Salto mortale - Candelaria Romero

Cod. Art. 978-88-7848-861-8
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Nella scrittura di Candelaria Romero convergono le molte terre di un’instabile esistenza: immagini, paesaggi, ma soprattutto suoni che si affiancano, si escludono, si danno il cambio. La voce della Romero ricorda e nomina, scombina i fili che hanno intrecciato i suoi tempi e i suoi spazi al punto da costringere anche il lettore a ripetere il salto mortale da un continente all’altro, da una lingua all’altra, scegliendo come punto fermo quello stesso a cui la poeta ha dovuto aggrapparsi: il proprio corpo con il suo ciclo lunare, con il suo tempo alterno di fecondità e sterilità, il suo essere identità certa ovunque gli eventi della vita lo abbiano trapiantato come un seme trasportato dal vento. Il corpo che germoglia e fa frutto, ama e partorisce, ma che soprattutto è una scatola magica dove conservare tutto: sentimenti e ricordi. E quest’ultimi spesso così crudi che la parola poetica deve rinunciare al cerimoniale della vestizione dei fatti con la bellezza e si arrende alla nudità del dramma, al quale più s’addice il movimento ampio e più oggettivo della prosa piuttosto che il verso, come ne “i ricordi di Cicì”, in cui “i lividi del corpo”, “i buchi nella pelle bianca”, “i grumi rossastri” che induriscono la chioma, testimoniano la crudeltà di una tortura di “quaranta anni fa” ricordata nitidamente e finalmente divenuta testimonianza “davanti al giudice”.

La lingua, in questo caso, resta nuda, la voce trema nella gola, e la tenerezza si fa strada, del tutto disarmata, nel grazioso, leggero vezzeggiativo di “Cicì”, in quel lavacro del corpo insanguinato, in quel gesto trattenuto della mano che vorrebbe accarezzare i capelli.

Cosa ha salvato Candelaria dalla frantumazione? Bisogna ascoltarla per comprenderlo. In un’intervista televisiva dichiara cose come queste: “La poesia salva la vita”, “La scrittura, l’arte è tutto questo: aprire porte ed entrare in mondi diversi”, evitando di “rimanere incastrata dentro una frontiera o perderti nel salto mortale tra una frontiera e l’altra. O abituarti fin troppo bene a camminare in equilibrio sopra la frontiera e non volere mai più scendere sulla terra”. Se, dunque, per la poeta la scrittura è un gesto che apre e mostra altre dimensioni, è evidente che tutte quelle in cui è entrata, oltrepassando troppe frontiere, l’hanno così disorientata da spingerla ad esigere altro, a volere quell’oltre del tempo e dello spazio in cui armonizzare il disarmonico, addomesticando il caos all’Unità. Il motivo religioso, infatti, non è assente da questa poesia, sebbene essa stessa sia per la Romero la prima ed essenziale religione della vita, quella che appunto, secondo l’etimo, lega insieme, dà senso.

Ma c’è anche la ricerca di un’entità assoluta, la volontà di seguire il movimento degli angeli lungo la scala di Giobbe per trovare “l’eterna danza a mezz’aria ”, “un abbraccio fra cielo e terra”, e c’è la fiducia di potere “intravvedere gli Dei e l’infinito”.

Candelaria si fa luce da se stessa, dunque; ma al suo fianco ha più di uno psicopompo per l’attraversamento: sono le molte donne della sua vita che hanno lasciato nei suoni dei suoi versi le impronte delle loro voci femminili. Infatti, sono le radici della propria vita ad essere le più forti, e quelle della Romero sono nate in Argentina, e nella cultura latino-americana è la donna il fulcro della vita domestica, la voce dei sentimenti che passa attraverso i gesti, gli sguardi, perfino o forse soprattutto, attraverso i silenzi. Ecco perché le figure più forti e insieme più vulnerabili, le più vere e selvatiche e solitarie e misteriose come solo le donne sanno essere, sono quelle della madre della poetessa, della nonna, della sorella, della stessa Candelaria: la prima, “capriolo e leonessa”, è fermata nel gesto di buttare in aria il passaporto quando apprende di non appartenere a nessuna patria; la nonna, che balla, che offre nelle mani come una dea votiva “latte di riso, infuso di mele”, sa “mettere il sole al posto giusto/ e diviene ebbrezza per tutti noi/ canto d’uccello notturno”; la sorella Jimena è “un corpo che tace”, “la carne deforme”, “la pelle gonfia”. E infine la stessa Candelaria, che si mostra ai lettori nelle sue molteplici e inestricabili realtà: da quella fisica, quasi animalesca – fatta di nervature, cicli mestruali, polmoni, ossa, esigenze primarie, parti ed orgasmi- a quella psichica che abbraccia una sfida senza sosta per stare in equilibrio all’interno del suo mondo d’immagini e ricordi; da quella relativa ai suoi ruoli di madre e moglie e donna di molteplici relazioni amicali, a quella di poeta di diverse lingue che così scrive: “mentre barbari assalivano il mio castello”, “ero sola / solamente io / intrattenevo la mia anima”.

La poesia della Romero è un dono, perché riconcilia con se stessi, perché è una lezione di coraggio e di tenacia, un credo, un viaggio. Perché è un’esemplare ossessione, e il mondo – come lei stessa ha detto – è degli ossessivi.

Franca Alaimo

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