La rappresentazione manicomiale nella cultura letteraria del Novecento italiano - Mara Sabia

Cod. Art. 978-88-9382-023-3
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Mara Sabia è nata nel 1983 a Potenza. Docente, poetessa e attrice.

Ha pubblicato le sillogi Giorni diVersi (Potenza, 2001) e Diario di un amore (Firenze, 2011).

I suoi scritti sono presenti in riviste e antologie di poesia italiana contemporanea, come quelle di Lietocolle Il filo di Eloisa. Antologia di ammirazione femminile, 2008 e Agenda 2009. Il segreto delle fragole, 2009.

È laureata in Lettere Moderne e specializzata in Filologia Linguistica e Letteratura dell’età moderna. La sua ricerca si concentra sulla letteratura italiana contemporanea.

Con il presente studio di critica tematica "La rappresentazione manicomiale nella cultura letteraria del Novecento italiano” ha vinto il Premio Internazionale di Letteratura “Alda Merini” 2015 per la saggistica.

Insegna materie umanistiche e ortoepìa della lingua italiana.

Attualmente vive a Roma.




Introduzione

Il pregio di questo saggio, colto e ben scritto, sta soprattutto nella pun­tuale ricognizione di quelle opere letterarie che hanno saputo dare alla straordinarietà della follia, intesa come opportunità creativa, quella valenza positiva che il mondo ipocrita dei “normali” aveva invece confinato nella reclusione e nel degrado.

Prezioso il lavoro di consultazione delle carte del Fondo Merini (conser­vate presso l’Archivio manoscritti di autori moderni e contemporanei dell’Università di Pavia) per rintracciare, tra i manoscritti e i dattiloscritti della “poetessa dei navigli” racchiusi in sedici faldoni, le liriche dedicate alla psichiatra Marcella Rizzo che la aveva avuta in cura. Scartati da Maria Corti in quanto non pertinenti ai temi della raccolta Vuoto d’amore da lei cu­rata, sublimi versi mai pubblicati - tra i quali “…ma infine io vado e ascolto la voce segreta della tua della mia follia e ne torno sfinita di passione” - ri­schiavano di essere destinati all’oblio.

Quale migliore introduzione a questo lavoro di Mara Sabia della motiva­zione con cuile è stato assegnato il Premio internazionale di letteratura Alda Merini, per la sezione “Tesi e saggi”, nell’anno 2015? Peraltro scritta da una delle persone più competenti sull’opera e, soprattutto, sul vissuto, della “poetessa dei navigli”, la sua biografa Luisella Veroli, ghost writer del volume Reato di vita, attribuito alla sola Merini, e autrice del libro inter­vista Ridevamo come matte.

Dalla militanza poetica, che nutre il Premio Merini, nasce questo libro. Non a caso, anche l’editore è componente della giuria, che si è prodigata, assieme al comitato organizzatore, per salvaguardare questa sezione, poiché rappresenta un modo per contribuire, in piccola parte, alla ricerca seria e appassionata sulla poesia contemporanea. Quella che Alda Merini ha sem­pre auspicato e che ha trovato nella suddetta Maria Corti, piuttosto che in Ambrogio Borsani, persone che con sensibilità e competenza non si sono “adagiate” sul personaggio, ma hanno compreso e valorizzato la sua opera, senza tralasciare l’esperienza vitale da cui è scaturita. La stessa scrupolosità si ritrova in questa tesi sulla “rappresentazione manicomiale nella cultura letteraria del Novecento italiano”.

Da una narrazione chiara e forte, come quella che Mara Sabia dedica al tema del manicomio nella scrittura di importanti autori, non solo la Merini, che loro malgrado lo hanno frequentato (come Campana) o vi hanno am­bientato opere letterarie (da Ottieri a Palazzeschi), può derivare una più o meno piccola (o grande) crescita personale di chi lo legge (il libro) o di chi partecipa (al premio), certi di non aver sprecato il proprio tempo.

Il “Premio Internazionale di Letteratura Alda Merini” è nato nel 2011 su iniziativa della Biblioteca Comunale di Brunate, a seguito di una proposta avanzata da chi scrive due anni prima, pochi minuti dopo che l’agenzia Ansa aveva divulgato la notizia della scomparsa della “poetessa dei navi­gli”: ora sì che aveva senso, in un Paese come l’Italia dove si rischia l’overdose di premi letterari senza un significato e una missione forti, isti­tuirne uno anche sul Balcone sulle Alpi, come aveva in precedenza sugge­rito un componente della stessa commissione biblioteca, perché avrebbe significato dare un contributo a non disperdere le origini di una storia im­portante per la cultura e la società italiana: quella della Merini, appunto. Una storia che la stessa poetessa scrive, o meglio detta a Luisella Veroli, in una poetica sintesi all’inizio di Reato di vitaSono nata il 21 marzo del ’31 alle cinque di un piovoso venerdì, in una casa che dava sulla via San Vincenzo a Milano. La casa era povera, ma sontuosi i miei genitori. […] Mio padre, un intellettuale molto raffinato figlio di un conte di Como e di una modesta contadina di Brunate, aveva tratti nobilissimi. Taciturno e modesto, sapeva l’arte di condurre bene i suoi figli e fu il mio primo mae­stro». Nei ricordi, il legame tra la Merini e il paese dove il padre era nato, è rimasto fino all’ultimo forte come il cavo d’acciaio della funicolare, che collega Brunate con la città di Como,non a caso diventato proverbiale in famiglia per definire la salute della poetessa quando era colta da attacchi di ipocondria. Eppure, dopo una frequentazione intensa negli anni giovanili, era stato messo a durissima prova proprio dalla rappresentazione che del manicomio si aveva nella società italiana, un gorgo di oblio e vergogna.

Nel 2016 il Premio Merini ha festeggiato i suoi primi cinque anni con oltre mille partecipanti da sette Paesi europei. Del comitato d’onore fanno parte le quattro figlie della poetessa, il curatore di una parte importante delle sue opere, Ambrogio Borsani, e Vivian Lamarque. Borsani e Lamarque sono stati an­che presidenti della giuria. Andiamo avanti facendo nostro il motto tratto da alcuni versi di una poesia della nostra ispiratrice, Padre mio: «Si nasce non sol­tanto per morire / ma per camminare a lungo / con piedi che non cono­scono dimora / e vanno oltre ogni montagna». Grati a chi ha scelto di mettersi in cammino con noi, portando a volte valori aggiunti di notevole spessore culturale, come questa ricerca di Mara Sabia.

Pietro Berra

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