King Douglas

LETTERA DI CALIPSO

(…) Violetti e turgidi come carni segrete sono i calici dei fiori di Ogigia; piogge leggere e brevi, tiepide, alimentano il verde lucido dei suoi boschi, nessun inverno intorbida le acque dei suoi ruscelli. È trascorso un battere di palpebre dalla tua partenza, che a te pare remota, e la tua voce, che dal mare mi dice addio, ferisce ancora il mio udito divino in questa mia invalicabile ora. Guardo ogni giorno il carro del sole che corre nel cielo e seguo il suo tragitto verso il tuo occidente; guardo le mie mani immutabili e bianche; con un ramo traccio un segno sulla sabbia – come la misura di un vano conteggio – e poi lo cancello.

E i segni che ho tracciato e cancellato sono migliaia, identico è il gesto, e identica è la sabbia, e io sono identica. È tutto. Tu invece, vivi nel mutamento. Le tue mani si sono fatte ossute, con le nocche sporgenti, le salde vene azzurre che le percorrevano sul dorso sono andate assomigliando ai cordoni nodosi della tua nave, e se un bambino gioca con esse, le corde azzurre sfuggono sotto la pelle e il bambino ride, e misura contro il tuo palmo la piccolezza della sua piccola mano. Allora tu lo fai scendere dalle ginocchia e lo posi per terra, perché ti ha colto un ricordo di anni lontani e un’ombra ti è passata sul viso: ma lui ti grida festoso attorno e tu subito lo riprendi e lo siedi sulla tavola di fronte a te: qualcosa di fondo e di non dicibile accade e tu intuisci, nella trasmissione della carne, la sostanza del tempo. Ma di che sostanza è il tempo? E dove esso si forma, se tutto è stabilito, immutabile, unico?