Fra Metope e Calicanti - Francisco Soriano

Cod. Art. 978-88-7848-915-8
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Melancholia cogitans

Ho conosciuto Francisco Soriano a Tehran nel 2001, quando era dirigente presso la Scuola italiana. Da allora conservo la sua amicizia e il piacere della lettura delle sue composizioni poetiche.
“Fra metope e calicanti” è una raccolta che segna indubbiamente una svolta nella sua produzione. Molte le vicende personali che ne hanno accompagnato la stesura contribuendo per canali e forme diverse, direi in maniera considerevole, ad una sorta di accelerazione evolutiva nel trattamento dei testi e nel montaggio delle immagini. Dal sottotitolo: “Poesie d’amore e altri disordini”, se ne intuiscono traiettorie e turbolenze, mentre nel contempo si rileva, non senza qualche soddisfazione, il rapporto diretto fra le ingiurie del tempo e il perfezionamento dei mezzi espressivi. Le crisi esistenziali assumono spesso il compito di levatrici di opere complesse. Mi viene in mente una battuta letta recentemente in un romanzo giallo: “Se vuole il consiglio di un vecchio, ringrazi la notte, che ci permette di immaginare...”
Di quest’ultima fatica di Francisco Soriano mi ha colpito la vivida e incalzante articolazione delle immagini, quasi una sequenza di flashback organizzati secondo l’attitudine che tutti abbiamo nel percepire il mondo attraverso una visione molteplice. È un viaggio all’interno della memoria, qui giustamente considerata unico vero strumento (e giacimento) della conoscenza.
Come afferma Calvino: “La scrittura, è metafora della sostanza pulviscolare di cui è fatto il mondo”. La poesia, come tutta l’Arte, è ricerca della leggerezza in quanto necessità antropologica di rispondere alla precarietà e alle durezze dell’esistenza. La poesia di Francisco Soriano ricerca perciò il nesso tra una leggerezza desiderata e le sciagure della vita, innescando in questo modo i meccanismi della creatività e producendo un viaggio davvero stupefacente nel regno del molteplice. La collaborazione fra memoria e immaginazione realizza in quest’opera quella visione delle cose che solitamente definiamo “essenziale”.
Molteplicità quindi, perché si avverte costantemente il piacere di richiami e analogie che abbracciano epoche e culture lontane, riaffermando il più vero concetto di “contemporaneità”, in base al quale stabiliamo una comunicazione costante fra tutte le nostre conoscenze prescindendo da ogni recinto cronologico. Una percezione lineare o parziale della storia sarebbe per ogni artista, a prescindere dal suo campo disciplinare, una sorta di morbo incurabile, la condanna ad una sterilità differita.
Posso allora dire che in ogni componimento del volume, e perfino nella medesima strofa, ho potuto avvertire richiami e consonanze diverse: dalla densità delle parole profondamente vissute di Alda Merini, al nitore di Alceo e Archiloco, dalla dimensione totale del linguaggio di Montale o Zanzotto alla leggerezza con la quale Callimaco definisce e percorre le cose e la vita stessa.
Pur cogliendo la presenza di entità mostruose che so essere causa del suo più intimo dolore, osservo che egli non indugia nella rappresentazione di amarezze. Costantemente preferisce significare la grazia dell’amore trovato, un amore intenso e globale, dove la vita, la donna, l’arte e le armonie del quotidiano appaiono inscindibili.
E anche la malinconia della Persia, che rilevo per una intensa affinità di sentimenti, non è mai afflizione o disperazione, ma fonte inesauribile di dolcezza. Una “melancholia cogitans”, che non confonde mai il piacere di viaggiare nella memoria con il dolore. Pur nascendo dalla sofferenza degli eventi si alimenta di progetti di speranza, evocando quel profumo ambiguo e struggente delle rose che nel mondo persiano è presente ovunque, dalla poesia ai dolci.
Nella molteplicità risiede la magnificenza di questa poesia. Ad onta di una cultura occidentale piegata al pensiero “dialettico” e alla nocività di ideologie antagoniste, le quali impongono schemi logici violenti e tesi contrapposte in luogo dello scambio e delle conoscenze condivise.
“Fra metope e calicanti” schiva ogni oppressione lineare, siano esse rappresentate da griglie classificatorie, da gabbie cronologiche o ideologiche, per coinvolgerci in una complessità che altrimenti sfuggirebbe alla nostra pur fervida attenzione. Tale visione molteplice fa di essa un’opera degna della massima stima, una fertile esperienza estetica e una indimenticabile avventura della conoscenza.
Antonio Poce




Notizia

Francisco Soriano ha studiato Giurisprudenza all’Università di Roma, laureandosi con una tesi sulla ”Lex Gabinia e la fine dell’Età Repubblicana. I pirati del Mediterraneo: tra leggi emergenziali, deriva autoritaria, paura e violenza”. Attualmente vive a Ravenna, dove svolge la sua attività di insegnante. È stato insegnante e dirigente scolastico per quattordici anni all’estero, presso la scuola dell’Ambasciata d’Italia a Teheran, pubblicando diversi volumi tradotti dal professor Reza Qeissarieh, docente presso l’Università “Azad” di Teheran, insignito dal Presidente della Repubblica Italiana, Carlo Azeglio Ciampi. Ha pubblicato “Dove il sogno diventa pietra” (1999), “Vita e morte di Mirza Reza Kermani, cronaca di un assassinio annunciato” (2002), “Nasser ed-Din Tusi, Memorie di un astronomo persiano presso la Vetta degli Assassini” (2005), “Nuova antologia di Zahir ed-Doleh, dedicato ad artisti persiani contemporanei” (2011).

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