul sang, e de nocc la ment, ripôsen maj / a l’umbrìa e ‘n dialett da la fam maj sagùla,” - …e per questo che di giorno / il sangue, e di notte la mente, non riposano mai / all’ombra di un dialetto dalla fame insaziabile,”.

Il dialetto, come diceva Manlio Sgalambro, è “il momento animale della lingua… duro linguaggio della necessità… mortale… la lingua è storica, il dialetto è cosmico… per chi muore non c’è altra lingua che il suo dialetto”.

Nel racconto di questi mesi, Piero Marelli prova a spezzare la circolarità delle stagioni, di un tempo che non si conclude e ci trascina verso l’oblio, semplicemente raccontando il romanzo che ogni volta possiamo immaginare come possibilità e dono: “…L’è no dumâ incôster quel che crôa, / ma i pagin déven andà ‘n due ul mund pö amò créd / ‘n de la sua reüsìda…” - “Non è soltanto inchiostro quello che cade, / ma le pagine devono andare dove il mondo può ancora credere /nella sua riuscita…”.

Nell’incitazione a “Esàgera no!...” - “Non esagerare!...”, perché “Tütt ‘l sügüta cume semper:” – “Tutto continua come sempre:”, sempre, in ogni tempo e in ogni luogo ˇ’insinua la presenza vivissima e umanissima di una presenza che “… pôrta i sö ann… / la sua manéra de salüdà… / l’ugiàda indagadüra…” - “…porta i suoi anni… / la sua maniera di salutare… / l’occhiata

indagatrice…”. E quindi la forza e la necessità della poesia.

Sebastiano Aglieco

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